sabato 30 aprile 2011

Altre "Cinque domande", due secoli dopo

L'ammiraglio francese Treguet
sconfitto dai sardi nel 1793
Qui il documento integrale
delle 5 domande di oggi
Presso la Casa Aragonese del comune di Seneghe si svolgerà, sabato 21 maggio, un incontro e un dibattito sui temi più urgenti della Sardegna. Esso si pone in continuità con l’incontro del 25 marzo scorso, svolto anch’esso a Seneghe, che è stato ricco di elaborazioni storiche e di interferenze tra la ricorrenza dei 150 anni dell'unità d'Italia e le questioni poste da sa Die de sa Sardigna. E’ nata così l'esigenza di proseguire la riflessione e di orientarla verso i temi più urgenti della realtà sarda nella prospettiva di approfondire l'analisi e di rinforzare sia la speranza progettuale e sia le proposte programmatiche.
In riferimento alla festa dei Sardi del 28 aprile, si è pensato di formulare cinque domande in analogia con le cinque domande rivolte al re nel 1793 che ha iniziato, per così dire, la fase vertenziale della Sardegna moderna.
Sono cinque domande che investono l'aspetto istituzionale, sociale, economico e culturale per come le questioni si presentano nell'attuale momento storico con i propri caratteri di urgenza.
Questione istituzionale che ci interroga sull'elaborazione dello statuto sardo e sulla forza contrattuale con lo Stato.
Questione sociale che pone il dramma della disoccupazione, soprattutto giovanile, lo spopolamento dei piccoli comuni dell'interno, la drammaticità della crisi industriale.
Una domanda fondamentale riguarda il modello di sviluppo: valorizzazione delle risorse locali, calcolato investimento nell’eolico e nel solare a beneficio dei sardi, questione dei trasporti che condiziona anche lo sviluppo turistico.
Come interrogarsi sul ruolo degli intellettuali come impegno sociale e come produzione culturale che investa l'economia e l'innovazione tecnologica delle forme produttive? E quale ruolo esercitano essi nella formazione dell'opinione pubblica e nella riformulazione radicale della scuola sarda?
La domanda conclusiva ci interroga tutti gli sulla qualità della politica sarda e sulla incidenza dei politici sardi nei confronti dello Stato a difesa degli interessi della Sardegna.
Queste sono le questioni che saranno introdotte da studi specifici e arricchite da molteplici contributi e da liberi interventi.
I sottoscritti si danno appuntamento a Seneghe, presso la Casa Aragonese del Comune, sabato 21 maggio 2011, alle ore 9,30. I cittadini sono invitati a ragionare e discutere con noi, in continuità con Sa die de sa Sardigna.

Firma: Bachisio Bandinu (antropologo, giornalista), Antonio Buluggiu (insegnante), Luciano Carta (storico, dirigente scolastico), Vittoria Casu (docente universitario, già consigliere regionale), Placido Cherchi (antropologo), Alberto Contu (storico), Gianfranco Contu (storico), Mario Cubeddu (storico, insegnante), Salvatore Cubeddu (sociologo), Giuseppe Doneddu (storico, docente universitario), Federico Francioni (storico, insegnante), Gianni Loy (docente universitario), Piero Marcialis (attore, insegnante), Piero Marras (cantautore, già consigliere regionale), Luciano Marrocu (storico, docente universitario), Alberto Merler (sociologo, docente universitario), Nicolò Migheli (sociologo), Maria Antonietta Mongiu (archeologo, insegnante, già assessore regionale), Giorgio Murgia (già consigliere regionale), Michela Murgia (scrittrice, insegnante), Paolo Mugoni (insegnante), Maria Lucia Piga (sociologo, docente universitario), Gianfranco Pintore (giornalista, scrittore), Paolo Pillonca (giornalista, scrittore), Mario Puddu (insegnante, scrittore), Vindice Ribichesu (giornalista), Andrea Vargiu (docente universitario).

Un cronista della Nuova Sardegna, nel dare oggi notizia di questo appello, ha passato al suo setaccio ideologico i nomi dei firmatari. Scommetto che riuscirete a capire da soli quali ha fatto passare e quali no. E lo compatirete con me. [zfp] 

giovedì 28 aprile 2011

Due o tre lezioncine da Reykjavìk su lingua e mito



di Efisio Loi

È venuta fuori lì, a ridosso della Groenlandia, dai magmi profondi della dorsale atlantica. Chi sa come dovevano essere le cose quando la Groenlandia era verde come dice il suo nome. Forse l’Islanda, terra di ghiacci, ancora non esisteva. Tiene lontano il mare per uno spazio cinque volte quello della Sardegna. Solo trecentomila anime combattono l’esistenza concentrandosi lungo le coste per lo più del sudovest. 20% di pascoli, 1% ai coltivi. Un grande spazio lavico fin oltre i duemila metri, in mano alla natura che ci gioca con fuoco e scuotimenti, col vapore e col ghiaccio.
Che lingua parlano quei trecentomila? L’islandese, parlano e solo loro lo fanno. Hanno riavuto l’indipendenza nel 1941, prima erano, come ancora la Groenlandia, terra del re di Danimarca. Nel 1971, il 21 di aprile, un vascello della reale marina da guerra danese, riportò a Reykjavìk le pergamene delle saghe di quel popolo. Quello stesso giorno, a Copenaghen, tennero le bandiere a mezz’asta in segno di lutto.
In quale lingua sono scritte quelle pergamene? In Islandese, sono scritte, lingua di pochi pastori. Era dal 1618, inizio della guerra dei trent’anni, che Svezia, Norvegia e Danimarca si contendevano quelle reliquie, senza guardare per il sottile pur di conservarle o farle proprie. Anche l’America, quella degli States, cercò di metterci le mani sopra. La Danimarca non si fece incantare; alla fine, le riportò nella loro patria nel quarantennale dell’indipendenza.
Cosa c’era di così importante in quelle pergamene? C’era la saga, c’erano i miti del popolo sassone, il popolo del nord e dell’occidente, scritti nella sua lingua. Per una saga e per una lingua si può combattere e si può vivere. Wagner si basò su quei testi islandesi per comporre l’Anello dei Nibelunghi, la tetralogia sulla mitologia germanica. Senza sconfinare in apologia del nazismo, possiamo dire che il passato ci piace guardarlo attraverso lo specchio retrovisore della nostalgia.
Possiamo anche dire con Borges che il passato che più ci piace è il presente quando il presente è nel passato: “…/che cosa non darei per la gioia / di stare accanto a te in Islanda /…/ e condividere l’adesso /…/ In quel preciso momento / l’uomo stava accanto a lei in Islanda”.
Se si va in Islanda non si viene accolti dal folklore che fa storcere il naso a Nifoi e a Angela Murgia, si vive nel mito. Si gira tra la gente, ci si siede davanti al mare, e si viene attraversati dalla saga. Saga e geyser sono gli unici due nomi che siano diventati internazionali, di tutta l’antica lingua sassone. Eppure quelle “leggende”, in quella lingua, hanno attraversato spazi enormi di tempi e di culture prima di fermarsi in quella scheggia di lava per essere impressi sulla pergamena. Sono diventate una radice riconosciuta e contesa in tutto il mondo occidentale.
E noi? Siamo lì a fare gli schizzinosi, a sminuire, ad occultare, a delegittimare, per non mettere a repentaglio una faccia che rassomiglia molto a un lato B. Chi ha avuto l’intuizione, da cui si ritrasse, diciamo per rigore scientifico, di un mondo immerso nel magico di una religiosità ormai inconcepibile, è diventato l’ “ipse dixit” di chi nasconde la propria ignavia. Anche nella lingua si possono fare degli accostamenti se guardiamo con attenzione a quanto sta venendo fuori dai nostri antichi cocci e dalle nostre antiche pietre. In quelle pergamene d’Islanda è tutto un parlare per immagini, per allusioni, per metafore. Ci dicono niente gli studi di Gigi Sanna e di Aba Losi sull’antica scrittura sarda?
Eravamo sulla congiungente tra oriente e occidente, tra nord e sud. Ce n’era di gente nella nostra isola, c’era stata una grande civiltà anche prima dei nuraghi. Tutto, però, ci deve essere venuto da fuori. Porto franco per i traffici degli altri, altro non siamo stati. È vero che il tempo non passa invano ma quello che è perduto non è perduto per sempre se si conserva nell’animo una scintilla. Anche una saga, un’antica lingua possono essere “su fairifairi”; ecco cos’è un mito, per dirlo a chi si poneva la domanda anche da queste parti. Una balla? Una panzana?
Qualche volta anche la verità storica, ben documentata e accertata, può diventare folklore, quando non propaganda. Penso a “sa Die de sa Sardigna”, messa in scena da un famoso regista, dove i fanti meccanizzati della Brigata Sassari assumevano il ruolo degli armigeri piemontesi. I “Dimonios” si rifiutarono, dopo qualche esperienza, di essere sputati e bastonati dalla “folla inferocita”. La folla non era formata da comparse, era la cittadinanza di Cagliari che agiva, nell’estasi del regista, come il coro nelle antiche tragedie, non accontentandosi delle parole. La ricostruzione storica diventava una manifestazione “spontanea” contro il potere. Folklore e propaganda. Si cercò di porre rimedio, transennando il percorso dei figuranti. Non ci fu seguito; la ricostruzione storica tramontò. Non c’erano più, seppure solo in metafora, polvere e sangue che è quanto maggiormente ama la folla quando diventa protagonista.
In Islanda, tanto per dirne una, una saga, non so se l’ultima, è stata scritta nel 1952 e fa parte a pieno titolo delle “sogur” nazionali. Scritta in lingua islenska, si intende e con i personaggi dell’epica sassone.
“Grazie alla nostra lingua, grazie alle saghe, non ci siamo persi come una goccia nell’oceano. Senza di esse non saremmo di nuovo una nazione”, disse il primo ministro islandese ricevendo dai marinai danesi le pergamene delle antiche leggende.
Qui da noi, non solo non si immagina niente di nuovo seguendo il solco di una tradizione, si nega anche l’evidenza e si passa all’ingiuria e all’invettiva quando non basta la supponenza e l’arroganza per mascherare l’ignoranza.
Non per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ché di democristiani basta e avanza, ma dovremmo mettere un po’ di ordine nella difesa del nostro misconosciuto patrimonio. Troppe se ne sentono che non si sa dove collocare, se in cielo o in terra o in un’isola che non c’è.
Attenzione, però, a non incorrere nell’errore che più contestiamo: l’edificazione di un’Accademia che ne sostituisca un’altra. Troviamoci assieme, tutti quelli di buona volontà, a discutere e, magari, a prenderci a male parole. Se solo servisse a farci capire che ci diamo da fare per lo stesso motivo, sarebbe un successone. Ne trarrebbe vantaggio anche la politica.

martedì 26 aprile 2011

Una replica a Maninchedda (e Lupinu) sul caso della lingua

di Adriano Bomboi

Non faccio il linguista, non ho elementi e competenza per dire “ha ragione solo Lupinu/ha ragione solo Bolognesi”. O la verità sta nel mezzo? Semplicemente prendo atto che esistono diverse scuole di pensiero e che una determinata quantità di soldi pubblici non ha ottenuto i risultati concreti per cui erano stati destinati: di conseguenza compito del cittadino consapevole è quello di porsi il perché. E non sono convinto che le responsabilità siano da imputarsi tutte ad una scuola di pensiero, lo si evince dalla scarsità di proposte in materia linguistica dei movimenti indipendentisti ed autonomisti vari (incluso il PSD’AZ). In cui anche al suo interno paiono esserci diverse letture (una cosa normale, ma che diventa anormale se consideriamo che nessuna linea chiara è finora emersa sul piano politico). Siamo sicuri che quel supposto motivo ideologico sia l’unica ragione per la quale non è decollato alcun risultato?
Sul secondo punto: nella storia si sono viste delle patrie nascere per i più disparati motivi e con i più diversi strumenti di coesione sociale (religioni, lingue, interessi economici, miti, ecc). Se tu non misceli la filologia alla politica, altri miscelano la semiotica alla politica… Non ne farei un dramma se nel nostro mercato si presentano anche libri che debordano rispetto ad alcuni criteri scientifici o se fanno un minestrone di questi criteri: tutto fa brodo nel quadro dello sviluppo di un interesse popolare rispetto alla sua terra, anche in campo politico. In una democrazia lo ritengo normale (altrove c’è di peggio), purché a questo tipo di produzione venga associata anche un’altra letteratura scientifica rigorosa che contenga quell’elemento che nel mondo civile consente ad uno studioso di ritenersi un ricercatore (nella sostanza più che nella forma): parlo della necessità di riflettere e di andare oltre rispetto al seminato di alcuni luoghi comuni che, anche in campo archeologico, inutile negarlo, ci sono. In quest’ottica, nuove teorie (per quanto alcune di esse siano forzate), possono fornire nuovi stimoli al dibattito e spronare alcuni ambienti, magari portando anche a nuove conclusioni e più filoni di indagine.
Oggi ad esempio in Gallura con amici mi è capitato di visitare alcuni siti archeologici che ancora non avevo visto, e per la prima volta mi è capitato di sentire una guida che nell’articolazione della spiegazione del sito ha offerto un ventaglio di ipotesi possibili circa la natura e l’evoluzione di quell’area, dando risalto alla parte in cui maggiormente vi sono stati degli studi. Anche quel comportamento è stato indirettamente prodotto grazie alla produzione letteraria che contesti. Nel bene e nel male insomma si è creata una competizione che ha pure dato luogo a polemiche, ma che se non si facessero… quanti e quali manufatti giacerebbero per anni negli oscuri magazzini di qualche sovrintendenza? Quante plausibili spiegazioni non verrebbero considerate? D’altra parte Thomas Kuhn ci ha insegnato che spesso le scoperte non sono il frutto di puntuali programmazioni. E forse chi si ritiene portatore di un dato metodo scientifico non è a sua volta inficiato da una lettura pregiudiziale dei comportamenti da assumere?
Se per altri temi riconosci l’inutilità (in campo politico) di ragionare come fanno alcuni dogmatici (che vedono il mondo in bianco e nero, guelfi e ghibellini, destra e sinistra), a maggior ragione in materie tanto delicate come nel campo della ricerca storico/archeologica/ecc, penso che occorra ancora meno lo spirito della contrapposizione. Cioè l’interesse per certi temi non dev’essere stroncato come se fosse una fandonia, ma piuttosto integrato con proposte ed argomenti. Può anche darsi che le fandonie ci siano oppure no, non è quello il punto. Almeno io la vedo così.
Perché se questo interesse attorno a certi temi viene (magari disordinatamente) portato avanti da quel tipo di letteratura, ciò significa che la politica territoriale ha fallito nel suo compito di tutela del territorio, poiché si è limitata all’ordinaria amministrazione senza approfondire il valore aggiunto di cui la Sardegna dispone. Quando insomma il mito si sostituisce alla politica (che dovrebbe finanziare e sostenere concretamente il rigore), è proprio allora che si cade nei mezzucci e si alimenta il volgo. Il mito diventa un surrogato popolare dell’assenza di una seria programmazione politica e scientifica. C’è insomma un embrionale nazionalismo dal basso che però non trova la pista giusta in cui incanalarsi. La responsabilità maggiore di chi è? Di chi dal popolo ha emotivamente seguito i propri convincimenti, oppure di chi ha chiesto la delega del voto a quei cittadini senza tuttavia per anni interessarsi a quel valore aggiunto e vigilando tardi e male sull’uso dei soldi pubblici? Penso che tutti i movimenti Sardi siano ancora indietro nello sviluppo di un progetto organico per il territorio. E di sicuro non c’è da aspettarsi di meglio dai ritardati che in altri partiti italiani sorridono con sufficienza a questi ragionamenti.
Imponendo quindi si rischia l’abbandono delle lingue minoritarie? Può darsi, ma magari la cosa varia da caso a caso, da contesto a contesto, da epoca ad epoca. L’unico dato storico e sociale di cui dispongo io (e ripeto, noi ne siamo la prova vivente, unitariamente alle nostre conversazioni) è che oggi parliamo l’italiano perché da lingua minoritaria (che in passato era l’italiano) nel corso dei decenni è stata elevata al rango di lingua A (grazie a scuola, burocrazia, politica e mass-media). Se c’è quindi una realtà in Europa che fa incrinare la teoria secondo la quale l’imporre porta al risultato opposto, questa (purtroppo) è la Sardegna.
Per il resto, gli esperti di linguistica siete voi, penso che serva dialogo, e soprattutto dalla politica, ma non contrapposizione tra le parti.

lunedì 25 aprile 2011

E' Pasqua e anche Maninchedda passa oltre

È Pasqua e l'on. Paolo Maninchedda, consigliere regionale del Partito sardo, docente di Filologia romanza, ci regala una sua riflessione su una nuova politica linguistica in Sardegna. Non fosse che della lingua sarda si è sempre poco curato, sarebbe una notizia da niente, come venire a sapere che un cane ha morsicato un passante. E vai così a leggere, speranzoso. Ecco che cosa:
Pubblico un articolo, a mio avviso importante, di Giovanni Lupinu sulla politica linguistica in Sardegna. Lo condivido, soprattutto rispetto all’emancipazione da vecchie categorie storiografiche (resistenziale sarda e altre menate…), assolutamente infondate, come ho dimostrato anch’io in Medioevo latino e volgare in Sardegna. Lo condivido rispetto all’appello per una revisione delle scelte politiche fondate non sulla realtà dei fatti, ma sugli auspici ideologicamente connotati di una minoranza di lingua-invasati. Lo condivido per il richiamo agli accademici a non prestarsi alle mode: ce n’è veramente abbastanza di linguisti improvvisati che scoprono etimologie a sentimento e parentele con la lingua degli abitanti di Atlantide, di Sodoma e Gomorra, dei nipoti di Ulisse e dei cugini di Iolao, dei parenti di Davide e del custode delle miniere di re Salomone. Sta tornando in voga, nell’età delle patacche televisive, la generazione dei patacconi: siamo sommersi da libri di esperti domestici di filologia semitica, di editori di testi nuragici, di rimasticatori dei libri altrui, di gente che ancora oggi cita Carta Raspi e sodali”.
È nel diritto di Maninchedda aver tanto in astio la lingua sarda da dare a intendere che la sua salvezza stia nella linguistica e nei linguisti accademici e non, com'è, nella politica. Egli prende così come oro colato le tesi del suo collega universitario e condirettore del “Bollettino di studi sardi”: del tutto legittimo. Io sono dell'idea che abbia ragione Roberto Bolognesi che le ha sottoposte a dura e motivata critica, ma non mi sognerei di scrivere che il consigliere regionale sardista è un invasato. Come egli ritiene siano “lingua-invasati” coloro che giudicano errate le analisi sue e del suo collega Lupinu.
Nella sua autostima ipertrofica, Maninchedda definisce “menate” le tesi di Lilliu, “minchiate” quelle di Francesco Cesare Casula, “conservatori catalanisti” me e gli altri autori della proposta di Statuto. È convinto di aver inventato la “sovranità della Sardegna”, nel momento in cui, lasciato Renato Soru di cui è stato sponsor della prima ora, si è iscritto al gruppo dirigente del Partito sardo. Con altri nazionalisti avevamo “inventato” quella prospettiva quando ancora lui era un giovane leader prima democristiano e poi popolare. E naturalmente ponevamo l'identità e la lingua sarda al centro della questione nazionale sarda, cosa che il duo aborre con tutta l'anima. Ma questi sono affari loro e, al più, del Partito sardo in nome del quale Maninchedda spesso parla.
Resta la meschinità – per me inedita – del suo sdraiarsi sul potere baronale che in questo blog abbiamo imparato a conoscere. Quella frase piena di saccente disprezzo nei confronti di chi scrive libri fuori dell'accademia e l'invito agli accademici a decretarne l'ostracismo sono dei piccoli capolavori. Sembrano fotocopiati dai non pochi documenti che qui abbiamo reso noti e che evidentemente fanno scuola. Adesso sappiamo che nel Tempio della Ragione ci sono una cappella in più e una nuova vestale.

venerdì 22 aprile 2011

Una stele nuragica da Barisardo. In protocananaico

di Gigi Sanna

Caro Gianfranco,
La lastra di Barisardo
mi ero ripromesso, come sai, di non esagerare circa il rinvenimento dei documenti con scrittura nuragica della fine dell'età del bronzo e del I Ferro. Di non infierire sui vinti e sui morti. Volevo far capire, con gli interventi sui documenti del Nuraghe Loghelis, del Nuraghe Nurdole e del Nuraghe Su Nuraxi di Barumini (pintadera) e con il prossimo sempre di Nurdole (fatto proprio come emblema dal Museo di Nuoro), non più l'esistenza della scrittura nuragica (gli ottanta documenti ritengo che la mostrano e la dimostrino) ma le tipologie davvero straordinarie di questa scrittura, da ritenersi (lo ripeterò sino allo sfinimento) unica al mondo. Tutta, si può dire, ancora da studiare, da verificare, da rintracciare con tutti i mezzi possibili. E velocemente, perché il tempo non dà scampo, attacca pietre, metallo e ceramica annullando giorno dopo giorno le tracce del nostro lontano passato.
Ma dopo le esternazioni bavose quanto velenose di un vero e proprio gradasso dell'archeologia, di un noto personaggio supponente quanto ignorante (per farsene un'idea basta leggere le sue amenità sullo spillone nuragico scritto di Antas di Fluminimaggiore - imboscato, tra l'altro, per decenni - le incredibili stupidaggini sul sigillo di S. Imbenia o quelle ultime sul proto-ugaritico (sic!), su Cadmeo (sic!) o sull' 'aleph semitica addirittura vocalica ), tirato per i capelli, sono costretto a difendermi un po' e ad insistere, pertanto, almeno in quel 'gioco' provocatorio che abbiamo iniziato ormai da qualche anno sui 'regali' epigrafici natalizi e pasquali. 


Se non il tuo articolo, il disegno di Franco Tabacco rende pleonatisco ogni mio commento, caro amico in cialtronerie e sedicentismo. Il dramma è che, cadendo sulla testa dei non sedicenti, quei 42 chili di lastra rischiano di andare in frantumi. E ti voglio vedere, poi, rintracciare nei frantumi i tuoi proto-ugaritici, canananei, glubiti, sinaitici. [zfp]

giovedì 21 aprile 2011

Trista sa Festa de su pòpulu sardu

Su nùmeru nou de Eja
Pro l'iscàrrigare in pdf
incarca inoghe

Trista Die de sa Sardigna, sa de ocannu. Festada sena ànimu nen cumbinchimentu, gasi, petzi ca b'est in su calendàriu de sas ocurrèntzias. At a èssere ca sa Regione s'at gastadu totu su dinare chi podiat pro amentare sos 150 annos de s'Itàlia in cada punta e logu, su fatu istat non s'at a reunire mancu su Consìgiu regionale pro li dare importu a sa festa de su pòpulu sardu. Petzi una tzerimònia, su 28 a sas 10 e mesu de mangianu, in sa Biblioteca regionale cun su presidente de sa Regione, s'assessore de sa Cultura e su presidente de sa Comissione cultura de su Consìgiu regionale.
Ite tristura, frades sardos. Non b'at duda peruna chi custu minusprètziu de s'ùnica festa natzionale de Sardigna lu depimus a sa maioria. Mancari gasi no est chi s'opositzione siat sena neghes. Sa minoria no istat a sa muda cara a peruna initziativa de sa maioria, no li colat nudda sena brigare su guvernu regionale o pro custu o pro cuddu, comente est dèvere suo. In custa ocurrèntzia trista, nudda: a sa muda, mancu una paràula pro lis ammentare a chie guvernat chi sa Die de sa Sardigna cheret festada cun totu s'onore chi li deghet. In primis cun una reunione solenne de su Parlamentu sardu, comente est capitadu, unu mese a como, pro amentare s'Unidade de Itàlia.
Pro custu, sa Regione sarda at postu manifestos in totuve, at fatu reclame in sas televisiones e in sos giornales sardos, ponende unu bellu tantu de dinare. Che a meda àteros sardos, deo no l'apo festadu su 17 de martzu, mancari reconnoschende a chie s'intendet de natzionalidade italiana totu su deretu de lu fàghere. Pensaia, che a meda àteros, chi a festare s'Itàlia e a festare sa Sardigna non fiant cosas chi s'afrontaiant a pare. Sa polìtica sarda, a bi so ca, est mustrende chi gasi no est: s'Itàlia si meresset totu sos onores, tzerimònias e dinare a muntone a contu de sos sardos, festa in iscola e reuniones in sos consìgios comunales; sa Sardigna nono, a su prus carchi ballu in pratza e carchi arresonada impressida, su tantu de nàrrere: mi' chi bi semus.
Cosa bona a l'ischire. Si biet pròpiu chi Itàlia e Sardigna no istant bene paris: su respetu de sa prima no andat a sa bratzeta cun s'istima de sa segunda.  

mercoledì 20 aprile 2011

Tranquilli: questi graffiti stanno bene


di Giampiero Mulas (*)

Una precisazione riguardo le iscrizioni all'interno della Grotta Verde; i graffiti sono ben visibili e non sono a testa in giù come qualcuno ha detto, anche se in parte sovrascritti (in maniera, ovviamente molto meno profonda) dai visitatori. Il masso è sempre al suo posto (pesa diverse tonnellate).
Gli "omini" sono due, speculari, hanno proporzioni pressoché identiche. La "griglia" sulla destra... ho molti dubbi.
Inoltre nelle varie trascrizioni, foto, calchi e quant'altro non è mai presente un'incisione, con tratto identico agli altri (omini per intenderci) a forma di triangolo con vertice in basso, evidentissima a breve distanza dagli altri; è stata notata una croce con tratto quasi inesistente ma non l'evidentissimo triangolo.
In ogni caso gli esperti della sovrintendenza potranno studiarli con calma, tanto da li non si muoveranno di certo.
Nessun mistero quindi nella Grotta Verde.


(*) Grup Espeleològic Alguerès

martedì 19 aprile 2011

Lettera aperta agli on. Murgia e Pili. A proposito di Minoja...

Onorevoli Bruno Murgia e Mauro Pili

In uno Stato percorso ancora da pratiche centraliste che attribuiscono a prefetture e a soprintendenze poteri autocratici, il principio della “leale collaborazione” tra le istituzioni rappresenta un elemento di equilibrio fondamentale. Tanto più lo è in una Terra come la Sardegna la cui già debolissima autonomia speciale sarebbe messa a rischio, senza il puntuale esercizio di quel principio costituzionale. Al di là del merito, ho dunque apprezzato le severe critiche da voi mosse al soprintendente archeologico, dottor Marco Minoja, responsabile dello sgarbo istituzionale nei confronti del Comune di Cagliari.
In questo blog, ci siamo occupati altre volte della chiusa autoreferenzialità delle soprintendenze archeologiche sarde e della loro impermeabilità agli stimoli e alle legittime curiosità di studiosi e gruppi di cittadini che sentono come proprio l'immenso patrimonio culturale della Sardegna, affidato sì alla gestione delle soprintendenze, ma non proprietà di esse, come invece vogliono far apparire.
Circa un anno fa, una petizione fu sottoscritta da oltre 1400 cittadini che rivendicavano il diritto di sapere che fine avessero fatto quattro particolari reperti archeologici ritenuti di particolare interesse. Fu ignorata dalle soprintendenze (che pure ne furono informate anche direttamente per mail) fino a quando due vostri colleghi, i senatori Sbarbati e Massidda, investirono della questione il Ministero dei beni culturali con due distinte loro interrogazioni. Il 20 gennaio di quest'anno, sei mesi dopo, il sottosegretario Giro fornì una risposta reticente e, comunque, del tutto insoddisfacente. Ma non a questo vorrei interessarvi, quanto alla relazione con cui il dottor Minoja fornì al ministro gli elementi necessari alla risposta ad una delle questioni poste da Massidda e da Sbarbati. È quella riguardante un frammento di vaso che l'eminente assiriologo Giovanni Pettinato ritenne recante segni di una scrittura cuneiforme, ugaritica cioè.
Il dr Minoja scrisse al Ministero che del frammento non esisteva più traccia se non fotografica. L'immagine avrebbe potuto, comunque, esser mostrata al prof. Pettinato per una conferma o per un ripensamento circa la sua idea espressa nel 1995. Questo non fu fatto perché, scrisse il soprintendente, “nei pochissimi giorni a disposizione non è stato possibile attivare un contatto diretto col prof. Giovanni Pettinato”. Pochissimi? La petizione fu spedita ai due soprintendenti il 16 giugno 2010 ed ignorata, pazienza: non fu quella la prima né l'ultima volta che voci esterne si sono infrante sulle mura della Torre d'avorio.
Restiamo dunque nell'ambito delle comunicazioni istituzionali. La Direzione per i beni culturali di Cagliari chiese una relazione al dr Minoja l'8 luglio 2010, il soprintendente afferma di aver ricevuto i testi delle interrogazioni il 13 luglio e risponde alla Direzione il 22 luglio. Nove giorni sono “pochissimi” per rintracciare il prof. Pettinato? In tempi di comunicazioni istantanee? Nel rispetto della leale collaborazione fra Soprintendenza, Governo e Parlamento, è tollerabile una scusa tanto infantile? Il problema sta, temo, nella conclusione impropria con cui il soprintendente Minoja critica oggettivamente l'iniziativa dei due parlamentari.
È opportuno” scrive il dr Minoja al ministro “ricondurre le due interrogazioni parlamentari e la petizione popolare che le ha ispirate alle iniziative che alcuni gruppi di sedicenti studiosi sardi conducono in contrapposizione con la cosiddetta "archeologia ufficiale", cioè con l'intero corpo degli archeologi sardi, inquadrati o meno nelle Soprintendenze e nelle Università dell'Isola. A questa Soprintendenza risulta che nessuno dei promotori abbia titoli riconosciuti di archeologo o di epigrafista (laurea in Lettere quadriennale del vecchio ordinamento o quinquennale del nuovo ordinamento, più perfezionamento o specializzazione o dottorato nella specifica materia), e pertanto nessuno di essi gode del benché minimo credito negli ambienti scientifici che elaborano, selezionano e verificano le ipotesi riguardanti lo sviluppo delle antiche civiltà mediterranee. Questi improbabili personaggi, muovendosi nel solco di una lunga tradizione di recriminazione e rivendicazione che risale almeno al XIX secolo con la scandalosa falsificazione dette cosiddette "Carte d'Arborea" e che nei fatti costituisce tuttavia un impedimento al reale sviluppo culturale dell'Isola, pretendono di accreditare un ruolo dominante della Sardegna antica, e in tal modo anche di accrescere il prestigio e difendere le aspirazioni della Sardegna moderna e contemporanea, facendo ricorso alle più fantasiose e antistoriche invenzioni”.
Come dire: signori senatori, state al vostro posto e non lasciatevi irretire da una banda di cialtroni: di archeologia è bene che si occupino i laureati in archeologia, così come sarebbe opportuno che solo le galline siano abilitate a valutare il sapore delle uova.
Trovo questo implicito rimprovero ai vostri colleghi Sbarbati e Massidda denso di incredibile prosopopea, non molto diverso, del resto, dal tono sprezzante usato dal dr Minoja nel rispondere alle vostre critiche. Ma in tema di “leale collaborazione” c'è di peggio nella relazione: “In questa azione, alcuni personaggi giungono ad impossessarsi di reperti autentici di varia età, erroneamente interpretati come testimonianze di scrittura nuragica, o addirittura a fabbricare deliberatamente false "iscrizioni nuragiche" su tavolette di pietra o d'argilla, blocchi di pietra o addirittura sui macigni di monumenti nuragici che avrebbero bisogno solo di ammirazione e rispetto”.
Il dottor Minoja, pare di capire, ha le prove che “alcuni personaggi” hanno commesso dei crimini gravissimi a danno del patrimonio archeologico che egli è chiamato a tutelare. Né io né altri comuni cittadini abbiamo possibilità di sapere dal ministro dei Beni culturali se il dottor Minoja abbia mai esibito queste prove davanti al responsabile del Dicastero da cui dipende, chiedendogli di trascinare i rei davanti ai magistrati. Ed ecco il perché, onorevole Murgia e onorevole Pili, di questa mia lettera aperta. Nella vostra attività di sindacato dovreste, a mio modestissimo parere, appurare se il soprintendente Minoja abbia esercitato il suo dovere imprescindibile di denunciare i reati di cui egli ha contezza. Se non lo ha fatto, e limita la sua irritazione alle grida, agli sberleffi, alle invettive, alla mancanza di rispetto istituzionale nei confronti di parlamentari e di riguardo nei confronti dei contribuenti, se ne vada. O sia rimosso. 

lunedì 18 aprile 2011

Per fatto personale. Che dire? Pazzesco, pazzesco davvero

di Gigi Sanna

Da non credere Gianfranco! Sono allibito! Tanto che dirò il contrario della stupenda frase di Menandro,  parafrasandola: "Che cosa brutta che è l'uomo quando non è uomo".
Mostrerò il documento del dr Minoja ai corsisti e al Direttore della mia Università! E si vedrà. Che livello, che spudoratezza, che bassezza! E questo sarebbe un alto funzionario dello stato! Uno che ci rappresenta con dignità, oculatezza e saggezza! No, questo è il compare di chi parla pubblicamente ed impunemente, con l'arroganza di un satrapo, di 'cialtronerie' e di 'letame'. Caspita, è ormai battaglia, disperatissima,  con tiro alla cieca  ad alzo zero! Paradossalmente contro uno che non ha neanche fucili di canna per difendersi ed è più piccolo di un moscerino!
Forse il garbato funzionario ha ritenuto in cuor suo che tutto quello che ha scritto a degli ignari, con il livello massimo di menzogna, restasse come corrispondenza privata e riservata! Non si spiega altrimenti! A meno che non si debba pensare che la petizione abbia fatto uscir fuori di testa qualcuno! E forse più di uno.
Questo è il terzo momento (i primi due li si conosce già), del tutto segreto, di una strategia che è calcolata nei dettagli da tempo nei miei confronti, contro chi andava fermato ed eliminato, quasi fisicamente: gettare fango il più possibile e far intervenire, comunque fosse, i carabinieri! Fango persino (v. la perla del 'sedicente studioso') su quello che sono oggi, che rappresento e che ho rappresentato col massimo dell'onestà e dell'efficienza; fango sulla mia laurea in lettere classiche e archeologia; fango sui miei corsi universitari che sono stati regolarmente approvati dove insegno (leggibili e scaricabili tranquillamente in Internet); fango sugli esami che su di essi, da dieci anni, hanno sostenuto i miei allievi per conseguire una laurea legale; fango sul mio Concorso Nazionale di ruolo nei Licei sostenuto e vinto a Roma (e chi lo vinceva allora?); fango a volontà sugli amici e su tutti coloro che mi avvicinano, che mi circondano, che mi apprezzano; fango sulle mie pubblicazioni, sui miei non pochi libri esito, tra l'altro, di ricerche scientifiche sulla storia della Chiesa in Sardegna; fango su chi solo li recensisce, in qualunque modo; fango sugli editori onesti ( miei amici di merenda), che hanno fatto la storia dell'Editoria in Sardegna;; fango sulle mie partecipazioni a Convegni internazionali organizzati da Istituti scientifici come quelli dell'Istar; fango sui miei Corsi epigrafici biennali fuori Università, liberali,  liberi e totalmente gratuiti; fango sulla mia passata vita politica ridotta a lotta sciagurata di mitomani e di folli pericolosi da mettere tutti in galera. Fango, fango e ancora fango. Tanto un po' ne resta. Fango possibilmente coordinato, con parole d'ordine ed un frasario martellante e ossessivo, sempre uguale e preciso a quello inventato ad hoc, a tavolino, dalla conventicola di certi gaddaroballi 'archeologi' e dei loro servitori, di quelli grotteschi che impazzano da qualche anno nei Blog, negli Anti Blog e nei Forum di maggiore gazzarra.; fango sulla mia onestà e sulla mia moralità di cui vado e sono andato sempre fiero per tutta la vita. Fango cioè persino su ciò che è inattaccabile e mai e poi mai raggiungibile. Per consenso, credo,  universale.
Hai fatto bene a sottolineare quella pazzesca quanto lurida frase, cara Aba, perché essa non può essere che diretta ad uno solo: non si fa il nome ma c'è, chiarissimo, indicato lapalissianamente quanto ipocritamente. E' roba da codice penale, da galera immediata. Un falsario tra i più loschi, un fabbricante di oggetti fasulli, un imbrattatore e deturpatore di nuraghi e di monumenti antichi, un orditore di trame documentarie a uso e consumo di incallito 'fantasioso elucubratore'.
Ma ora basta. Satis superque, Altro non dico, perché rischierei di mettermi nello stesso livello del calunnioso, pazzesco, incredibile intervento dell' aggressore. Non serve. Serve altro, si capisce. A qualcuno ancora rude e infantile, la saggezza, l'educazione e la creanza, bisogna farla penetrare, come dicevano gli egiziani, in quell'orecchio che è posto sulla schiena. E non sarò io certo a usare l'attrezzo.
Prima però di una certa cosa che prude (e quanto prude!) sarà bene vedere l'ennesimo oggetto falso di cotanto falsario deturpatore e massacratore di macigni: la promessa colomba epigrafica di questa Pasqua, pesante ben 42 chilogrammi. Un macigno appunto. Non di pace purtroppo, per quanto avrebbe voluto esserlo. Sta arrivando.
Elì Elì Arbareé! Elì Elì Arbareé!

Marco Minoja e il suo concetto di leale collaborazione

Il frammento di Mogoro scomparso

Due deputati sardi, Bruno Murgia e Mauro Pili, hanno criticato molto aspramente i giorni scorsi il soprintendente archeologico di Cagliari Marco Minoja. Non, come ci si potrebbe aspettare, per la pervicace politica di contemplazione del conosciuto e di rifiuto del conoscibile, ma per aver decretato la pericolosità delle strutture in legno nell'Anfiteatro romano di Cagliari. Si è sostituito – vanno giù duro i due deputati - a pompieri e genio civile per “creare un polverone con il solo obiettivo di imporre le proprie visioni ideologiche sulla testa di un'intera comunità”. Minoja – ed ecco il fatto che interessa – ha risposto subito (“Ho applicato il codice Urbani”, ha detto).
Uno scontro, sembra di capire, sui poteri di un proconsole di Roma che, mandato in Sardegna a governare i beni archeologici, si sarebbe allargato troppo. Non è certo la prima volta che accade in terra di Sardegna e non si tratta dello sgarbo più importante in materia di leale collaborazione fra istituzioni, come tra poco dirò. Quel che interessa è, però, la prontezza con cui il soprintendente ha risposto ai due parlamentari (uno stesso quotidiano ha pubblicato lo stesso giorno sia la notizia delle critiche sia la replica), mostrando qualcosa su cui avevamo un qualche sospetto: la Soprintendenza non colloquia con i contribuenti curiosi, ma solo con chi può metterla in mora.
Con Murgia e Pili, il dottor Marco Minoja sì è prodotto in una autodifesa articolata, tentando una risposta sul meritò delle critiche ricevute. Lo fa con l'arroganza di chi sa di avere alle spalle lo Stato, ma lo fa. Sorte diversa hanno avuto le cento domande che alle Soprintendenze sarde sono state poste e sono poste in tanti siti, sardi e non sardi, che, come possono, suppliscono all'assenza di informazioni su argomenti che, evidentemente, interessano i cittadini che, è il caso di ricordare, sono anche contribuenti. Le Soprintendenze, al massimo, si producono in attività di informazione-formazione su quanto esse ritengono che il popolo vada orientato. In altre parole, sono esse a decidere che cosa va saputo e a negare il soddisfacimento di curiosità ritenute illegittime e comunque non fondate.
Murgia e Pili lamentano la mancata leale collaborazione fra istituzioni da parte di Minoja nel caso dell'Anfiteatro romano di Cagliari. Che cosa dovrebbero dire a proposito di leale collaborazione i loro due colleghi, Luciana Sbarbati e Piergiorgio Massidda, autori di due interrogazioni di cui più volte ci siamo occupati? Ai due che, come è noto, chiedevano conto delle misteriose vicende riguardanti quattro reperti archeologici desaparessidos, dette una penosa risposta il sottosegretario dei Beni culturali, on. Giro. Ho sostenuto che, pur peccando di leggerezza istituzionale, il sottosegretario non è del tutto colpevole, essendosi servito per la sua risposta delle informazioni ricevute dalle Soprintendenze sarde. Di una di tali informazioni sono in grado di dar conto.
È quella fornita al Ministero dei beni culturali, retto allora da Sandro Bondi, proprio dal dottor Marco Minoja che dava al ministro elementi per rispondere a chi, come la senatrice Sbarbati, voleva notizie sul fatto che “nel sito di Villanovafranca (o a Senorbi), circa trent'anni fa, fu ritrovato un coccio probabilmente risalente al XV-XIV secolo avanti Cristo, che presenta iscrizioni cuneiformi, individuate come tali da un assiriologo della fama del professor Giovanni Pettinato”. Dello stesso tenore la richiesta del sen. Massidda.
Troverete qui il testo della lunga lettera di Marco Minoia al Ministero. Lascio a chi vorrà leggere ogni commento. A me preme rilevare due cose: la prima è che la leale collaborazione fra l'istituzione Parlamento e l'istituzione Soprintendenza ha qui una caduta verticale; la seconda è che il lungo sermone di Minoia deve aver imbarazzato non poco il Ministero, visto che lo riassunse in questa frase: “Del frammento proveniente da Villanovafranca o Senorbi gli uffici competenti dispongono della fotocopia di una fotografia. Sono in corso ricerche in proposito.
Chi sa se queste ricerche sono finalmente terminate.

sabato 16 aprile 2011

Storia in pillole per palati grossolani

Lo sforzo editoriale della Nuova Sardegna di raccontare “Tutta la storia in mille domande” e attraverso dieci eleganti volumetti poteva rappresentare un'importante e grata supplenza di ciò che la scuola italiana in Sardegna non fa. È stata soprattutto, anche se non solo, una operazione di indottrinamento storico di massa in cui non trovano cittadinanza dubbi e ipotesi extra-vulgata. Nell'assenza di alfabetizzazione di scolari e di studenti sardi alla loro storia, qualsiasi informazione con rimando al passato diventa “storia”, poco importa che abbia tratti faziosi e sia ripetizione ossessiva di dogma.
Niente di male nel raccontare che Ampsicora fu un feudatario cartaginese se fosse chiaro ed esplicito che questa è una delle tesi e che ce ne sono altre a raccontare un'altra vicenda. Dire che esistono su Ampsicora così come su Mariano d'Arborea, sui shardana e sulla cacciata dei piemontesi, sul Bogino e sul Pci in Sardegna verità diverse e a volte opposte è cosa che tutti i dieci autori avrebbero potuto mettere in rilievo. E evitare così alle decine di migliaia di persone che li leggono la sgradevole sensazione di essere presi per mano con gli occhi bendati. Ma il fine dei dieci volumetti è, temo, quello di essere un catechismo laico; e l'ideologia non è il posto più adatto a sollevare dubbi sulle verità ivi rivelate.
Ciascuno di noi dovrebbe essere cosciente che una vulgata non è mai innocente, né risponde a disinteressate mozioni dello spirito. La Storia del Partito comunista dell'Unione sovietica è una racconto interessantissimo e a volte appassionante, ma dubito che qualcuno riesca oggi a considerarlo il libro di testo necessario e sufficiente a conoscere quel che è successo: serve, al più, a sapere che cosa sia utile si sappia. Utile per chi? Per tutti coloro che non hanno particolari appetiti culturali e sono disposti a contentarsi di una storia fast food, come quella, per esempio, che Manlio Brigaglia racconta sulla nascita dell'autonomismo sardo del secondo dopo guerra.
C'è qualcosa che somiglia al separatismo, magari nella forma del federalismo, anche fra i democristiani” serve a palati grossolani poco abituati a distinguere i sapori del federalismo da quelli del separatismo. E, più in là, “fra i comunisti una “frazione” arriva a costituire, a Sassari, un “Partito comunista di Sardegna” che sogna una Italia di repubbliche “soviettiste”.” Perché confondere le idee dicendo che questa avventura fu qualcosa di più di una mattana localistica? che da Roma il Pci dovette intervenire con la forza delle minacce e delle lusinghe sui fondatori del PcdS? che essi si ispiravano a Gramsci e alle tesi dei congressi comunisti di Lione e di Colonia nei quali, appunto, si parlò delle Repubblica soviettista di Sardegna (e di altre) entro la Federazione delle repubbliche socialiste e soviettiste d'Italia? Perché frastornare le menti dei lettori di sinistra, per lo più ignari che neppure dopo sessant'anni di Unità d'Italia proprio a sinistra se ne progettava la dissoluzione? Meglio ignorare e, magari, presentare Antonio Cassitta e Antioco Mura come due bizzarri e folcloristici personaggi di provincia.
Scrive ancora Brigaglia in un'altra risposta: “A fine maggio, nel secondo congresso regionale del Pci si afferma la cosiddetta “svolta autonomistica”, dettata in aprile da Togliatti nel Consiglio nazionale del Partito”. Svolta? Rispetto a che cosa? Curiosità pleonastica: aggiungerebbe praticamente nulla alla conoscenza che serve, il sapere che in Sardegna Pci e Psi in quei due anni furono ferocemente contrari all'autonomia regionale e che fu Togliatti ad imporre la svolta. Come si può capire, non si tratta qui di dare una interpretazione di fatti, ma di nascondere fatti. Caratteristica, del resto, della “scuola sassarese” cui appartiene anche un pupillo di Brigaglia, quel Francesco Obinu cui è affidato il compito di rispondere a cento domande sui “sessant'anni di autonomia”.
Secondo lui, che pur apprezza tutti gli scrittori della sinistra sarda, il romanzo sardo più apprezzato è “Padre padrone” di Gavino Ledda a pari merito con “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta. Questioni di gusti e di parrocchia, opinabili, così come opinabile è il peana sciolto a Renato Soru o la descrizione di un Partito sardo d'azione macchietta, un camaleonte che prende il colore dal partito che gli si avvicina. Borghese quando rifiuta di intrupparsi nel Fronte popolare e progressista quando si allea con il Pci e il Psi. Scuola sassarese, dicevo; per essa qualcosa acquista tanto più valore e qualità quanto più vicino è al centro di irradiazione politica e provinciale. Provincialismo e piaggeria politica insopportabili, fatto di reciproci inchini e di citazioni incrociate, ma, appunto pareri, interpretazioni.
Ma che cosa è se non replica di qualsiasi manuale di partito (che parla delle cose utili e nasconde le disutili) ignorare nelle domande e nelle risposte Su Pòpulu sardu, i circoli Città e campagna, Nazione sarda, sa Sardigna, la lotta di Pratobello, la battaglia per il bilinguismo e, in genere, tutti i movimenti politici e culturali sviluppatisi fuori della sinistra italiana? Non è che se ne dà un giudizio critico o negativo, assolutamente legittimo; non se ne parla proprio. Ciò di cui non si parla sui media, a scuola, nei libri non esiste: il nascondimento è, molto più della faziosità, un'arma straordinaria in mano al potere, sia esso quello che senza infingimenti comanda sia quello esercitato da una egemonia culturale che si avvolge nel drappo della libertà e della democrazia per tentar di piegare le coscienze alla propria particolare visione politica.
Nella adolescenza e giovinezza dei più anziani di noi, fu soprattutto la Dc ad imporre, a scuola e non solo, una particolare visione del mondo e della storia, contro la quale scalpitavamo non in moltissimi ma in molti certo sì. Eppure, non ricordo che nei desideri di allora ci fosse quello di veder sostituito un indottrinamento con un altro. Comunque sia, questo attuale – di cui i dieci volumetti sono un paradigma – non mi pare di particolare maggior pregio.

venerdì 15 aprile 2011

La geopolitica di Norace

de Efisio Loi


Est arribendu, est arribendu!”
Ellechini est arribendu?”
Su Moru! Su Moru, est arribendu!”
D’ora in poi, ogni volta che mi capiterà di incontrare chiunque mi abbia distolto dal farmi vaccinare contro l’influenza, gli sputerò in un occhio.
Aaah, tu ti fai vaccinare?”
Ebbe’, sono over settanta.”
Ma lo sai che non c’è un medico, dico uno, che abbia mai fatto il vaccino?” Mi son lasciato convincere e me la sono beccata due volte, una a inizio, e una a fine inverno. 
L’altra sera, con un mal di gola fortissimo e non avendo altro per mano, prima di andare a letto sono ricorso al metodo empirico, non so più chi me l’ abbia suggerito: gargarismi con la “sganina”. Sganina, per chi non lo sapesse, dalle mie parti è il nome dell’acquavite.
Il fatto sì è che buona parte del colluttorio, a cose fatte, andava giù per il gargarozzo anziché, come previsto, per lo scarico del lavello.
Battaglia vinta col mal di gola, non la guerra all’influenza, e un effetto collaterale, dovuto probabilmente alla “sganina”: la visita di Norace.
Capirete come ci rimane uno che non se lo aspetta: armato di tutto punto come un crociato medievale, con un grande stendardo in cui comparivano tutti gli emblemi della cristianità presenti a Lepanto il sette ottobre 1571, con in più i Quattro Mori, l’Albero verde di Arbarè e con due-Tricolori-due, uno con e uno senza lo stemma dei Savoia.
A dir la verità c’era qualche altra cosa che non quadrava nella “mise” complessiva del mio “visitor”. Qualche altra cosa che, però, con lui era più consustanziale: l’elmo cornuto e la “sardisca” stretta nella destra.
Uno come lui te lo aspetti sugli spalti di un nuraghe, se dai retta all’idea dei nuraghe-fortezza, o come sacerdote officiante davanti l’esedra di una tomba di giganti e non su una delle tante torri saracene distribuite lungo le coste della Sardegna, come induceva a pensare la sua bardatura. E in tutt’altro abbigliamento poi, elmo e spada a parte.
Sferragliando da tutte le giunture, posò in un angolo lo stendardo, si liberò del grande scudo amigdaloide che gli pendeva dalla spalla sinistra, si tolse spallacci, pettorale, panzera, faldetta, cosciali e schinieri tirando un gran sospiro di sollievo e prendendo l’elmo per le corna lo pose a terra con tutto il resto, compresa la sardisca, per un totale di trenta o più chili di ferro.
Rimase in cotta di maglia che già doveva pesare di per sé, a meno che il tutto non fosse di natura extramateriale, come lui d’altronde. Il clangore di cui sopra dava però l’idea di una ben fondata sostanza e qualche perla di sudore mi sembrava di potergliela scorgere in quel che si vedeva sul poco di fronte sotto il cappuccio della cotta che lo avvolgeva come una pelle.
Le notizie dei primi ospiti provenienti da Lampedusa e le voci su alcuni sbarchi fai-da-te, assieme alle prime parole che mi rivolse in Sardo in maniera concitata, mi avevano fatto comprendere, per quanto ne fossi in grado, il motivo della sua visita.
La vedeva, a giudicare dall’armamento e dal comportamento, come una situazione emergenziale. Lasciando da parte per il momento le particolarità dello stendardo, avrei voluto tranquillizzarlo, tanto ero preoccupato per il suo stato di agitazione.
Calcolavo di ricordargli che c’erano l’ONU e la NATO a provvedere alla bisogna, con strumentazioni ben più efficienti delle sue. Mi accorsi però che mi guardava con quel suo risolino beffardo, per non dire sardonico. Come al solito mi leggeva in testa.
E ita ti pensas ca seu nasciu aiseru? E ca, cosas che-i s’ONU non nd’apu biu mai in totu sa carriera mia? De su chi tzerriais NATO est mellus a non ndi chistionai. No’ dh’as biu a Obbama, morixedhu giai est morixedhu, cumenti si nd’est iscosiu de su trapagiocu? E de sa Kanzlerin Angela Merkel, ita mi ndi nasa? Budhat beni sa pingiada mia, cun s’èuru fatu a misur’e marcu, ca tantis asuta de Bolonnia est totu Africa. Sa cosa de prus importu est chi non nd’ìntrint in Germania, ca giai nci nd’at tropus. Po immoi si dhus achistant in Italia, sentza de si nd’iscarèsciri ca, dea cussas passadas, e no’ est a istrèsiu meda, ndi funturu lòmpius a innoi a bèndiri tapetus. E-i cudh’atru, Sarkosy? Mai si torrit a bi’. Pìgada, e a bombordari inderetura. Ca dhui tenit unu grandu cunsilleri politicu in s’aposentu bonu de s’Eliseu chi aperit cun sa pobidha Carlà a tottu sa genti chi còntada. Bernard Henri Lévy, anca dhi nanta a su cunsilleri chi Sarko’ ascurtat meda, anch’esti omini eleganti, praxili e de grandus istudius. Ma de totus is istudius chi at fatu, nd’at bogau una cosa feti: una grandu fac’ e bagassa. Bosatrus modernus, a nai sa beridadi, dhi narais “coolness”, una cosa chi fait abarrai in paxi cun totus e prus e prusu cun ses’ etotu, prontus a ndi bènnir’ a capudu in dònnia troghimìngiu . Ma deu non ci potzu fari nudha, seu a s’antiga. E po essiri a s’antiga seu prus che cumbintu ca est mellus a ndi chistionari cun sa genti cosa tua, prim’e totu, nantis de si nci ‘etari a prepotentzia, castiendi feti s’interessu tu’, cun sa scusa de agiudar’is poboritus.
Ma custa est s’Europa Aunida e agguai a ndi chistiona’i mali. A intendiri ‘osatrus autonomistas e prus e prus indipendentistas, chi nc’intregais donnia digratzia nosta in codhus a s’Italia, iada parriri chi sa sarvesa est a si ndi liberai de su Stadu italianu e a si nci ‘etar’ in manus de Bruxelles, po pompiari libertadi e indipendèntzia. Giai dh’eus biu e it’est sa libertadi: de fari donniunu su chi dhi parit e praxit, foras che in campu economicu. In su sodhu, chini cumandat est Berlinu o Parigi, candu non funti totu a una origa. Is Ingresus, ca scemus scemusu non funti, s’ant apoderau sa sterlina e mancu dhis benit a conca de intervenniri po agiudari Grecias, Irlandas, Portogallusu e, chi sighit aici, Spagnas e Italias.
Chi mi poniais a menti, iais a cicari de nd’aprofita’i de momentus legius che a-i custu po si pònniri de acordiu cun totu s’atra genti de su Mediterraneu e dha fa’i  de averas una comunidadi cument’ e-i cussa che mai mai, candu totu su mundu connotu fut lìberu e apertu a totus.”
Una cosa non mi quadrava in tutto il suo ragionamento e stavo per chiedergliene conto, quando fui preso da un convulso di tosse. Quello mi guardava col ghigno di prima, che tanto aveva capito il mio rovello. Nel frattempo, però, mia moglie accese la luce per darmi soccorso in qualche modo. Tutto l'ambaradan noracesco svanì al comando dell’interruttore dell’abatjour e io rimasi con la domanda di come mettere d’accordo il mondo globale auspicato da Norace, nei limiti del Mediterraneo e delle sue sponde allargate, e la battaglia di Lepanto.

giovedì 14 aprile 2011

Curioso, i neolitici sì, i nuragici no

di Stella del Mattino e della Sera

I suoi silenzi, perché in fondo che mi ha detto? L'Antico viene, si beve un paio di caffè, si chiude nel silenzio, ma in fondo che sa scrivere non me lo ha mai mostrato. Sa neppure leggere secondo me. Sa neppure navigare, arriva e basta. L'ossidiana dei neolitici viaggiava in lungo e in largo, verosimilmente non da sola: “In Emilia, nell'insediamento neolitico di Pescale (Modena), della cultura dei Vasi a Bocca Quadrata e della Lagozza (IV millennio a.C.), si raccolsero ben 950 frammenti di ossidiana sarda: forse a testimonianza della presenza di un centro di smistamento del pregiato materiale proveniente dall'isola” (P. Melis, 2000).
I neolitici navigavano di sicuro, perciò; sui Nuragici ancora si discute (a ragione secondo me). Idem con la scrittura: i graffiti su roccia, ceramica e robe così del neolitico fanno vedere che gli Antichissimi un codice almeno lo avevano, a “visual communication system” lo chiamerebbe Atropa. Io ho scoperto un documento che taglia la testa al Toro: una placca di scisto, dice E. Contu (1964) trovata nella tomba dei vasi tetrapodi di Santu Pedru. “Notevole è anche un frammento di scisto (20; tavv. XLVI 20, LIX, 20) di forma pressoché ellittica, in cui si notano alcuni segni graffiti a zig-zag.”. Non spiega perché sia notevole, però lo è.
Dott. Gigi in fondo cosa hanno lasciato i Nuragici? un paio di segni qua e là, sui lingotti ciprioti o “egei in generale”. Dei segni proprio uguali non si trovano nei sillabari dell'epoca, ma chi se ne frega, si vede che i Nuragici copiavano male, ci sarà una spiegazione scientifica no? La conosceva quella specie di testa di torello su un lingotto da una collezione privata ritrovato nei pressi del nuraghe Sant'Antioco di Bisarcio (Ozieri). Il Lilliu la definisce lettera minoica T con valore metrico e parla del XIV sec. a.C. Come T ha le corna un po’ troppo all'insù, ma fa uguale. Neppure il Toro di Luce hanno inventato i Nuragici: già quelli di Ozieri facevano anse di vaso a forma di testa di toro con un sole in testa, lo sapeva?  

Caro collega Stella, ti ringrazio per la souplesse con cui parli della vita nel fortino in mezzo al deserto dei Tartari. Si sa, fuori di lì i Tartari vivono, si agitano, amano, assediano, fanno scorribande; un giorno o l'altro daranno assalto al fortino, ma dentro le alte mura la vita continua come se la cosa non avesse grande importanza. Un comune amico mi avverte che domani alle 17.30 nella Fortezza Bastiani della Cittadella dei Musei a Cagliari, il tenente Drogo inaugurerà, per nome e per conto della Soprintendenza, la mostra "Parole di segni. Iscrizioni fenicio-puniche dai musei della Sardegna". Ci saranno, oltre alla Stele di Nora, "il più antico testo articolato in lingua fenicia della Sardegna", anche "alcuni reperti di eccezionale interesse presentati per la prima volta al grande pubblico". 
Riporto le parole del giovane tenente Drogo, conscio pare che i Tartari siano vicini e che lo faranno eroe: "La mostra costituirà l'occasione per affrontare sia sul piano scientifico che su quello divulgativo il tema dell'inizio della scrittura in Sardegna: il materiale epigrafico sarà analizzato dal punto di vista della differenza tra i supporti scrittori e da quello delle tecniche di scrittura, sul versante alfabetico come su quello linguistico, con particolare attenzione alle motivazioni del messaggio scritto, alle sue occasioni, ai contenuti e ai destinatari. L'obiettivo dell'esposizione è quello di aprire, anche se in modo virtuale e mediato dai reperti in mostra, un "dialogo" con l'antichità e le sue parole". 
Io spero che qualche Tartaro assediante riesca ad entrare nella Fortezza Bastiani e a decriptare per noi il messaggio che il tenente Drogo sta lanciando agli assediati. [zfp] 

mercoledì 13 aprile 2011

Nurdole di Orani. Decorazioni? No, scrittura potente! (II b)I

Segni fonetici della tavola-concio di Nurdole

di Gigi Sanna

Dopo l'articolo pubblicato ieri (Nurdole di Orani. Decorazioni? No, scrittura potente (II)), restano ora da esaminare i singoli segni in base alla testimonianza del resto della documentazione scritta nuragica, procedendo naturalmente, per ovvi motivi di spazio e per necessità di estrema sintesi, a inserire a corredo solo alcune immagini oppure (a partire dal segno n. 8) delle tabelle (rappresentative ma non esaustive) dei documenti, ormai noti e trattati più volte in questo Blog, che riportano i segni fonetici (pittografici e/o lineari) contenuti nella 'tavola' - concio di Nurdole 2 .

martedì 12 aprile 2011

Nurdole di Orani. Decorazioni? No, scrittura potente (II)

di Gigi Sanna

Qualche settimana fa abbiamo illustrato la 'tavoletta' di Oniferi e la Pintadera di Barumini, mostrando (crediamo ad abundantiam) che l'apparente decorazione 'geometrica' di alcuni prodotti dell'arte nuragica cela in realtà una sofisticatissima scrittura geometrico-numerica e alfa-lineare posta in essere dalla fantasia e dalla genialità degli scribi nuragici vissuti durante l'età del bronzo e quella del I ferro (e forse anche più in là). Una scrittura del 'tempio', ben organizzata, sempre coerente (per motivi tabuistici e religiosi) e inquadrata in un sistema che consentiva variazioni continue sul tema ma non il mutamento del linguaggio formulare e l'infrazione di certe 'regole' ben definite. Tanto stabilite che l'organizzazione del testo, l'uso dei simboli fonetici convenzionali e del lessico non differivano se non in dettagli sia che il documento fosse composto - poniamo - ad Arzachena o a Barisardo oppure a Pozzomaggiore o a San Giovanni Suergiu.

Oggi intendiamo ribadire (ma lo faremo più in là anche con un terzo documento lapideo, sempre di Nurdole) l'esistenza di questa 'scrittura' e delle sue 'regole' ma con una bella prova in più, quella che aspettavamo da tempo: la presenza di scrittura lineare (con chiara attestazione di più di un segno noto e indiscutibile di detta scrittura) mista a quella di tipo geometrico-numerica. 

venerdì 8 aprile 2011

Sono le Pleiadi o puri elementi magico-simbolici?

Leggendo la bella guida che Maria Ausilia Fadda ha scritto per l'editore Delfino (Il complesso nuragico di Gremanu) mi è tornato alla mente un articolo che avevo letto quasi un anno fa. L'ho rintracciato. L'aveva scritto per L'Unione sarda Roberto Ripa con il titolo: “Quel messaggio stellare nella pietra di Fonni”. La pietra è quella che si vede nelle due illustrazioni tratte dal libretto e fu trovata durante gli scavi delle tombe di gigante di Madau a circa un chilometro da Gremanu.
Una piccola digressione, ma non del tutto fuori tema, prima di mettere guida e articolo a confronto: riguarda le parole “tomba di gigante”.
La stele di Madau
Secondo l'archeologa, la “definizione popolare” ha a che fare con le dimensioni dei monumenti e della camera funeraria “atta, secondo la tradizione, ad accogliere defunti di statura eccezionale”. Par di capire che la statura di cui si parla sia quella fisica. In realtà sos zigantes sono tali, proprio nella tradizione, per la loro grandezza morale riferita, va da sé, non ad una morale universalmente accettata ma sardescamente intesa. Uno dei più celebri mutos sardi canta: “Sos bentos de levante / in sas marinas friscas / sunt carricande s'oro / Nùgoro no est prus Nugòro / sas carreras sunt tristas / ca mancant sos zigantes”. “S'oro” e “sos zigantes” erano i barbaricini (un migliaio) fatti prigionieri e deportati dai soldati in un rastrellamento alla fine dell'Ottocento. Sono i gigantinos, insomma, di cui parlano le scritte nuragiche decifrate da Gigi Sanna che gigantinos continuano ad essere. È normale che non sapendo leggere o rifiutandosi di leggere quelle scritte, si possano confondere i figli di Dio con gli spilungoni.
La restituzione grafica della stele
Nella sua guida, la dottoressa Fadda descrive due lastre della prima tomba di Madau contenenti “motivi simbolici” e più dettagliatamente parla di una delle due che “reca incisi in corrispondenza della parete esterna una serie di motivi simbolici [nella didascalia alla restituzione grafica specifica “magico-simbolici”, NdR]”, quelli delle due figure qui pubblicate. Secondo l'archeologa, i due elementi potrebbero provenire “da una medesima, assai più antica situazione monumentale, che priva ormai delle originarie valenze e funzioni, fornì materiale lapideo ai costruttori della tomba nuragica”. Questi motivi rimanderebbero a “stele e menhir istoriati attribuiti ad età tardo-neolitica (fine IV-inizi III millennio aC) provenienti dal limitrofo territorio di Mamoiada”.
Una lettura assai meno minimalista è quella che è data su L'Unione del 22 maggio 2010 dal naturalista naturalista algherese Roberto Barbieri, responsabile della spedizione e del team di archeologi (guidati da Giampiero Pianu dell’università di Sassari) impegnati al progetto della nave nuragica. Secondo Barbieri quegli elementi magico-simbolici “sono una formidabile e puntuale rappresentazione delle Pleiadi. E secondo Eugenio Muroni, speleologo e astrofilo sassarese “si tratta certamente di una mappa del cielo. I due gruppi di coppelle, rappresentano con notevole realismo i due sistemi stellari “ammassi aperti” delle Pleiadi e delle Iadi, con in basso a sinistra la V del Toro e il suo occhio, la stella Aldebaran».
Muroni, autore di uno studio sull’altare di Monte D’Accoddi, ipotizza: “Nella stele di Madau sono presenti le raffigurazioni di quelle che potrebbero essere le “montagne del cielo”, ovvero i luoghi alti terrazzati con punto apicale stellare”. Insomma quella pietra sarebbe una sorta di certificato di nascita della ziqqurat turritana, traduce il giornalista che riferisce anche un presagio del ricercatore: “Siamo alle soglie di una nuova rivoluzione nella ricerca archeologica in Sardegna”. Nell'idea e nella volontà di Muroni certo sì. Chi sa se siamo su quelle soglie anche per coloro ai quale le Pleiadi, le Iadi e Aldebaran sembrano motivi simbolici e magici?

lunedì 4 aprile 2011

Zattere, torri e carcere. E lo scandalo continua

di Augusto Secchi

Non c’è niente da fare: per avere ascolto bisogna incatenarsi a un cancello o issarsi su una gru. In alternativa si può bivaccare per un mese su una torre. Se i mesi sono tre, e la torre è aragonese, le probabilità d’essere ascoltati salgono vertiginosamente. La cosa migliore, ma non è cosa certa, è quella di rinchiudersi per sette anni nell’ex carcere dell’Asinara, possibilmente a digiuno. Un anno e trentaquattro giorni - e magari avendo l’impudenza di fare colazione, pranzo e cena - è stato provato empiricamente sulla pelle dei cassintegrati del Vynils, non basta. E non basta neppure scrivere un libro corale, e accorato, che parli del loro dramma e del dramma vissuto dalle loro famiglie.
Se poi uno soffre di claustrofobia o di vertigini, deve limitarsi a scrivere ad un giornale o a un blog per non farsi venire travasi di bile che sono sempre dietro l’angolo. Ovviamente anche questo, di per sé, non è sufficiente. Il giornale e il blog devono avere anche direttori che pubblichino quello che si scrive. È il mio personale caso: dopo quattro interventi sui vergognosi aumenti dei biglietti applicati dalle compagnie di navigazione sono giunto al quinto. Mi piacerebbe parlare anche d’altro, a dire il vero. Parlare dei miei alunni, ad esempio, delle loro domande sulla limba sarda che a loro parere gli è stata rubata, parlare del bellissimo intervento di Michela Murgia sugli intellettuali silenti che non merita certamente il silenzio. Ma non c’è niente da fare: appena esco da casa vengo circondato da persone che mi riferiscono i loro disagi: “ma lo sai che un’intera comitiva di fiorentini ha disdetto la prenotazione nel mio albergo? Ma lo sai che quest’anno non ho affittato neppure per quindici giorni? Ma lo sai che quest’estate mi devo grattare la pancia perché nessuno mi ha chiamato come stagionale?”
E siccome non bastano le lamentele di persona me ne sono giunte una caterva via mail, compresa una di un tale che, in un gesto estremo di protesta, cercherà di fare la traversata su una zattera di bancali e bombole. Per tirare un po’ il fiato, e non diventare monotematico, mi sono barricato in casa e ho deciso di non aprire più la mia casella elettronica. Quando io e la mia bile eravamo tranquillamente stravaccati sul divano mi è arrivato questo messaggio di un collega: “Caro Augusto, ti scrivo perché quest’anno io e la mia famiglia non possiamo rientrare a casa per le vacanze pasquali. Mio padre non sta bene e sicuramente avrebbe avuto piacere di vedere me e, soprattutto, sua nipote che ha compiuto proprio oggi un anno. Ti giuro che mi dispiace da morire, ma davvero non posso. Una traversata che prima costava duecentottanta euro oggi mi costa quasi seicento euro. Ti sembrerà strano ma lavorando solo io non posso davvero permettermi questo lusso”.
Ed è stato proprio alla parola “lusso” che ho pensato che il divano, la limba e l’articolo su Michela Murgia potevano attendere. Perché se in una Italia una e indivisibile prendere una nave per le vacanze pasquali è diventato un lusso c’è qualcosa che non quadra. E quelli che nel lusso ci sguazzano devono capirlo, così come lo devono capire i nostri politici pigri e silenziosi e gli armatori come Vincenzo Onorato che, a parole, dicono di amare quest’isola da generazioni. E se non lo capiscono con i primi quattro interventi che sono stati completamente ignorati, lo capiranno, spero, con questo. E se non lo capiranno neppure con questo ce ne sarà un sesto e, chissà, un settimo. Giornale, blog e direttori permettendo, s’intende. Ma, almeno su questo, sono fiducioso.

sabato 2 aprile 2011

Precoce interruzione del "sentimento nazionale"

Con le iniezioni da cavallo di retorica patriottarda somministrate agli italiani, il “sentimento nazionale” e la “coesione nazionale” sembravano essersi messi stabilmente in circolo in alcune decine di milioni di persone. Anche con esiti inquietanti, come mi è capitato di costatare un paio di giorni fa in un bar del mio paese: un bimbo di quattro anni si è messo a cantare l'inno di Mameli, insegnato – ho saputo – dalle maestre dell'asilo pubblico a lui e agli altri figli della Lupa suoi coetanei che schiavi di Roma Iddio li creò.
Quanto sta succedendo in questi giorni di sbarchi di profughi e di clandestini sta lì a dimostrare che la verniciata di amor patrio data sulla Penisola e sulle Isole era una patina sottile e neppure di buona qualità. Non ha resistito se non una decina di giorni dopo l'apoteosi del 17 marzo. Le regioni, investite dal Governo della necessità di mostrare “coesione nazionale” e chiamate ad ospitare i futuri immigrati, stanno facendo i loro conti e rispondono sì o no secondo le rispettive compatibilità. 
È ovvio che così sia, posto che solo chi conosce il proprio territorio e lo amministra è in grado di decidere qualità e quantità dell'accoglienza, ma anche se sia possibile accogliere clandestini o profughi o entrambi. Capita, così, che anche uno sventolatore di tricolore come il sottosegretario Mantovano abbia messo da parte il “sentimento nazionale” e si sia curvato sulla propria regione, preferendo poi la sua solida piccola patria a quella grande ed evanescente.
All'interno di tutte le regioni, e non solo quella pugliese, spetterà alla dialettica fra maggioranza e opposizione far sì che non prevalgano gretti egoismi o, al contrario, la demagogia e il cinismo di chi dall'una parte e dell'altra sventola lo stendardo del tanto peggio tanto meglio. I vedovi inconsolabili del centralismo dei bei tempi che furono (peggiore persino di quel che viviamo) gridano allo scandalo e chiedono decisioni accentrate plaudendo alla minaccia di Maroni (“agiremo d'imperio”) con la quale il ministro leghista ha svelato quale sia il concetto corrente di federalismo. Aumentare la paghetta alle regioni, alle province e ai comuni, dar loro la chiave di casa ma stabilire tassativi orari per il rientro sotto il tetto materno, di per sé a rischio di crollo.
C'è in giro aria di guerra civile, “a bassa intensità” per ora. Nella piazza c'è chi è convinto di essere a Tripoli o a Damasco, che il Governo italiano sia come quello di Gheddafi o di Assad e che essi siano gli intemerati ribelli al tiranno. Fuori della piazza e dentro il Parlamento si è allo scontro fisico e alla reciproca delegittimazione intorno ad una legge che una maggioranza vuole e una opposizione contesta, sia nell'aula sia nella piazza. Chi abbia ragione è l'ultima delle preoccupazioni. Chi ricorda le barricate fatte contro la “Legge truffa” (che poi tanto truffa non era) o quelle montate contro la Nato (oggi osannata da chi le fu ferocemente contro) certo non avrà avuto timore di quanto è successo in questi giorni. Un po' di rimpianto per quelle intemperie lo avrà, semmai, chi assiste alla bolsaggine di una maggioranza che fa delle forzature senza riuscirci, travolta nel ridicolo di non esser capace neppure di far approvare un processo verbale.
Quel che dà il senso del precipizio sul cui orlo è lo Stato italiano sono i contorcimenti di tutta la politica che da un lato vorrebbe spargere su tutto lo “Spirito generale della Nazione” e dall'altro dimostra nei fatti che non questo spirito ma neppure quello dello Stato esiste. L'Italia è in guerra e la società politica che l'ha dichiarata pare sul crinale di una guerra civile, dando ai partner europei e atlantici l'immagine di uno stato inaffidabile proprio per i suoi conflitti interni non più frutto di una dialettica, ma di reciproche delegittimazioni. Solo un residuo di responsabilità ha fatto sì che il maggior partito dell'opposizione dicesse no all'invito sciagurato di una sua parte di “salire sull'Aventino”. Non è tanto l'atto concreto, ritirarsi dal Parlamento, già di per sé sciocco a inquietare; è il solo pensarci, segnalando a chi non aspetta altro che Berlusconi è Mussolini e la maggioranza una riedizione del Partito nazionale fascista. Che si è, insomma, in una dittatura la quale si può solo rovesciare come gli egiziani han fatto a Il Cairo e i libici tentano di fare a Tripoli.
Non so se ha precedenti la convocazione urgente dei capi banda al Quirinale, dove Napolitano li ha strigliati. Ma già edita o inedita che sia, la strigliata significa che c'è atmosfera da punto di non ritorno. La corsa verso il baratro dovrebbe, a quel che si capisce, avere una sola possibilità di arresto: la consegna della testa di Berlusconi o, per i più moderati, il suo esilio. Dubito che quell'uomo a ciò si rassegni, ma se anche fosse? I fans del presidente del Consiglio certo non si rassegnerebbero e avrebbero qualcosa di pesante da dire (o da fare). Né questo bloccherebbe il disfacimento di uno stato che, contrariamente a quanto dicono per autoconsolarsi gli unitaristi, non ha guai perché giovane, ma perché nato decrepito, costretto persino ad inventarsi una storia diversa da quel che è.
Ma c'è una domanda di fondo che ci riguarda da vicino: la Sardegna che ci sta a fare? Continua a dividersi appoggiando l'uno o l'altro dei principi che a Madrid si schierano con l'uno o con l'altro pretendente al trono di Spagna. Pa’ noi non v’ha middori, non impolta lu ch’ha vintu, o sia Filippu Quintu o Càrralu imperadori” cantavano gli antichi galluresi. Possibile che si sia ancora a questo?