venerdì 30 aprile 2010

Quanto dura una civiltà? E Norace mi rispose

di Efisio Loi


“Perché continuate ad applicare le categorie delle vostre ideologie ottocentesche per spiegare fatti di quattro, cinquemila anni fa? Consigli di anziani, comunque aristocratici, che subentrano al sovrano nella ‘gestione della cosa pubblica’? Popolo che si ribella perché ‘gli ultimi capi tribali non avevano più rispettato la comunità’?”
Così mi apostrofa Norax (d’ora in avanti lo chiamerò Norace perché anche a me, norax, dà l’idea di un antidepressivo) nel guazzabuglio dei brandelli di sonno in cui mi dibatto ogni volta che mi capita di eccedere nel pasto serale. Ci avrei giurato che sarebbe tornato a visitarmi in sogno. Gli ho dato questo nome sia perché non si è presentato, sia come segno di rispetto verso le ipotesi del mio amico Montalbano – mi posso definire tale, Pierluigi? –
In su bisu, Norace così continua: “Introduzione della proprietà privata? ‘Aferra, aferra’ dei pubblici terreni, mentre prima c’era il capo che distribuiva a piacimento? Dicasteri, sale di Consiglio? Sarei curioso di sapere a quale sistema costituzionale avete pensato. Monocamerale o bicamerale?”
Cerco di reagire debolmente: “Ma, ma…e il parallelismo con l’Egeo e con l’Oriente? E l’analisi diacronica e sincronica? E l’analisi della cultura materiale, stratigraficamente con precisione inquadrata? E poi – e qui mi altero – Pierluigi è uomo d’onore. Ha la scienza dalla sua!”
“La sciiieeenza…” – Riprende quello con tono sarcastico. – “Ti sei dimenticato di quegli scienziati che, l’altro giorno, per sostenere le loro tesi sul ‘riscaldamento globale’, tentavano di mettersi segretamente d’accordo su quali dati far circolare e quali nascondere all’opinione pubblica?”

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mercoledì 28 aprile 2010

Oe est die de sa Sardigna e de sos sardos

Oe est sa Die de sa Sardigna, festa natzionale de su pòpulu sardu. Amentamus su 28 de abrile de 216 annos a como, cando sos casteddàios in sa Capitale de su Rennu de Sardigna, sos tataresos in Tàtari e sos aligheresos in S'Alighera nch'ant dispatzadu su Vitzerè Balbiano e unos treghentos funtzionàrios, su Guvernu de s'ìsula. Fiant piemontesos, nitzardos, savoiardos e nche los ant catzados sena nde fèrrere e nde mòrrere mancunu: una revolutzione sena sàmbene.
Casteddàios, tataresos e aligheresos no ant chertu bortulare s'Istadu, su Rennu sardu, si non catzare su Guvernu de s'ìsula in manos a gente còmprida dae foras, dae sos àteros istados sardos. Mancu Giommaria Angioy e sos revolutzionàrios chi l'amparaiant giughiant in mente de revessare s'Istadu sardu: su progetu insoro fiat de l'agabare cun su feudalèsimu e de pesare s'autoguvernu de sa Sardigna, ponende mente a sas ideas giacobinas chi compriant dae Frantza e dae sa Revolutzione sua.
Est deghesete annos chi festamus sa Die de sa Sardigna e est 17 annos chi grustos de intelletuales, mancu male semper prus pagos, crìticant s'issèberu fatu dae su Parlamentu sardu de pesare a custa occurrèntzia sa festa de su pòpulu sardu. Sos prus, arresonende cun sas categòrias polìticas de oe (tìrria contra a sa forma monarchica de s'Istadu, innòrantzia de sa forma federale de su Regnu de Sardigna, e gasi e gasi), bèfulant sos sardos de tando chi una die nche catzant “sos piemontesos” e de pustis pagu tempus acolligint cun entusiasmu mannu su Capu de s'Istadu, su Re de Sardigna, est a nàrrere.
Sos prus betzos de nois s'ant a amentare it'est capitadu in Itàlia a sos tempos de su Guvernu Tambroni, trìulas de su 1960. Partidu comunista e partidu sotzialista ant pesadu tando una rebellia manna contra a su guvernu de Fernando Tambroni: in Reggio Emilia b'at àpidu sete mortos. Su presidente de du Consìgiu s'est dèpidu dimìtere de pustis bator meses de guvernu. Ma nen sos comunistas nen sos sotzialistas ant mai pensadu de revessare s'Istadu italianu nen su presidente de sa Repùblica, Gronchi. Pensare chi sos revolutzionàrios sardos de su 1794, pro tènnere s'istima de custos intelletuales bennidores, depiant bortulare sa monarchia e isfassare su regnu sardu est una tontesa chi cun s'istòria non bi pitzigat ne a muru ne a gianna. Ma custa est sa torrada de chie arresonat de sos tempos colados cun sas ogreras ideològicas de oe. In custu e in àteros domìnios.
Carchi intelletuale de custa iscola ideològica si l'est torrende a pensare e a cunsiderare sos fatos de s'istòria in su cuntestu insoro. Est una cosa bona. Cheret nàrrere chi b'at isperu. E chi sa Die de sa Sardigna at a sighire a èssere in sa cunsèntzia de sos sardos, comente amentu de fatos chi los faghent pòpulu e non gente.

In sa foto: S'intrada de Giommaria Angioy in Tàtari, de Giuseppe Sciuti

martedì 27 aprile 2010

Il Poltbjuro della Nvls contro la bieca reazione

Il Politbjuro della NVLS è inquieto. La bieca reazione in agguato ha osato l'inosabile: “Si può fare una mostra del libro in Sardegna senza gli scrittori sardi?”, si chiede indignato un giornalista (La Nuova, 25 aprile) che così si risponde: “Sembra una contraddizione ma a Macomer è accaduto proprio questo”. È accaduto, infatti, che gli scrittori della NVLS non sono stati invitati a parlare dei loro romanzi, come invece fanno un giorno sì e l'altro pure nel loro quotidiano di riferimento.
La spiegazione data dagli organizzatori della Mostra del libro in Sardegna è che si era deciso di esporre i libri stampati da case editrici sarde. Una scusa, è vero, risibile, posto che i primi tre libri presentati venivano da fuori, ma questa è una innocente concessione al provincialismo. Però il Politbjuro della “Nouvelle vague letteraria sarda”, la NVLS appunto, non è di questo che si indigna. “Gli” scrittori sardi lì sono iscritti e solo essi hanno diritto a essere considerati tali, laonde per cui fuori loro fuori la narrativa sarda.
Ma perché tanta protervia da parte della bieca reazione? È chiaro: “Molti degli autori appena citati (cinque in tutto, NdR) si sono schierati pubblicamente per Soru alle elezioni regionali del 2009”. Della qualcosa, bisogna ammetterlo, nessuno si era accorto. Anzi tutti eravamo convinti che la NVLS fosse il luogo geometrico della letteratura in Sardegna e che l'appartenenza politica c'entra nulla. Del resto, è solo un caso che di quei magnifici cinque la Digital library della Regione sarda abbia pubblicato in epoca soriana ogni respiro, che il loro giornale di riferimento li segua dal momento in cui cominciano a scrivere a quando pubblicano, non mancando di segnalare ogni loro spostamento e ignorando ciò che d'altro si produce nell'Isola in materia di narrativa.
Peppino Marci, critico letterario dei migliori esistenti, uomo di sinistra, ha recentemente scritto: “Un (intraprendente) scrittore pubblica un libro con una (intraprendente) casa editrice. Un (compiacente) critico scrive un'articolessa che un (compiacente) redattore mette in pagina con grande risalto. Direte: e allora, cosa c'è di male? Niente; se si esclude che fanno tutti parte della stessa area politica, che da decenni se la cantano e se la suonano sostenendosi l'un l'altro e sostenendo gli stessi leader, dando quotidiane lezioni di pubblica moralità all'intero universo; facendo, in sostanza, i propri affari”. (L'Unione sarda, 12 aprile).
E stiamo parlando, qui, della narrativa in italiano. Quella in sardo, nonostante i quasi duecento titoli, non esiste proprio, né esistono i suoi autori. E passi per il Politbjuro della NVLS e dei suoi portavoce: non esiste neppure per la bieca reazione in agguato. Quando si dice gli opposti estremismi.

lunedì 26 aprile 2010

Ma tutti i miti possono diventare storia. Nausicaa, per esempio...

di Giuseppe Mura

Il titolo assegnato dagli organizzatori alla Mostra del libro di Macomer, anno 2010, è "Sardegna nel Mito". Zuannefrantziscu la presenta nel suo Blog intitolando il suo articolo con un termine molto significativo: "Tutto è mito, niente è storia".
Dovendo sintetizzare al massimo il contenuto del mio libro “Sardegna, l'isola felice di Nausicaa”, questo concetto espresso da "Zuanne" può essere tranquillamente rovesciato, in quanto "tutti i miti possono diventano storia". Per suffragare una tale affermazione ho depurato dai miti gli elementi di fantasia: quanto resta, specie in termini geografici e narrativi, contiene informazioni reali sulle vicende del tempo.
La ricerca sulle fonti antiche è stata condotta rinunciando a priori agli assiomi consolidati, infatti una mente sgombra dai preconcetti è libera di spaziare su campi rimasti ancora inesplorati e di rivisitare le fonti disponibili. Insomma, niente voli Pindarici, ma riflessioni sul contenuto delle antiche fonti comparandone i dati con gli elementi reali individuati nel territorio e in quelli forniti dall'archeologia.
Il modello culturale proposto ricostruisce gli aspetti delle origini della cultura sarda, svelandone le radici remote ancora oggi presenti nelle antiche fonti bibliche egiziane e greche; la comparazione di queste fonti consente di ricostruire quello che era il vero scenario dell'Età del Bronzo, che comprendeva, insieme alle maggiori culture orientali, la Sardegna nuragica, in vera e propria competizione con le stesse nella navigazione, nelle costruzioni, nel possesso dei metalli e nelle arti.
In questo scenario trovano la loro giusta collocazione in Sardegna luoghi ideali come Tarsis-Tartesso, l'isoletta di Erizia che ospita il Giardino delle Esperidi, le Isole dei Beati, il regno di Crono e Atlantide; allo stesso modo rientrano nella storia genti come gli Sherden, i Cari, i Pelasgi-Tirreni e i Dori-Eraclidi, inoltre la civiltà nuragica diventa la vera "catalizzatrice" di molti misteri rimasti irrisolti della preistoria.
PS - Per chi avesse piacere di esserci, presenterò il mio lavoro a Cagliari il 6 maggio, alle ore 1900, presso l'Associazione culturale ITZOKOR, via Lamarmora 123.

Che cosa dice la politica cantonale nuragica alla politica di oggi?

di Carlo Carta
 
Entro in punta di piedi in questo interessante dibattito (e me ne uscirò subito appena sentirò le prime urla) perché sento il dovere di dire qualcosa su questa “politica cantonale nuragica”. Ne parlai a Santa Cristina di Paulilatino durante un dibattito dell’allora embrionale e litigioso Partito Democratico della Sardegna. Ricordo che feci un intervento proprio in questo blog, stimolando un bellissimo dibattito con te Gianfranco ed il compianto (mai abbastanza) nostro comune amico Eliseo Spiga. Oggi mi fa piacere che alcuni studiosi se ne occupino, ma mi fa piacere ancor più che nel PD (oltre sempre a litigare) ci sia qualcuno che comincia a parlare di nuovo Statuto Regionale, di legge Statutaria e soprattutto di Indipendenza. Ne parla ovviamente Renato Soru, che come sempre con coraggio ha fatto da apripista, ne posso liberamente parlare io. Mi rendo conto che non è cosa semplice, soprattutto quando hai a che fare con un Partito nazionale, italiano. Tuttavia ne parliamo, attraverso dibattiti tra la gente, organizzando eventi culturali a dimensione locale.
Da sempre mi attanaglia questo dubbio su che tipo di struttura avrebbe potuto avere la società nuragica, in una sua ipotetica evoluzione moderna, se non fosse mai stata sottoposta agli influssi culturali dei vari invasori che sino a qui si son succeduti. Una cultura, quella Nuragica, nettamente antiurbana. Diretta conseguenza di ciò che rimaneva della cultura ereditata dai loro predecessori “i Sardi Coppelliti”. Un villaggio nuragico poteva certamente aspirare a divenire città, ma necessitava ovviamente di un intervento esterno e politico. Un monarca o una o più divinità. Con la buonanima di Eliseo si parlava e si scriveva parecchio di Confederazione Comunitaria e di come organizzare l’Isolamento delle comunità nuragiche e pre-nuragiche, facendone un punto di forza e non di debolezza delle stesse.

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domenica 25 aprile 2010

La fine dell’Età del Bronzo in Sardegna

di Pierluigi Montalbano

Intorno al X a.C. i sardi cambiano organizzazione sociale passando dal sistema gestito da un sovrano a scelte concordate dall’assemblea della comunità. I nuraghe vengono abbandonati, le cinte esterne e le parti alte abbattute, e alcuni nuraghe importanti vengono trasformati in templi.
In questo periodo si assiste ad un sistematico spoglio dei materiali contenuti all’interno dei nuraghe. Il proliferare dei ripostigli (luoghi nei quali è conservato il “tesoretto” della comunità) segna la fine di un epoca (quella dei regni) e il passaggio ad una società aristocratica gestita dalle famiglie importanti della comunità che sostituiscono i capi tribali che avevano sede nel nuraghe. Il potere passa al villaggio con la comparsa di grandi sale, costruite sopra gli strati del X a.C., destinate all’elezione dei capi.
Una particolarità che inizia in questo periodo è la miniaturizzazione (anche i bronzetti sono espressione di ciò) delle torri che vengono divinizzate e riprodotte in pietra e bronzo. Il nuraghe perde la sua funzione originaria di sede del capo tribale, ma non quella sacra di luogo in cui c’è la divinità o il capostipite. Si riconosce nei costruttori dei primi nuraghe il ruolo di antenati da divinizzare. Evidentemente gli ultimi capi tribali non avevano più rispettato la comunità, o non avevano mantenuto il benessere sociale, e avevano perso il loro ruolo di guide della popolazione. Furono deposti e si cambiò tipologia di organizzazione, mantenendo comunque integro il rispetto nei confronti degli antichi padri della civiltà nuragica.
Il nuraghe è anche la sede di un capostipite e la divinizzazione dell’edificio riguarda sia l’antenato che la sua sede. In pratica si mescolò in un unico simbolo sia il capostipite (costruttore dell’edificio) che l’edificio stesso. Infatti anche nelle necropoli troviamo la rappresentazione dei nuraghe, come a Monte Prama.
Se in antichità ci fu effettivamente l’eroe Norax, come riportato da alcuni autori classici, possiamo spiegare sia il nome dei nuraghe, sia il nome della civiltà, sia il nome dei capostipite. In questo periodo si passa dall’aniconismo all’antropomorfismo delle statue. Il nuraghe rappresenta l’elemento che sta in mezzo: il betilo aniconico si trasforma nel betilo-nuraghe e, a sua volta, questo si trasformerà in sculture in pietra e bronzo a figura di eroi e dei. Gli strati più antichi dei nuraghe sono scavati o tagliati per sistemare vasche, altari e betili-nuraghe, e questo evidenzia una volontà di divinizzare gli edifici. Bisogna, come sempre consiglio, fare attenzione ai contesti stratigrafici perché gli strati non sono uniformi e si rischia di sbagliare le datazioni: l’elemento più recente data il contesto, ma nello stesso strato ci può essere una risistemazione di strutture ed è facile confondersi.
I modelli di nuraghe in pietra sono rovinati e presentano a volte dettagli di difficile lettura, ma quelli in bronzo sono integri e attraverso questi si può capire come era realizzata la parte terminale delle torri.
Un dato importante che invita ad una seria riflessione è che non esistono bronzetti attribuibili a fasi del Bronzo Finale e che gli animali e le figure antropomorfe rappresentate nelle sculture bronzee sono, a mio parere, da interpretare come divinità.
All’inizio dell’Età del Ferro ci fu l’introduzione della proprietà privata e nei villaggi ci si impadronì dei terreni, mentre prima c’era il capo tribù che decideva a chi darli e a chi toglierli. Si passa dai villaggi alle prime città: ci sono dicasteri, sale del consiglio, palestre e strutture idrauliche, che vanno letti in funzione di un processo di urbanizzazione simile a quello che avvenne nelle città greche. Le case iniziano a presentare molti ambienti, si tratta di case padronali con laboratori, bagni, strutture termali, magazzini e camere per dormire. I sardi in questo periodo erano in rapporto con levantini e greci e iniziarono ad organizzare delle vere e proprie città.

sabato 24 aprile 2010

Ecco l'alfabeto nuragico nell'albero della scrittura


di Gigi Sanna

Dal 2004 ad oggi, i documenti nuragici rinvenuti in diverse località della Sardegna, ma soprattutto nell'area centro occidentale (Paulilatino, Abbasanta, Seneghe, Norbello) si sono quasi quadruplicati confermando 'ad abundantiam' le caratteristiche della scrittura arcaica sarda della seconda metà del secondo Millennio a.C.; codice che, per quanto originale sotto diversi aspetti (notazione varia della lettera 'b', riporto del segno 'commentatore', legame stretto tra scritta e 'numero', ecc.), prendeva chiaramente spunti (principio dell'acrofonia, scrittura 'a rebus', direzione della lettura varia) dalle elaborazioni formali delle scuole degli scribi delle città (di Ugarit, di Tiro e di Biblo in particolare) dell'attuale territorio compreso tra la Siria, il Libano e la Palestina.
Ricordo l'osservazione del Naveh circa il documento di Nora come spia di rapporti culturali EST-OVEST: oggi può essere tranquillamente non solo fatta propria ma anche consolidata ed ampliata sulla base della più che vivace documentazione scritta sarda che, come si è già detto in questo Blog, quanto a tipologia 'protocananaica', ha superato addirittura la stessa documentazione della lontana 'patria' d'origine che risulta composta da una trentina di documenti circa.
Rapporti culturali Est-Ovest che però - lo ribadiamo ancora una volta - non hanno consentito, stando almeno alle nostre ricerche (di 15 anni e più), di rinvenire documenti di scrittura di tipologia 'cretese' o greca ( lineare A, lineare B, cipriota).
Da ciò possiamo ricavare che il codice 'protosinaitico-protocananaico' giunse in Sardegna, con ogni probabilità intorno al 1600-1500 a.C., cioè già all'alba della costruzione dei Nuraghi, delle Tombe di Giganti e dei Pozzi sacri, in alcuni dei quali monumenti le scritte (pittografiche e/o lineari) consonantiche ritrovate denunciano la presenza del Sardus pater ('ab šrdn) o della divinità ('el -yh), per il quale il codice fu espressamente inventato, nonché la presenza dei 'figli tori' di quella stessa divinità .

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Ho come l'impressione che batti e ribatti, la questione della scrittura antica registri una lenta marcia di avvicinamento, oltre che una prudente battuta d'arresto del "no" a priori, da parte di settori più avvertiti dell'archeologia sarda. A Serri, il mio caro amico Giovanni Ugas ha detto che, oltre che nei lingotti oxhide, vi sono dei caratteri alfabetici "levantini" impressi nelle ceramiche nuragiche a partire dal bronzo finale o dall'età del Ferro; e, parlando a Senorbì, il professor Bernadini ha detto di ceramiche nuragiche dell'età del ferro che mostrano segni dell'alfabeto fenicio, e di uno spillone bronzeo nuragico con 4 lettere fenice. Sono informazioni che ci ha dato Mauro Peppino Zedda in suoi post su questo blog. Per ora sono levantine e/o fenice. E se lo fossero, fenice intendo, come le iscrizioni della Stele di Nora? L'importante è, comunque, che la cappa di silenzio cominci a mostrare crepe. [zfp]

venerdì 23 aprile 2010

Apologo di una Sardegna cantonale

di Efisio Loi

Le ultime interpretazioni, di matrice universitaria, sulla originaria funzione dei nuraghi ci mostrano una Sardegna del secondo millennio avanti Cristo strutturata, dal punto di vista sociale e politico, in “distretti” nuragici. Tali distretti o “cantoni”, come più esattamente vengono denominati, erano caratterizzati da un nuraghe principale e da una serie, variabile come numero, di nuraghi di rango secondario distribuiti strategicamente sul territorio in funzione del primo. Nel principale dimorava il sovrano del cantone che da lì governava, con un sistema di “conduzione della cosa pubblica” simile a quella in vigore nel Medio Evo della nostra Era.
Infatti i nuraghi secondari erano appannaggio di una classe sociale di nobili di cui il re o, secondo altri la regina, doveva essere espressione. Una stratificazione gerarchicamente piramidale sarebbe dimostrata dalla diversa importanza dei nuraghi cantonali, rilevabile dalla ineguale grandezza e complessità. C’erano, insomma, i vassalli, i valvassori e i valvassini. Un vero e proprio feudalesimo ante litteram.
L’idea mi piacque immediatamente. Questi cantoni mi hanno subito richiamato alla mente la Svizzera e ho accarezzato l’idea di un popolo altamente civile e moderno (chissà se c’erano le banche) da sbattere sul muso di chi ci vuol male, considerandoci primitivi trogloditi. Mi crogiolavo in simili pensieri – Scusate se è poco: eravamo noi Sardi gli Svizzeri di 4800 anni fa. L’avessi saputo nei primi anni ’60…. L’avrei detto subito a mio zio, immigrato a cercare lavoro che trovò proprio in Svizzera, con l’obbligo però, di lasciare la famiglia al di qua del confine colla Lombardia e, quindi, costretto a due viaggi al giorno, da e per il suo posto di lavoro. Gliele avrebbe cantate di santa ragione a quei parvenues dei suoi datori di lavoro. –
Mi crogiolavo, dicevo, e me li sognavo la notte i miei antenati nuragici cantonali. Quando proprio in sogno me ne apparve uno che mi apostrofò di brutto:
“ Ma lo sai quanti ce n’erano di nuraghi ai nostri tempi? Voi ne conoscete circa settemila ma ti assicuro che erano molti di più”.
– “Embé?”, faccio io.
– “Come, embé? Ma lo sai quanta popolazione ci sarebbe voluta per mantenere a sbafo diecimila corti di mangia-pane-a-tradimento? Per non contare la soldataglia, dal momento che, da quel che ho capito, in quella organizzazione su cui tu ti sbrodoli, a vostro modo di vedere, ce le davamo di santa ragione un giorno sì e l’altro pure. Diecimila fortezze, diavolo! Neanche nel periodo della guerra fredda c’erano tanti silos nucleari in tutti gli Stati Uniti d’America. In quel periodo in tutta la Sardegna eravamo sì e no 150.000 persone. Poniamo pure che non tutti i 10.000 nuraghi fossero in “attività” contemporaneamente, e riduciamoli alla metà; quanto fa 150.000 diviso 5.000? se non sbaglio fa 30. E trenta persone, compresi i vecchi e i bambini, avrebbero dovuto sostenere non il titolare di ogni nuraghe solamente ma tutta la sua corte e le sue milizie. E poi, non eravamo in regime matriarcale e, fino all’età del ferro, non si viveva forse, grazie alla Dea Madre e alle sue succedanee terrene, in pace e in amore? Fino a quando il potere non passò in mano a quei guerrafondai di uomini?”
– “ E gli Shardana? Dove li mettiamo gli Shardana?”, ribatto io piccato – “Non eravate forse la Legione Straniera del Faraone che vi impegnò nella battaglia di Qadesh contro gli Hittiti? E non è di voi che si parla nella stele così detta ‘degli Sherden’ di Ramesses II, che così recita: “Per quanto riguarda gli Sherden dal cuore ribelle, non si era capaci di combatterli dall’eternità. Essi venivano, possenti su navi da guerra in mezzo al mare e non si riusciva a tener loro testa…”
– ? E non siete voi rappresentati nei rilievi di Medinet Habu in battaglia navale contro il Faraone e con i vostri carri a buoi mentre tentavate di invadere l’Egitto dall’entroterra libico? Alla faccia del pacifismo! Colonialisti e guerrafondai eravate. D’altra parte nei vostri bronzetti non mancano certo le armi.”
Quello mi elargisce un sorriso, che più sardonico non si può, e mi fa: –“Mi sa tanto che tu, oltre a non conoscere la demografia, abbia poca dimestichezza nel sistemare i fatti secondo il loro andamento cronologico. Altrimenti non ti sarebbe sfuggito che la battaglia di Qadesh è del 1200 circa e i fatti riportati a Medinet Habu sono ancora più recenti e riguardano il Faraone Ramesses III. In quel periodo di nuraghi ormai non se ne costruivano più e la nostra pacifica civiltà era già venuta meno. I carri a buoi che tu hai ricordato non erano i panzer di conquistatori ma, se avessi la bontà di guardare meglio, li vedresti carichi di bambini e di donne. Era un popolo di disperati in cerca di una nuova terra. Ammesso, poi, che quelli là, i così detti Shardana, fossimo proprio noi, i Sardi nuragici.
Con questo non voglio dire che la nostra civiltà fosse tutto un ‘volemose bene’ e ‘un porgi l’altra guancia’. Che scontri al nostro interno ce ne fossero non si può negare. Ce n’erano, eccome! Soprattutto fra contadini e pastori. Tanto è vero che si è conservato, come modo di dire ma anche come tradizione dura a morire, l’allocuzione ‘corpos che in festa’, in riferimento a quanto spesso succedeva nei grandi raduni religiosi e di mercato, come ad esempio a Santa Vittoria di Serri, quando ci si ritrovava per rinsaldare, di fronte alla Divinità, i vecchi patti e le lacanas fra la Sardegna del grano e la Sardegna dei pascoli. Ma da questo a dire che i diecimila nuraghi in Sardegna fossero regge e presidii fortificati di sovrani in guerra, pressoché continua, fra di loro, ce ne corre. Per quanto riguarda i bronzetti armati, sei ancora una volta fuori tempo. Quella roba lì é dell’Età del Ferro. O grullo, svegliati.” –
In effetti mi svegliai, in un bagno di sudore, imprecando per quel che avevo mangiato a cena e contro quel rompiballe di nuragico che mi aveva distrutto quella magnifica “cantonata sardo-svizzera”.

giovedì 22 aprile 2010

Tutto è mito, niente è storia

Immagino che gli organizzatori della Mostra del libro di Macomer sappiano bene che cosa è un mito e che fra le tante definizioni possibili non abbiano in mente quella che lo individua come creazione ideale, distinta dal pensiero logico o scientifico, una leggenda, insomma. Fatto sta che il titolo collettivo della manifestazione (comincia oggi e finisce domenica) è: “Sardegna nel mito”. Una parola che ricorre ogni giorno. Del “mito sardo nel mondo antico” parlerà oggi Paolo Bartoloni, notissimo studioso dei Fenici e coautore del progetto del “Golfo dei Fenici”. Domani Sergio Frau dovrà rispondere alla domanda “Sardegna, isola mito?”, quindi toccherà all'ex europarlamentare del Pci Andrea Raggio, al deputato del Pd Paolo Fadda e all'ingegnere Massimo Rassu parlare di “L’Isola tra storia e mito”. Infine, per non farci mancare nulla, di “I miti agli albori della cultura e della scienza: una rilettura della mitologia classica” parlerà il professor Gian Nicola Cabizza.
Ad una prima lettura e, confesso, con una dose di motivata diffidenza, sembra che gli organizzatori (la Regione, il Comune di Macomer, la Provincia di Nuoro) abbiano già fatto la loro scelta: la storia sarda comincia ad un certo momento (con l'arrivo di Fenici, per caso?) tutto il resto è mito, leggenda, creazione ideale. Come quella, per dire, che Platone si inventò con la sua Atlantide e che l'amico Sergio Frau in “una chilata di libro” - così dice lui – dimostra non essere un mito. Alla maliziosa domanda se la Sardegna sia un'isola mito, non ho dubbi che risponderà di no. Il problema, in definitiva, non sta nelle risposte che daranno gli studiosi invitati a parlare; sta nell'approccio che gli organizzatori della Mostra del libro hanno avuto alla questione del rapporto tra la storia e la protostoria in Sardegna.
Loro sembrano non saperlo, ma la discussione in atto in Sardegna è di altro tipo: riguarda il passaggio dalla preistoria alla storia, prima che sull'isola sbarcassero i Fenici. Riguarda, insomma, la comparsa della scrittura. Io non so se gli editori dei libri di Gigi Sanna (che fanno parte dell'Associazione editori sardi, che alla mostra collaborano) abbiano deciso di non proporli come oggetto di discussione o se – mi pare probabile, però – gli organizzatori abbiano fatto spallucce. Fatto sta che una mostra del libro che ignori un fenomeno editoriale di tanta portata, proprio quando si decide di mettere a confronto mito e storia, se non prevenuta ostilità è iniziativa miope e autolesionista. Come spesso sono le operazioni ideologiche.

PS – A chi avesse piacere di parlare di letteratura in Sardegna, segnalo il dibattito che ci sarà sabato alle quattro del pomeriggio nel Padiglione Filigosa delle ex Caserme Mura. A discutere di “Narrativa tra due lingue” ci saremo Ottavio Olita, Filippo Sechi, Ignazio Siddi e io. Ci coordinerà Gianni Muroni. Ve lo segnalo qui perché i quotidiani sardi, che hanno pubblicato tutto il programma degli incontri, uno lo hanno dimenticato: quello sulla “letteratura fra due lingue”. Hanno subodorato la trappola: in quel “fra due lingue”, vuoi vedere che si accennava anche alla lingua sarda? Al sentir parlare della quale, come è noto, mettono mano alla pistola. Che ci volete fare? Sono divisi su tutto, i due quotidiani: ma quando si tratta di “Una patria, un popolo, una lingua” mettono da parte i contrasti e marciano come un sol uomo.

mercoledì 21 aprile 2010

Toh, pare sia vero: la zigurat di M. d'Accodi è orientata astronomicamente

Il nostro amico Mauro Peppino Zedda ha, dunque, fatto centro con la sua teoria sull'orientamento astronomico dei monumenti nuragici e della zigurat di Monte d'Accoddi che sta lì, nei dintorni di Porto Torres da cinquemila anni. La bella notizia, pubblicata oggi su L'Unione sarda, è che a dargli ragione è una équipe di studiosi (fra cui Zedda) guidati da Guido Magli, fisico e ordinario di archeoastronomia al Politecnico di Milano. Magli e gli altri hanno pubblicato la loro scoperta sulla rivista “Mediterranean Archaeology and Archaeometry International Scientific Journal”, cui collabora una cinquantina di docenti e scienziati di tutto il mondo.
Mauro ha lungamente insistito, anche in questo blog, sulle sue scoperte, sollevando l'incredulità, quando non il sarcasmo e la contrarietà, di non pochi altri studiosi, più inclini alla sacralizzazione del conosciuto che alla curiosità e alla apertura mentale che sono o dovrebbero essere patrimonio della scienza che essi coltivano. Fra questi c'è anche lo scopritore di Monte d'Accoddi, l'archeologo Ercole Contu che con l'autrice dell'articolo dell'Unione liquida tutto con un lapidario: “Fantasie”. E ancora: “Non sono un astronomo, ma credo che sia un caso” l'orientamento scoperto da Zedda e dai suoi colleghi. Più prudente Giovanni Lilliu: “Non essendo un astronomo non posso dire nulla. Però quando si parla di simbolismo tutto è probabile e nulla è certo”.
La zigurat di Monte d'Accoddi è considerata, come è noto, un unicum, una sorta di misterioso incidente della storia. Pare che così non sia, visto che Leonardo Melis ne ha trovata un'altra nei dintorni di Pozzomaggiore e la ha illustrata qualche giorno fa ad Oristano presentando il suo nuovo lavoro. Anche questa scoperta, secondo le nostre migliori tradizioni, ha sollevato sarcasmo, incredulità e franche contrarietà. Recentemente, Melis ci ha dato, su questo blog, notizia della visita che alcuni archeologi avrebbero fatto alla zigurat di Pozzomaggiore. È una notizia di seconda mano, visto che a lui l'hanno raccontata altri. Ma non ci sarebbe niente di strano. Quel che continuerebbe a stupire, se la visita fosse reale, è il silenzio su quel monumento che “a priori” è stato definito un protonuraghe. Che la vicenda di Magli, Zedda e compagni insegni prudenza nel definire impossibile ciò che non è conosciuto? Speriamo.

martedì 20 aprile 2010

Segni di vita intorno allo Statuto sardo

Sulla questione di un nuovo modo della Sardegna di stare in Italia e in Europa, ci sono segni di vita negli schieramenti politici sardi. Il senatore del Pd Antonello Cabras ha presentato un disegno di legge costituzionale “Statuto speciale della Regione Sardegna” e fra non molto raggiungerà nel Parlamento sardo (dove sarà trasmesso dal Senato) l'altro disegno di legge presentato nel novembre di due anni fa dal senatore Piergiorgio Massidda, del Pdl. Quest'ultimo ha fatto integralmente sua la proposta del “Comitato promotore del nuovo Statuto speciale della Sardegna”, presentata nel febbraio del 2008.
Tra non molto, insomma, il Consiglio regionale avrà a sua disposizione tre articolati: quello di Massidda, quello di Cabras e quello del Comitato (uguale al primo, ma corredato da una premessa, “Dallo Statuto alla Costituzione sarda”, e da un commento molto ben strutturato), importante quest'ultima proposta perché nata fuori dalle aule del Parlamento italiano e spontanea. Questa è pubblicata nel mio sito, di quella di Massidda ecco qui il link, quello di Cabras, non ancora pubblicato nel sito del Senato, è nel mio sito. Sempre lì, si può trovare una sinossi delle parti a mio parere più importanti dei testi dei due senatori.

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lunedì 19 aprile 2010

Eran 300, giovani e forti e visitarono La Prisgiona

È una piccola notizia, persa fra le pagine di un quotidiano sardo: il complesso nuragico di La Prisgiona di Arzachena è stato visitato fra il giugno e l'ottobre dello scorso anno da 13 mila persone, solo 330 erano locali. Sono venuti da Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Argentina a visitarlo, non da Arzachena e dintorni. Il cronista non rinuncia, a commento, a un po' di moralismo a buon mercato: si vede che qui si è più interessati al mattone che alla cultura. Ma la questione, credo, è assai più complessa e attiene soprattutto al clima culturale che aleggia intorno alla civiltà dei sardi antichi.
Basta vedere il sito in cui è anche la pagina dedicata al complesso di Capichera, intitolato “Arzachena Costa smeralda", con in evidenza una barca a vela semovente che attraversa una lunga splendida spiaggia e con il primo articolo dedicato a Porto Cervo, un villaggio inventato negli anni Sessanta del secolo scorso. È chiaro che si tratta di una pura operazione di marketing su cui sarebbe non solo inutile, ma anche stupido fare del moralismo. Ma così è: La Prisgiona è semplicemente un ciliegina offerta a turisti con gusti culturali fra un bagno e l'altro nelle spiagge, informati dell'esistenza di interessanti retaggi nel passato di quella regione che si chiama Costa smeralda.
Ma chi ha informato e informa gli abitanti di Arzachena e dintorni che nel loro territorio esiste un “patrimonio storico di grande valore e ineguagliabile bellezza” come dice al cronista Angela Antona, archeologa della Soprintendenza per i beni archeologici, che La Prisgiona scava da anni? Certo non la scuola italiana che ignora il complesso di Capichera al pari degli altri ottomila nuraghi e che è impegnata a insegnare che “l'Isola era abitata già nel II millennio aC dall'antico popolo dei Sardi. Poi fu colonizzata dai Fenici, dai Greci e infine dai Romani nel III sec. AC” “Exploro – Sussidiario delle discipline”, di Tiziana Canali, adottato nelle scuole medie).
Né è di grande aiuto a formare conoscenze l'opera di quegli archeologi e di quegli amministratori che hanno deciso di ripetere, con il battesimo del neonato “Golfo dei Fenici”, l'operazione Costa smeralda: stessi intenti di marketing e stessi effetti di esproprio linguistico, storico, toponomastico che, come dimostra quel “Arzachena Costa smeralda”, diventa irreversibile. Quanto ci vorrà perché leggiamo “Cabras Golfo dei Fenici”, “Monti Prama Golfo dei Fenici” e così via sbattezzando? Ma torniamo a La Prisgiona, visitata da 13 mila stranieri e 330 indigeni.
Qualcuno ricorderà la notizia, data il 5 febbraio da Videolina e ripresa su questo blog, della scoperta in quel complesso di una “misteriosa scrittura” trovata in una capanna nuragica. La notizia dal sen fuggita non è stata ripresa da alcun giornale e la stessa emittente non ne ha mai più parlato. Che si trattasse di una bufala? Forse no, visto che ne sono state mostrate delle immagini, ma se lo fosse perché non dirlo? Questo, insieme al ritrovamento di una sessantina di iscrizioni, neppure negato ma solo ignorato, dà, credo, la dimensione del clima culturale che circonda la civiltà dei sardi antichi. Qualcuno sostiene che gente come me subodora il “complotto”. Che sciocchezza, la cosa è assai più banale e terra terra: al massimo si tratta di difesa di una rendita di posizione. Una rendita di chi, magari, vorrebbe l'insegnamento della storia sarda nelle scuole. Me la immagino: “C'era una volta, nel Golfo dei Fenici o, è lo stesso, nella Costa smeralda, gente che costruiva curiosi edifici a cono tronco che, pare, servivano... Poi arrivarono i Fenici, i Greci, i Romani e finalmente fu civiltà e scrittura”.
Non so voi, ma io penso che quei 330 indigeni della Costa smeralda che sono andati a vedere La Prisgiona siano degli avventurieri, forse in preda a suggestioni sardiste, nazionaliste e indipendentiste.

Il nuraghe La Prisgiona in una foto del sito "Arzachena Costa smeralda)

sabato 17 aprile 2010

Apparatnik e primi scricchiolii

Qui da noi, in Sardegna, i partiti stanno facendo di tutto per confermare nei cittadini una opinione molto diffusa: la politica non è uno strumento adatto ad affrontare i problemi. Tutti sappiamo che non è così, che senza la politica, la sua capacità di mediare e di fare compromessi fra interessi e esigenze in conflitto, vincerebbe la legge della giungla che affida la vittoria agli interessi dei prepotenti e/o dei più furbi. Certo, la politica è anche machiavellismo (di solito imparato sul Bignami o, peggio, su Selezione dal Reader's digest), ambizione personale, ferocia, il tutto una volta contemperato dalle ideologie.
Morte queste, che nel loro obbrobrio almeno davano ai partiti una veste presentabile, rimane il resto e rimane, soprattutto, la immarcescibile incapacità dei partiti di prendere lezione da quel che intorno a loro succede: in Francia va a votare metà degli elettori, in Italia ci sono segni di disaffezione visibili da un cieco ma non dai partiti. In Italia è capitato anche che le nomenclature siano state sconfitte. Per ora a sinistra in maniera vistosa, ma qua e là anche a destra, senza che le stesse nomenclature si diano una ragione del perché il loro potere vacilli, convinte, anzi, che nei casi di sconfitta si sia trattato di un qualche errore tattico.
In Sardegna l'assalto alla nomenclatura viene nei due schieramenti opposti, la sinistra e la destra, in due città come Nuoro e Cagliari, mentre il mondo dell'indipendentismo – ma questo è un discorso da farsi a parte – non riesce a mettere a profitto questo primo nucleo del caos. Non so se per imitazione (se è andata bene a Vendola, perché non dovrebbe andare bene anche a me?) o se perché davvero si ha la consapevolezza della crisi degli apparatnik, fatto sta che a Nuoro questi sono sfidati a sinistra e a Cagliari a destra. Nella prima città, a sfidare l'apparato è il sindaco di Ollolai Efisio Arbau, ribellandosi alla decisione del suo partito, il Pd, di ricandidare a presidente della Provincia Roberto Deriu; nella seconda la nomenclatura è sfidata dal senatore Piergiorgio Massidda, in dissenso con il suo partito, il Pdl, che prima gli assicura la candidatura a presidente della Provincia e poi gliela nega, preferendogli un uomo di fiducia di un ex sottosegretario esterno alla provincia, ma desideroso di espandere la sua influenza. Questo allo stato attuale e salvo ripensamenti.
A contorno di queste due vicende, emblematiche della crisi degli apparati di partito, tradizionali e scontate lotte per bande che non è detto cesseranno alla presentazione delle liste. Le vicende, anche recenti, mostrano che alla vittoria ottenuta dalle nomenclature nella imposizione di un candidato non corrisponde necessariamente la fine della guerra intestina e la vittoria del candidato dato per già eletto. La confusione è grande e la situazione è eccellente, diceva Mao dse-dung. E forse da questa confusione uscirà la sconfitta degli apparati, in quanto tali portati alla contemplazione dei propri ombelichi, e il ritorno alla democrazia nei partiti. Ma nel percorso per questo ripristino, nel frattempo, temo si sarà fatto il deserto. E nella cosiddetta “gente” si sarà radicata la convinzione che la politica non è fatta per le persone normali.


PS – I movimenti indipendentisti e nazionalisti, come accennavo, hanno perso un'altra occasione per presentarsi come alternativa credibile ai partiti di matrice italiana. Anzi, con la loro disunione non si sa bene su che cosa fondata, ripercorrono la strada tracciata dai partiti italiani, fatta di guerre intestine. Ma, mentre questi, chi più chi meno, chi con empiti nazionalitari chi con franca visione granditaliana, si sono ricavati il ruolo di amministratori della dipendenza, e sono perciò sostanzialmente un blocco unito, gli indipendentisti non di fare blocco, ma si frantumano. E litigano per spartirsi una piccola area, anziché ingrandirla secondo le potenzialità che, uniti, avrebbero. Forse sperano che la crisi della politica, la disaffezione dei cittadini nei confronti dei partiti e dei loro apparati, le loro lotte intestine favoriscano il travaso di consensi verso di loro. Vorrei sbagliarmi, ma credo che la loro disunione porti gli elettori alla amara considerazione: sono tutti uguali.

venerdì 16 aprile 2010

Che cosa c'entra il Tevere con Zeppara e Solarussa

di Massimo Pittau

Gli antichi hanno tentato in modo molto vario e molto maldestro di spiegare l’etimologia del nome del fiume tosco-laziale Tevere (lat. Tiberis, Thybris, Thebris, greco Thybris); si veda la sintesi di questi tentativi presentata da Varrone (L.L. V 30). In epoca moderna, se non vado errato, è stato per primo Wilhelm Schulze, nella sua importantissima e geniale opera Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen a prospettare l’origine etrusca del nome del fiume tosco-laziale (ediz. 1991, pgg. 247, 582). Egli lo ha fatto in base alla consonanza di questo idronimo con alcuni antroponimi etruschi. Questa spiegazione etrusca dello Schulze è stata in seguito accettata da Alfred Ernout, Les éléments étrusques du vocabulaire latin (Bull. de la Soc. de Ling., XXX, 1930, pg. 22) e dopo da Giuliano Bonfante, Etruscan Words in Latin (WORD, 36, 3, 1985, pg. 204).
Mi dichiaro in pieno accordo con la spiegazione dello Schulze, ma siccome dall’anno della prima comparsa della sua opera (1904) il materiale documentario della lingua etrusca si è accresciuto notevolmente, ritengo di essere in grado di avvalorare molto meglio la tesi della matrice etrusca dell’idronimo.
C’è da premettere che all’inizio il Tevere non scorreva al centro del Lazio, ma segnava il confine del Latium vetus e dell’Etruria e inoltre giocava un ruolo tanto importante nella vita dei Romani e degli Etruschi, sia per l’approvvigionamento idrico sia come via di trasporto per uomini e merci, che era stato anche personificato e divinizzato sotto il nome di Tiberinus (Ennio, Ann. 54; Virgilio, Geo. 4.369). In virtù di questa divinizzazione si comprende il fatto che ne siano derivati alcuni antroponimi, latini ed etruschi insieme, aventi un valore teoforico: Tiberinius, Tiberinus da confrontare con quelli etr. Theprina, [Th]efrina (suffisso –in-); Tiberius da confrontare con quelli etr. Thepri(e), Thefri, Thefarie, Teperi; Tiberio,-onis da confrontare con quello etr. Thepriu (suffisso –on-/-ũ) (DETR 213, 215, 399).

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Nella foto: Statua del Tevere al Louvre

mercoledì 14 aprile 2010

Caro Stiglitz, quando si predica bisogna saper predicare

di Gigi Sanna

E bravo il nostro Stiglitz! Una bella predica 'religiosa' in periodo di 'Pasca manna' e per di più - vedi malizia – 'pesce' laico' d'Aprile. In qualche modo anche tentativo rabbioso di replica per smorzare il ridicolo suscitato con un/una MRD da palcoscenico mondiale.
Un 'Sermone - si direbbe - per la 'resipiscenza' dei Sardi rincoglioniti perché suggestionati da noti stregoni straccioni, 'gaurros', e/o da più 'gentili' pifferai 'mitomani'. Però, però: un pulpito lì ed ora un pulpito qui, anche se questo mio intervento non vuole certo essere una predica che si aggiunge ad un'altra predica, ma un modesto e doveroso ('perchè - ce lo siamo dimenticato - anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano') commento, con qualche leggero appunto, alla predica con appello alla 'resistenza', manifestamente quest'ultimo più che dichiarato. Perché pare che la Sardegna ora, colpevole soprattutto l'archeologia irresponsabilmente fantasiosa, sia il pericoloso brodo dei micidiali batteri d'infezione per nuove stagioni di insurrezioni, di incendi di Parlamenti, di marce su Roma o su Cagliari, di dittature e di stermini di massa.
Il Padre Stiglitz, noto forumista di rango popolare, ci ha già abituato ai suoi interventi oratori estemporanei su certe tematiche e quindi, da questo punto di vista, niente o quasi niente di nuovo e di strano. In questo Blog avevamo già sottolineato e commentato il tenore di un suo intervento a mitraglia, da elefante africano tra cristalli, in una sua conferenza (Bonorva, mi pare) dove praticamente tutto o quasi tutto, passato al suo vaglio (a tutti è noto di quale riconosciuto magistrale spessore!), era 'spazzatura' o quasi; intervento tanto aggressivo che aveva travolto, con una certa accusa scellerata perché di supponenza inaudita, archeologi del calibro di Lilliu e di Giovanni Ugas (che, come si sa, gli aveva risposto con il tono che meritava).
Ora però la nuova 'predica' va esaminata quasi punto per punto perché mi pare che il concionatore abbia superato di molte misure la decenza. E anche la stessa detta tolleranza delle formiche. Vediamo dove:

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Nei giorni scorsi, il manifesto sardo ha pubblicato un articolo di Alfonso Stiglitz dal titolo "Sardi e cavalieri" in cui si fa un incauto accostamento tra nazismo e razzismo e le ricerche su Atlandide, Shardana e il dio unico dei nuragici. Il sito ha rifiutato la pubblicazione di alcuni commenti all'articolo dell'archeologo sardo. Qui gli risponde Gigi Sanna, pesantemente tirato in ballo. [zfp]

martedì 13 aprile 2010

A proposito delle espressioni "Santu Doxi" o "Zesù sette"

di Alberto Areddu
 
Invitato cordialmente dal Prof. Sanna ad esprimermi sulle espressioni: Santu doxi e Gesù Sette, "Santo dodici" "Gesù Sette", che, preservando a suo dire, un antichissimo utilizzo di origine cananea, conservatosi ormai nei termini di una smorfia popolare, richiamerebbero le valenze numerologiche cananee di: "12= Sole", "7=Santo", non disdico l'invito e offro una mia possibile soluzione.
Orbene che nel sardo, ci possan esser delle sopravvivenze arcaiche, come in altri linguaggi, pensiamo al francese che in alcuni numeri (80:"quattro-venti") ci attesta l'esistenza di un sistema predecimale a base vigesimale, che deve esser stato dei Celti, è un postulato oramai accettato, tuttavia prima di accettare a cuor leggero le sue interessanti proposte, dovremmo interrogarci se non sia possibile spiegare le due espressioni meno dispendiosamente.
Detto che l'espressione logudorese ("Zesù Sette") digitata su Internet mi rimanda sempre alla stessa pagina di Wiki, mirrorata su altri siti, e non altrove, osservo ancora due cose che mi colpiscono in negativo: 1) il fatto che le espressioni si usano in contesti caricati ("si usa come moto di stizza" leggo su Wiki), e non in comuni contesti espressivi, e tanto meno in chiesa; 2) come mai non c'è anche "Santu tre", posto che il "3" rappresentava "Lui" nell'ensemble cananeo ? (o c'è una triade o non c'è nulla)
Ora nei meccanismi di interdizione del linguaggio studiati nel classico saggio della Galli De' Paratesi (Semantica dell'eufemismo, Bologna 1964), si fa cenno al meccanismo secondo cui, invece che nominare il destinatario della bestemmia (santo, Dio, Madonna), si ripara su accostamenti parafonici: è il caso di "Porco zio", di "Maremma Amara", la bestemmia notoriamente è l'altra faccia dell'invocazione. Ci son religiosi che han detto che quando uno bestemmia in realtà prega, solo che bestemiando rischi qualcosa, anche perchè il nome di Dio, per molte religioni, è indicibile e va sostituito.
La cosa è antica: i greci antichi, ci erudisce il Coseriu, giuravano sull'oca χηνa, o sul cane kuva perché tabuistici e parafonici per Ζηνa 'Zeus' (e da qui si spiegherebbero le espressioni "porca l'oca" "porco cane", di area settentrionale). In alcuni casi testimoniati anche su: http://it.wikipedia.org/wiki/Bestemmia, invece che bestemmiare "Dio" si devia sui numerali "due" o "duo" (si preserva la D- di Dio e si paracaduta la bestemmia su un paravento parafonico neutro). Anche in Sardegna c'è l'interdizione, e non solo verso forme del religioso, ma anche per altre forme di potere innominabile o nei confronti delle interiezioni, considerate una forma di imprecazione: ricordo mio zio buonanima che invece di dire "Pisti!" quando si faceva male, talora usava dire: "Pistimadu s'annu!".
Sempre questo zio, riferendosi a sua moglie, diceva: "Cussa tr..usina", 'quella bambinetta' (ovviamente per non dire altro); o ancora in famiglia per lenire: "sa justiscia chi ti currat", si diceva e si dice: "'iscia chi ti currat" (il terreno acquoso che ti perseguiti) (si lascia lo stesso suono, ma se ne diluisce la virulenza). Riguardo ai Santi l'accostamento col Demonio è frequente, perché noi tutti di Sacra Romana Chiesa si nasce sotto un santo del calendario, ma se uno si comporta male ecco: "Diaulu su santu chi t'at criadu!". (= Quel santo sotto cui sei nato era un Diavolo, indi tu sei un diavolo).
Ne consegue che in "Santu doxi" ci deve essere stato un meccanismo soggiacente di interdizione (di Deus o di Dimoniu/Diaulu) e si è riparato sul numero "doxi" probabilmente perché ha lo stesso numero di sillabe di "santu" (il vocabolario del Puddu dà: dianni, dianna, diantzine ecc. come eufemismi per diaulu). Riguardo "Zesù sette", qualora attestato, qui il meccanismo (ugualmente giocato sulla isometria sillabica) è basato sulla evocazione probabile delle "7 parole di Gesù sulla croce" (ma la numerologia cristiana legata a Gesù e al "7" è ricca). In Logudoro "sette" è poi il numero della vaghezza alta: "jà binde fini sette !" , "jà nd'appo 'idu sette 'e alluttas !". Rilevo dal Rubattu: "Su tiàulu fait una coja dogna sett’annus" 'il diavolo combina un matrimonio ogni sette anni'; in tedesco si ha l'espressione: "böse Sieben" 'sette cattivo',  'megera', che sortisce da un antico gioco di carte, nel quale il 7, raffigurato col diavolo, ammazzava tutte le altre carte.  Nei Vangeli si dice: (Luca, 8, 2), riferito alla Maddalena: "dalla quale erano usciti sette demoni" (H. Biedermann, Simboli, Milano 2005, 491). Non è dunque improbabile che l'origine della esistenza di tali espressioni, vada ricercata anzitutto in epoca molto più recente da quella suggerita dal Sanna, e con la specifica finalità di interdire delle imprecazioni: "vogliamo bestemmiare, ma non si può e allora paracadutiamo su un bersaglio neutro o apparentemente neutro l'imprecazione", aggiungerei che in quest'ultima espressione, possa nascondersi un qualche più o meno esplicito rimando acustico all'interiettivo "bette!" 'pezzo di'.

lunedì 12 aprile 2010

L'autogol dei critici letterari compiacenti

Scrive oggi su L'Unione sarda Giuseppe Marci, forse il maggiore critico letterario sardo e intellettuale di sinistra: “L'elettore di centrosinistra è scontento, guarda i suoi rappresentanti e non approva. Né le piccole, né le grandi cose; né le scelte politiche, né la moralità dei comportamenti: anche di quelli minimi. Faccio un esempio. Un (intraprendente) scrittore pubblica un libro con una (intraprendente) casa editrice. Un (compiacente) critico scrive un'articolessa che un (compiacente) redattore mette in pagina con grande risalto. Direte: e allora, cosa c'è di male? Niente; se si esclude che fanno tutti parte della stessa area politica, che da decenni se la cantano e se la suonano sostenendosi l'un l'altro e sostenendo gli stessi leader, dando quotidiane lezioni di pubblica moralità all'intero universo; facendo, in sostanza, i propri affari. Non hanno commesso reato ma una colpa più grave: hanno screditato la sinistra, hanno scippato nobili ideali trasformandoli in miseria”.

In realtà, l'amara considerazione e la denuncia di Peppino Marci non sono cucite intorno a questo o a quello scrittore, descrivono un quadro di malcostume che forse è presente ovunque, ma che in Sardegna ha tratti parossistici per due ragioni. La prima sta nella esclusione a priori di quanti, fra gli scrittori sardi, non sono cooptati o non sono iscritti alla nouvelle vague letteraria e/o allo schieramento politico fiancheggiato dalla critica militante; la seconda sta nel carattere ideologico delle esclusioni che riguardano tutti coloro che scrivono in sardo, indipendentemente dalle loro simpatie politiche.
La prima facies risponde ai criteri di “egemonia culturale” del mondo dei migliori, pessima rilettura della egemonia di gramsciana memoria. Va anche detto, a descrivere lo stato delle cose, dell'atteggiamento succube dell'altra parte dello schieramento politico sardo, incapace di sottrarsi al fascino dell'egemonia culturale di questa sinistra e quindi correa delle scelte che essa fa e riesce ad imporre. Uno degli intellettuali sardi di spicco che firmò la scomunica contro Sergio Frau ha scritto qualche giorno fa, in un sito della sinistra che più sinistra non si può, l'invito a non lasciarsi “suggestionare dalle varie e ricorrenti ondate di interesse quasi di massa (e sempre editorialmente fortunato) per scempiaggini come Shardana, Atlantide, da ultimo acabbadoras e altre affabulazioni mitizzanti e autoesotizzanti”. Dove chiunque può leggere nomi e cognomi, persino quello di una brava scrittrice nuorese una volta cooptata nella “nouvelle vague” e, come si vede, oggi espulsa, sappi tu se per le sue simpatie indipendentiste o se per il suo errore di aver voluto parlare di cose diverse dalle sorti magnifiche e progressive, come un qualsiasi Gigi Sanna o Sergio Frau o, honny soit qui mal y pense, Leonardo Melis.
Preoccupazioni inutili, quelle del Nostro, visto che critici e redattori compiacenti di queste cose non si occupano; hanno ben altri autori, compreso il Nostro, da sponsorizzare e da esaltare come rappresentanti unici ed esclusivi della cultura e della letteratura prodotta in Sardegna. Naturalmente nell'unica lingua usabile per scrivere: l'italiano. Ed ecco la seconda faccia della questione: in Sardegna si sono pubblicati negli ultimi trentanni circa duecento romanzi e racconti in sardo. Agli inizi il “fenomeno” suscitò un qualche interesse anche sulla stampa. Poi è calato un silenzio tombale che continua ancora oggi. Se i corrispondenti di paese non dessero conto, a volte, di presentazioni di libri in sardo, niente a che vedere naturalmente con le “articolesse” compiacenti, l'esistenza di una letteratura in sardo non sarebbe conosciuta neppure come “fenomeno”.
Il furore ideologico è tale che, in questo ambito, i critici e i redattori compiacenti non parlano neanche degli scrittori che, per dirla con Marci, “fanno parte della stessa area politica” e “sostengono gli stessi leader”. Nessun piagnisteo e nessuna invidia, questi autori viaggiano per paesi e villaggi parlando dei loro lavori con i destinatari dei libri, ma una grande pena, questo sì, per quanti, pensando di esercitare egemonie culturali – riprendo ancora Peppino Marci – “hanno screditato la sinistra, hanno scippato nobili ideali trasformandoli in miseria”.

domenica 11 aprile 2010

E la Lega si inventò le Province autonome per la Sardegna

Sono convinto che tutti sono legittimati a presentarsi con liste proprie ovunque vogliano. La legittimazione ultima spetta agli elettori che, con il loro voto, diranno ai pretendenti se la proposta politica fatta è degna o no di considerazione e di consenso. Nessun veto è, insomma, proponibile alla Lega nord perché tenti, con proprie liste, di essere rappresentata nei comuni e nelle province sarde.
Lo ha fatto in regioni del centro della Penisola e il successo ottenuto dimostra che in quelle regioni, forti nuclei di elettori hanno condiviso il suo programma amministrativo. Detto questo, la Lega dovrà attendersi un severo esame delle sue proposte per la Sardegna. A cominciare dal simbolo con cui si vuole presentare al giudizio dei sardi, in cui, accanto al simbolo tradizionale mettono la parola “Sardinia” e un nuraghe, quasi a significare che, per i leghisti, solo il passato protostorico è significativo della nostra isola. Non la civiltà dei Regni sardi, non la contemporaneità del sardo moderno, non il simbolo universalmente identificativo dei Quattro mori.
Ma c'è qualcosa di più inquietante ancora e sono le proposte del proconsole Fabio Rizzi il quale, a stare alle cronache, vorrebbe che lo Statuto sardo prevedesse l'abolizione delle province e la istituzione, al loro posto, di due province autonome: quella di Cagliari e quella di Sassari. “Così” avrebbe detto “la provincia di Sassari potrebbe far parte della Conferenza Stato-Regioni e avere rapporti diretti con lo Stato centrale e l’Unione europea”. Diceva queste cose a Sassari, ma immagino che dirà lo stesso a Cagliari, prevedendo analogo trattamento per quella provincia.
Credo che Rizzi sia consapevole del colpo mortale che vorrebbe infliggere alla unità della Sardegna, alla sua autonomia conquistata con battaglie politiche e culturali immani, proprio nel momento in cui è all'ordine del giorno la necessità di rafforzare questa autonomia, non di distruggerla.
Da tempo, è entrata nel lessico mediatico – e purtroppo anche politico – la replica in chiave sarda di espressioni come Nord-est e Nord-ovest della Sardegna in una cupio dissolvi che porta altri a immaginare un “Golfo dei Fenici” al posto di un nome consolidato nell'immaginario collettivo dei sardi. Si tende a cancellare identità come la Gallura, il Sassarese, l'Ogliastra, il Sulcis, il Campidano con tutto ciò che esso comporta in materia di identità, di cultura e di lingua. Ma la proposta del senatore leghista di replicare in Sardegna soluzioni istituzionali trovate per mettere insieme le province autonome di Bolzano e di Trento, un escamotage trovato dal centralismo italiano per annacquare la specificità del Sud Tirolo, ha dell'insensato. Non solo perché la storia non si ripete, ma perché la istituzione della Provincia autonoma di Bolzano è strettamente legata al fatto che il Sud Tirolo sia sede di una minoranza linguistica. Come lo è la Sardegna, il cui essere minoranza linguistica storica non può essere obiettivo di più o meno balzani disegni di divisione istituzionale.
Confondere le litanie della politica (per ragioni di posti di governo e di sottogoverno) sul “cagliaricentrismo” di questa e di altre giunte regionali e sulla “difesa del territorio” con un problema dei sardi ha dell'allucinante. Il contrasto localistico fra il cabu de susu e il cabu de giosso è storicamente problema delle classi dirigenti, non della gente che, grazie a Dio, se ne sbatte altamente. Sarebbe come prendere sul serio le battute che ad Ollolai si fanno sui gavoesi, o a San Sperate sui cagliaritani. Se la politica non sa fare di meglio che cavalcare gli inevitabili e, spesso, divertenti campanilismi, vuol dire che la sua credibilità ha raggiunto se non il fondo – perché al peggio non ci sono limiti – almeno gradi di risibilità mica male.
Ecco perché, pur essendo pienamente legittima la sua volontà di raccogliere consensi, la Lega “sarda” dovrà attendersi una altrettanta legittima e strenua contrarietà e, mi auguro, una franca e sconsolata risata.

PS - E sempre per restare in tema di leghismo e di cupio dissolvi l'unità della Sardegna: uno degli autori della biripartizione della lingua sarda, l'etnomusicologo Paolo Zedda, sarà candidato alla Provincia di Cagliari nella lista dei Rossomori. Quel partito si pronunciò per il "bilinguismo logudorese-campidanese" durante la campagna elettorale per le Regionali. Aspettiamoci che faccia un pensierino sulla Provincia autonoma di Cagliari. Tanto, ormai...

venerdì 9 aprile 2010

Influssi egiziano - Šardan? E il Toro Api ’Ak(u) ’Ab(i) cos’è?

di Gigi Sanna

Il documento di Pozzomaggiore scritto in caratteri protocananaici e logopittogrammi (anche numerici) nuragici ha, mi pare, definitivamente confermato quanto da noi sostenuto sei anni fa (Sardoa Grammata 2004, 8, pp. 347 - 364; tabb. 1 -2; figg. 1 -2 -3) a proposito della natura (e della provenienza) della divinità venerata dalle popolazioni antiche della Sardegna.
Infatti, per un lunghissimo periodo 'nuragico', praticamente per oltre mille anni, dalla fine dell'età del bronzo medio (ma forse anche da prima) sino al periodo dell'occupazione romana dell' Isola, i Sardi hanno venerato un'unica divinità, di origine cananea-palestinese: el-yh/yhh/yhwh. Di questa divinità e degli appellativi più frequenti attestati nei documenti (yh, 'el, 'ab, 'ak, nl/nr, nachas), abbiamo già detto in un nostro precedente post.
In questo articolo - al solito in questa sede obbligatoriamente molto sintetico e di natura meramente informativa - intendiamo proporre o, meglio, riproporre un altro appellativo della divinità che, con ogni probabilità, tramite il culto palestinese (molto arcaico) di yhwh, arrivò anche in Sardegna: quello di ’Ab(i).
Il cosiddetto 'bue' Api(s), che sarebbe bene chiamare 'Toro' Api, fu come si sa, particolarmente venerato a Menfi in Egitto, ma il suo culto antichissimo, stando a M. Bernal (1994: Atena Nera. Radici afroasiatiche della civiltà classica, Parma, vol, I, t.I, tav. I, p.16), risalirebbe alla seconda metà del quarto Millennio a.C. Dall' Egitto passò nei territori confinanti (Palestina-Siria) tanto che ne fu influenzato il culto sincretistico di 'El -Yhwhè, non solo in periodo storico (M.Smith, Gli uomini del ritorno,1984, 4, p.114), ma, con ogni probabilità, già nella prima metà del Secondo Millennio a.C., ovvero alla fine dell'eneolitico e agli inizi dell'età del bronzo.

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Questo articolo vuole essere una risposta, con prove (solo alcune) documentarie, alle inconsistenti affermazioni di una totale mancanza di influssi egiziani della cultura shardan del periodo nuragico ( XV – III secolo a.C.). A parte il ‘tanto’ (ma ‘tanto’!) riscontrabile nella scrittura ‘sacra’ e a ‘rebus’ di ispirazione protosinaitica –protocananaica con evidentissimi influssi egiziani (soprattutto quella monumentale), c’è la stessa religione del Toro celeste o Api che attesta quegli influssi. Toro straordinario l’Api , simbolo della potenza del Dio, ma anche chiaro simbolo della forza dei suoi figli ‘tori’ shardan (signori giudici) in terra. Ideologia del potere del faraone monarca dio in Egitto, ma anche ideologia del potere dei principes ‘divini’ shardan in Sardegna. [g.s.]

giovedì 8 aprile 2010

Il mitico giardino delle Esperidi era localizzato in Sardegna?

di Massimo Pittau

Accingendomi a trattare del mito del “Giardino delle Esperidi”, ritengo importante premettere e precisare che io lo reputo esclusivamente e totalmente una “leggenda” e inoltre intendo non analizzare il suo contenuto simbolico od evemerico, ma limitarmi a tentare di ricostruire la sua localizzazione geografica, ossia in quale terra del Mediterraneo esso è stato dagli antichi Greci agli inizi localizzato e per quale circostanza geo-naturalistica.
C’è da fare una prima considerazione di carattere linguistico: Esperidi, in greco Hespérhides, si riporta chiaramente all’appellativo greco hespérha «sera» = lat. vesper. Pertanto Hespérhides significava propriamente “Vespertine”, cioè “Ninfe della sera”. E infatti esse venivano chiamate anche “Figlie della Notte”, dato che il sole muore o tramonta in Occidente dopo la sera e verso la notte. Insomma le Esperidi erano le “Ninfe della sera, del tramonto o dell’Occidente”.
La funzione delle Esperidi era quella di sorvegliare, con l’aiuto di un serpente, il giardino degli Dèi, nel quale cresceva un albero coi pomi d’oro, regalo fatto dalla Madre Terra ad Hera in occasione delle nozze di costei con Zeus.
Si deve premettere che il primo autore greco che cita le Esperidi è Esiodo (Theogonía 215 sgg.), il quale le chiama appunto “Figlie della Notte”. Ora, dato che Esiodo è vissuto a cavallo dei secoli VIII-VII avanti Cristo, è evidente che nella ricerca dell’origine del mito delle Esperidi non si può andare molto indietro di quel periodo, io penserei solamente di decenni.
Gli storici moderni della Grecia antica sono fondamentalmente d’accordo sul fatto che il più antico stanziamento dei Greci nel bacino centrale del Mediterraneo, ossia nel Tirreno, è stato nell’isola d’Ischia (Pythekoûsai), nel golfo di Napoli, dove si sarebbero stanziati nel 770 avanti Cristo.

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Nella foto: Il Giardino delle Esperidi di Frederick Leighton

"Catalanista conservatore" a chi?

Apprendo con angoscia dal professor Paolo Maninchedda che sarei coautore (con Mario Carboni, Francesco Cesare Casula e molti altri) di una proposta di Nuovo Statuto sardo, “traccia culturale, con una patina di catalanismo conservatore spruzzata di cossighismo monarchico”. Ohibò. Guarda un po' che succede, quando la scienza infusa esime i suoi portatori dal leggere prima di criticare. Se lo avesse letto, non avrebbe sprezzantemente definito “traccia culturale” un testo articolato in 62 articoli e un Preambolo, fra l'altro già proposto sotto forma di disegno di legge al Senato e dal Senato spedito al Consiglio regionale sardo per il parere d'obbligo.
Il professor Maninchedda è consigliere regionale del Psd'az è, immagino, in grado di rintracciare il testo trasmesso dal Senato. Potrebbe persino, con la spesa di 7 euro, comprare il volumetto edito da Condaghes che pubblica la proposta del Comitato (fatta propria dal senatore Massidda e presentata, dicevo, come ddl). Ma, mi voglio rovinare, la può leggere e scaricare anche dal mio sito, insieme a quanti volessero controllare che cosa ci sia di “catalanismo conservatore” e di “cossighismo monarchico”.
Al professor Maninchedda, comunque, la proposta non piace. Credo che, insieme ai miei amici del Comitato, ce ne faremo una ragione. Se ne faranno una ragione anche i tanti elettori che lo hanno eletto al Parlamento sardo? Forse sì forse no. Certo è che non è chiaro quale sia la sua idea di Statuto. Il professor Maninchedda vuole l'indipendenza della Sardegna ed ha persino presentato una mozione consiliare. Una idea sconvolgente, raggiungere l'indipendenza attraverso una mozione, un vero uovo di Colombo a cui non hanno pensato i baschi e gli scozzesi, i quebecchesi e i kanak della Nuova Caledonia.
Pensate un po' come si stanno arrabattando in quelle lande per conquistare l'indipendenza. Avessero lontanamente pensato che, in fondo, bastava una mozione, quante amarezze risparmiate e quanti drammi accumulati solo per non aver avuto l'idea di Maninchedda. E en attendant Godot, aspettando che spunti l'alba dell'indipendenza, che fare? Uno Statuto di autonomia, certo, su questo Maninchedda è d'accordo. Quale statuto non si sa: quali poteri e competenze, quanta quota di sovranità, quale tipo di rapporto fra Sardegna e Unione europea, quale ruolo costituzionale deve avere la lingua sarda? Non si sa, solo si sa che la scrittura dello Statuto dovrebbe essere affidata a una Assemblea costituente, un'ottima idea quindici anni fa quando nacque, una scappatoia per non affrontare di petto la questione, oggi che il federalismo fiscale è alle porte e la Sardegna rischia di vedersi applicare norme dall'alto perché le classi dirigenti sarde, una parte almeno, stanno lì a gingillarsi con gli strumenti per fare anziché fare.
Fra le riforme costituzionali che la Lega sembra aver imposto agli alleati ce ne è una che va nella direzione individuata dalla proposta catalanista conservatrice e cossigiana monarchica che a Maninchedda non piace: “Poche materie esclusive allo Stato, tutto il resto alle Regioni” secondo quanto ha detto il ministro Maroni. Andrà a finire che sarà il Parlamento italiano ad imporci le sue scelte, magari più avanzate di quelle che la politica sarda riesce ad immaginare, mentre ancora staremo litigando su Costituente sì Costituente no.
In una cosa Maninchedda ha, però, ragione: non si può pensare di riformare la nostra Carta fondamentale nel chiuso del Consiglio regionale. Bisogna coinvolgere nella discussione i cittadini. E' vero che nella passata legislatura era di parere contrario e voleva affidarne la riscrittura a una consulta eletta dal Consiglio, ma è legittimo ricredersi. Si discuta con i cittadini, dunque. A patto, però, che ci siano proposte da discutere. Per ora, sulla piazza, c'è quella “traccia culturale, con una patina di catalanismo conservatore spruzzata di cossighismo monarchico” che a Maninchedda non piace e che non piacerebbe neppure a me, se tale fosse. Ma che così non è: il fatto è che non solo ho contribuito a definirla, la ho anche letta.

mercoledì 7 aprile 2010

L'Ue discrimina l'italiano. Per la serie: chi la fa l'aspetti

Chi, come i sardi, subisce da decenni la discriminazione linguistica, non può gioire della discriminazione che l'Unione europea sta in questo periodo facendo nei confronti della lingua italiana. Neppure per un senso di rivalsa, del tipo: provate un po' voi italofoni come ci si sente discriminati. La vicenda è nota e sta mobilitando le élites nazionaliste granditaliane: la Ue ha escluso l'italiano come lingua di esame in alcuni concorsi che potranno essere svolti in inglese, francese e tedesco. Non in spagnolo, né in lituano, né in maltese, né in fiammingo, tanto per fare qualche esempio, per non parlare delle lingue delle minoranze nazionali che pure l'apposita convenzione europea tutela.
Ma di queste lingue, chi se ne frega? Il dramma è che non ci sia l'italiano. Trovo una bestialità, frutto della perversa burocrazia dell'Unione, la discriminazione di qualsiasi lingua, ufficiale o no, e tanto più la decisione è idiota in quanto a farne le spese è un grande lingua di cultura come l'italiano. Ma il mio sdegno qui finisce. Lo Stato italiano, con i suoi governi di destra, di sinistra, di su e di gù, non ha alcuna credibilità in materia di democrazia linguistica. Ha sì partorito, con cinquanta anni di ritardo sulla Costituzione, una legge che tutela le lingue che in Europa si definiscono delle minoranze nazionali e qui “storiche”, ma non ne finanzia adeguatamente la tutela e lo sviluppo.
Va detto che, nonostante ciò, la politica italiana è millanni in avanti rispetto alle élites intellettuali che spadroneggiano nei media e che irridono alle lingue minorizzate; ciò non toglie che sia arretrata paurosamente rispetto alle prescrizioni della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali e della Carta europea delle lingue che, del resto, il Parlamento italiano non ha ancora ratificato, diciotto anni dopo la sua emanazione. Così che il governo italiano e i suoi sodali di ogni parte dovrebbe mostrare almeno un attimo di vergogna, prima di scagliarsi contro l'Unione europea rea, al massimo, di riservare agli italiani il trattamento che l'Italia riserva alle lingue minoritarie.
Salvo quelle, naturalmente, che, godendo come il sudtirolese e il valdostano, di protezione internazionale, l'Italia è costretta a tutelare.

martedì 6 aprile 2010

Invito ai Sardi di buona volontà: insieme contro il "Golfo dei Fenici"

di Leonardo Melis

Mi riferisco al blog dell'amico Pintore e allargo anche ad altri blog e forum di persone di buona volontà, Sardi e amici della Sardinia, che vogliono dimostrare che non siamo solo locos e maleunidos.
Mettiamo da parte l'ascia di guerra almeno per un poco e uniamo le nostre forze di studiosi e appassionati di Sardinia nostra. Una causa comune che butti alle ortiche questa oscenità del “Golfo dei Fenici”. Già una volta raccolsi le firme contro questo tentativo, ma qualcuno tentò di strumentalizzarlo e dovetti annullare la raccolta di firme (che fu ripresa poi da Gianfranco).
In una conferenza nella sala Inpdap di Oristano chiarii il mio pensiero e puntai il dito contro amministratori locali e regionali, dicendo loro che stavano di fronte a un momento storico di cui avrebbero dovuto render conto ai Sardi. Noi – dissi – non siamo contro il Parco dei Fenici. ma contro il tentativo di cambiare il nome al Golfo di Oristano in quello di Golfo dei Fenici.
Proprio a Oristano presenterò la scoperta della Ziggurat e del documento scritto di Pozzomajore, con Gigi Sanna e altri amici. In quell'occasione io attaccherò questo ennesimo tentativo di defraudarci del nostro patrimonio storico e linguistico.
Invito quanti qui scrivono di Sardinia e si sentono contrari a questo tentativo: Dedalo, Illiricheddu, Sanna, Poddighe, Pittau, Zedda, Montalbano, Losi, Pintore e tutti gli altri a fare causa comune questa porcheria.
Poi potremo riprendere a battagliare su Shardana=Nuragici, Shardana-No Nuragici, arrivo non arrivo dei Shardana, etc etc. Mi pare che anche alcuni altri stiano preparando conferenze a Oristano e altrove. Io, se potrò, andrò alle loro conferenze a dar manforte. Mi aspetto altretanto da loro.
Sotterriamo antichi rancori, per ora. Rispolveriamo l'antica unione dei nostri avi Shardana. E insieme riusciremo a sconfiggere feniciomani e oscurantisti dell'ultima e della prima ora.

PS: So da poche ore che la Sovrintendenza ha allertato i carabinieri per la questione della Ziggurat. Questo significa una sola cosa: un tentativo di intimidazione nei confronti di Melis, per ora. Domani potrebbe essere la volta di Sanna, di Zedda... di altri di noi. Non sono naturalmente spaventato, ma questo è un tentativo di isolamento verso chi comincia a diventare scomodo: tutti noi.

lunedì 5 aprile 2010

Il bau bau federalista per il club giacobino

Fino a quando il federalismo si è limitato ad essere un oggetto volante non identificato non sono stati in molti a mettersi di traverso. Il club dei giacobini (a cui si aderisce senza presentare tessere di partito) si limitò a spolverare un vetusto armamentario in difesa dello Stato accentrato, concedendo al massimo la fattibilità di un decentramento amministrativo, ma tutto lì finiva. Quando nel 2005 un simulacro di federalismo diventò timidissima legge, quella sulla devoluzione, parte della destra, quasi tutta la sinistra e tutto il centro coalizzarono le paure per “lo sfascio dell'unità della Nazione” e vinsero il referendum contro quella (ripeto, timidissima) riforma. Ma si trattava, più che altro, di un tentativo di dare una sberla alla Lega e di bloccarne la crescita.
Sembrano questioni nuove, le paure e le resistenze, e sono, invece, vecchissime. Risalgono all'indomani della Costituzione, quando stavano per nascere le regioni a statuto speciale e quando lo spettro dello sfascio dell'unità fu agitato dall'estrema destra neofascista (ma in Sardegna anche dal Pci e dal Psi). Allora fu la semplice autonomia a sollevare la contrarietà e allora come oggi il punto dolente era il feticcio della unità d'Italia. Oggi che tutti sono autonomisti, sembra curioso pensare che nel 1947 il segretario sardo del Psi potesse scrivere: “Il punto di vista del partito socialista sull'autonomia come problema generale nazionale è naturalmente contrario all'autonomia”. E che per il Pci ci fosse il sospetto che, con l'autonomia, il governo centrale “dovrebbe ridursi a un semplice elemento decorativo e simbolico”. Fra i grandi partiti italiani, la Dc ebbe posizioni assai più avanzate, presentando un progetto di Statuto sardo (Venturino Castaldi) che, almeno, competeva con le proposte sardiste.
L'autonomia regionale è oggi una questione, almeno formalmente, risolta? Mica tanto: nel centrodestra c'è chi, come il ministro Brunetta, vorrebbe rimettere in discussione almeno le autonomie speciali. A sinistra la questione pare ben metabolizzata. Ma dall'interconfessionale club dei giacobini rispuntano di tanto in tanto tentazioni di fare piazza pulita, con la peregrina considerazione (Galli della Loggia) che le “Regioni sono state una gigantesca, costosissima delusione” e che hanno dato di sé “una pessima prova”. Il che è a volte vero, ma non sempre. Niente a che vedere, comunque, con la “gigantesca, costosissima” gestione dello Stato, arrivato ad un debito pubblico di oltre 1.700.000 milioni di euro, senza che ad alcuno venga in mente di revocarne l'indipendenza e di chiedere una nuova annessione all'Austria.
Il problema centrale è, di nuovo, la forma della Repubblica, dopo l'avanzata della Lega e il suo proposito di passare all'incasso del federalismo, non più solo fiscale ma anche politico e istituzionale. È questo a mettere in fibrillazione, oggi come sessanta anni fa con l'autonomia, il giacobinismo che, non a caso, evoca (Eugenio Scalfari) la “Vandea”, intesa non come regione che fra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento resistette ai giacobini di Francia, ma come plebe controrivoluzionaria. La Vandea, va da sé, sono le tre regioni del Nord ad alto tasso di leghismo. È sempre dal complesso editoriale di cui Scalfari è fondatore, che vengono ancora allarmi (Camon, sulla Nuova): “L'Unità d'Italia è in frantumi” e una angosciante domanda: “Cosa celebreremo nel 2011?”, data in cui, come è noto, cade il 150 anniversario della trasformazione del Regno di Sardegna in Regno d'Italia. Il “grande inganno” di cui ci ha parlato il professor Francesco Cesare Casula.
Continuo a sperare che il club giacobino utilizzi questi suoi sforzi intellettuali per combattere Berlusconi e il centrodestra con mezzi più sofisticati, visto il fallimento della battaglia condotta frugando fra le lenzuola. Che quel club non ci creda, insomma, più di tanto. Pensare al federalismo vero come a un bau bau e all'Ottocentesca Unità d'Italia come a un baluardo di chi sa che cosa, mi pare segno di una regressione fanciullesca. E comunque un immane sforzo di menti brillanti per muovere contro i mulini a vento. Se anche Regioni come la Sardegna e la Lombardia conquistassero livelli di sovranità ad esse necessarie, dove sarebbe il pericolo per la Repubblica? Forse che ha creato problemi istituzionali il distacco di comuni da vecchie province per crearne di nuove? Ne creò il Molise quando nel 1963 si staccò dagli Abruzzi per costituirsi Regione a sé?

sabato 3 aprile 2010

Le ceramiche Sant’Iroxi e Sa Turricula

di Pierluigi Montalbano

Nella facies Sant’Iroxi abbiamo per la prima volta la comparsa di grandi spade (tipo El Argar) al posto dei pugnali. La base di queste pregevoli armi è arrotondata, come quella dei più antichi pugnali, ma la lunghezza arriva fino a 80 cm. Nei protonuraghe non ci sono reperti della fase Sant’Iroxi, quindi, poiché si assiste ad un cambio epocale, in questo periodo a mio parere potremmo far iniziare il periodo sardo nuragico. A Decimoputzu si sono trovati 180 individui sepolti, ma inizialmente erano circa 250 perché una parte manca completamente.
Le facies Sa Turricula, Monti Mannu e San Cosimo, sono precedute da quella Sant’Iroxi, che propone delle novità ceramiche fondamentali rispetto al passato: assenza del vaso tripode, sostituito da un vaso con 4-5 piedi alla base, e comparsa di bollilatte, con una sorta di risega interna che consente di poggiare il coperchio fra collo e spalla del vaso. Altri elementi importanti di questa facies sono piccoli vasi a colletto riverso a 4 anse (o 2 anse e 2 bugne) che accompagneranno la produzione ceramica fino al Bronzo Finale. Altri elementi proseguono dal Bonnannaro: anse a gomito che col tempo tenderanno a cessare (e con San Cosimo sono in versione differente perché non presentano più la forma classica con l’ansa a gomito).
Non bisogna confondere l’ansa a gomito classica con quella a gomito rovescio che compare nel Bronzo Finale e perdura fino all’orientalizzante del Ferro (con ceramiche tornite e dipinte, tipiche nuragiche).
La fase Sant’Iroxi è studiata a partire dagli scavi del 1990 benché fossero già noti materiali di quella fase (Maria Luisa Ferrarese Ceruti), inseriti erroneamente nel grande calderone del Bronzo Antico (Bonnannaro A-Corona Moltana).
I contenitori sono piccoli (ollette a 4 anse con orlo riverso), e possiamo giustificarli dal fatto che i ritrovamenti sono esclusivamente in contesti sacri: funerari o grotte (Su Moiu di Narcao e Su Benatzu di Santadi) e rientrano quindi nel regime delle offerte di cibi ai defunti: acqua, incenso, miele, latte…
A partire dal Bronzo Medio (e fino al Bronzo Finale), ad esempio a Su Benatzu (nota come grotta Pirosu), si moltiplicano i ritrovamenti di materiali per uso cultuale delle grotte.
In questi vasetti compaiono sia l’ansa ad anello che l’ansa a gomito ma non ancora l’ansa a gomito asciforme (quella che risale verso l’alto tipica di Sa Turricula). Questo fatto è strano, perché questa tipologia di ansa compare già nel Campaniforme B (Sulcitano, con decorazioni anche a fasce verticali). Potrebbe essere un’anomalia delle ricerche o dovuta all’ambito funerario, che è quello di Sant’Iroxi (infatti non conosciamo villaggi di questa facies).
I protonuraghe più antichi (quelli a corridoi passanti) non sono ancora scavati e quindi non abbiamo dati per verificare. Il discorso è comprensibile se si pensa, ad esempio, al Talei di Sorgono che è un protonuraghe più recente (con camera a piano terra) nel quale sono state trovate ceramiche Sa Turricula. Se ne deduce che i protonuraghe più antichi dovrebbero presentare materiali più antichi, ma gli scavi ancora non ci danno questa certezza. D’altro canto i materiali sono stati ritrovati nel villaggio, quindi non sappiamo se erano presenti anche all’interno del Talei.
In questo nuraghe abbiamo anche vasetti, tazzine e bicchieri tronco-conici ansati (ma anche privi di anse) che continuano per tutto il Bronzo Medio, fino alla facies San Cosimo. I vasi più grandi (olle a collo largo con labbro appiattito) sono di forma arcaica e li troviamo anche nella fase Bonnannaro A.
Con la ceramica Sa Turricula iniziano i contesti sia tombali che insediativi. Continuano i vasetti troncoconici con prese quadrangolari trasversali (a volte bugne) o cilindriche. Compare la decorazione plastica (nervature) con cordoni che partono dall’orlo, e spesso all’interno del collo ci sono le riseghe (si tratta di bollitori). I vasi sono polipedi (i tripodi non ci sono più), hanno il coperchio e presentano delle coppelle, scavate o in rilievo. Abbiamo anche piatti con orlo appiattito, simili a quelli Monte Claro e a volte inseriti erroneamente (come è avvenuto nel Nuraghe Bruncu Maduli di Gesturi) in questa fase proprio perché non si conosceva ancora la facies Sant’Iroxi.
È possibile fare dei confronti precisi di queste tipologie ceramiche di olle biconiche e globulari a tesa interna (pissidi), bollitori e tegami con i materiali delle facies Proto-Appenninica e Appenninica, a dimostrazione delle relazioni ad ampio respiro presenti in questo periodo.
Le anse si trasformano leggermente nella facies successiva, quella denominata San Cosimo, pertanto è abbastanza semplice classificare i materiali di queste tre facies.
Per non allungare ulteriormente l’argomentazione tralascio di descrivere le ceramiche posteriori, ma conto di aggiungere qualcosa nei commenti.
Le immagini sono tratte da La Civiltà Nuragica, Lilliu, 1999

venerdì 2 aprile 2010

Blasco Ferrer e la sua curiosa storia del sardo

di Roberto Bolognesi

Non mi era mai capitato di trovare, in un testo che pretende di essere scientifico, un uso del linguaggio così emotivo e scomposto. La Limba Sarda Comuna e il sottoscritto fanno davvero perdere le staffe agli autori di Storia della lingua sarda (Ingrassia e Blasco Ferrer, Cagliari, CUEC, 2009). Giudicate voi stessi:
Ma con prepotenza e ingenua sufficienza, l'assessorato ha delegato a un solo ricercatore sardo operante in Olanda (a cui dobbiamo un unico modesto contributo di descrizione generativa del campidanese, The Phonology of Campidanian Sardinian, 1998, non esente da interpretazioni fuorvianti) il compito di dimostrare la giustezza della scelta proposta.” (Storia della lingua sarda: 263)
A proposito dei linguisti che non dovrebbero fare politica …
Ma vediamo di analizzare il contenuto di questo primo attacco alla LSC e alla mia persona: il mio “modesto contributo” consiste di un'analisi teorica dell'intero sistema fonologico del sardo di Sestu, quindi non di una semplice “descrizione”, e si estende per un totale, scusate se è poco, di 515 pagine. Le “interpretazioni fuorvianti” di cui parla -a proposito: quali?- sono assolutamente al di fuori della portata dei due autori, visto che sono effettuate all'interno di un quadro teorico (Optimality Theory) che Blasco e Ingrassia non conoscono, infatti lo definiscono vagamente come “generativo”.

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Ecco perché i nuragici non possono essere gli SRDN delle cronache egizie

di Mauro Peppino Zedda

Sul finire del XIV sec. a.C. nel nuraghe Arrubiu di Orroli un alabastron peloponnesiaco del TE IIIA:2 veniva rotto nello strato di fondazione del nuraghe (Lo Schiavo e Sanges 1994). Il reperto rappresenta, allo stato attuale degli studi, il più antico manufatto di provenienza egea rinvenuto in un contesto nuragico (Cultraro 2006).
Una testina d’avorio raffigurante un guerriero miceneo datata tra il TE IIIA:2 e il IIIB realizzata in Grecia è stata ritrovata a Decimoputzu (Cultraro 2006).
In quel di Antigori (Sarroch) un’articolata stratigrafia documenta materiali micenei compresi tra il TE IIIB e il IIIC:1 corrispondenti al periodo tra il 1250 e il 1140 a.C.
In Sardegna relativamente a quanto edito sino al 2005 si sono ritrovati materiali micenei in una ventina di siti (Lo Schiavo 2003; Cultraro 2006).
A Kommos (Creta) in un contesto del TM IIIB, sono state rinvenute ceramiche di impasto prodotte in Sardegna nel BR (Cultraro 2006).
A Cannatello (Sicilia) è attestata la presenza ceramiche prodotte in Sardegna nel BR e BF (Albanese Procelli 2006).
Nel poliandro Su Fraigu di San Sperate è stato ritrovato un sigillo vicino-orientale del XIII sec. a.C. (Lo Schiavo 2003).
Il punto di irradiazione della ceramica grigio ardesia (che si inquadra cronologicamente nel BR nuragico; Campus e Leonelli 2000; Lugliè 2005) è stato individuato nella costa anatolica e nel Dodecaneso (Cultraro 2006; Benzi 1992).
Le analisi chimiche eseguite sui lingotti di rame ox-side ritrovati in Sardegna e nel resto del Mediterraneo attestano che provengono dalla miniera di Apliki a Cipro (Gale 2003).
Nel BF le spade, le fibule, le asce, denunciano influenze sia iberiche che levantine (Lo Schiavo 2003; Lo Schiavo 2004).
Se non conoscessimo l’esistenza degli shardana attraverso le fonti egizie, avremmo preso atto delle influenze culturali egeo-anatoliche e ben difficilmente avremmo posto quelle influenze in connessione con la denominazione del nome dell’Isola.
Ma la questione non è eludibile. É doveroso cercare di capire se i nuragici fossero o non fossero gli shardana citati nei testi egizi.
Lilliu ha sostenuto che lo fossero, la gran parte dei suoi discepoli sono amorfi alla questione (come su tante altre), salvo Ugas che sostiene con forza l’idea che i nuragici siano gli shardana. Lo inviterei a riflettere su uno scritto di Lucia Vagnetti: «Moreover, in regard to the identification of the Sherden with warriors of Sardinian origin, a further difficulty arises from the almost complete lack of evidence for armor and weapons in Sardinia in the local Middle and Late Bronze Ages. Although this is admittedly an argumentum ex silentio, it is surprising that, if the Sardinian of the 14th century were renowned warriors enlisted in the service of Egypt, no trace of weaponry has been preserved in their supposed area of origin. If the warrior status had a particular importance for the Nuragic people, it should be visible in tombs» (Vagnetti 2000).
Mi pare che queste ragionate considerazioni oltre alla questione shardana, chiariscano che le terrificanti armi nuragiche del BM e BR sono esistite solo nella fantasia di Lilliu e continuano ad esistere in quella ancora più fervida di Ugas.
Recentemente Lo Schiavo ha timidamente proposto che i Tursha siano arrivati nel Nord e gli shardana nel Sud dell’Isola (Lo Schiavo 2003). Ma non è entrata nel merito della questione. Sembra che le poche righe dedicate all’argomento siano finalizzate a specificare che prende le distanze da coloro che individuano i nuragici negli shardana citati nei testi egizi.
Tra gli studiosi della preistoria del Mediterraneo la gran parte condivide e opera sulla scia della proposta di Sandars. Tra questi mi pare che la proposta più verosimile sia quella di Giovanni Garbini che individua nei fabbricatori della ceramica micenea l’insieme dei popoli del mare. Per lui le popolazioni egeo-anatoliche che arrivarono in Sardegna e si mischiarono con i nuragici bisognerebbe definirle come sarde-micenee, secondo gli altri (Lo Schiavo et Al. 2004; Ruiz-Galvez et Al. 2005; Cultraro 2006) erano cipriote e levantine.
Secondo me i nuovi arrivati si stabilirono in insediamenti costieri e da lì prese inizio una rete di rapporti economici infarciti da scambi culturali e matrimoniali. Con la mia proposta l’entità numerica delle genti egeo-anatoliche arrivate in Sardegna potrebbe essere inferiore a quella presupposta da altre ipotesi. Gruppi allogeni che conservano la propria identità negli insediamenti costieri, mantenendo stretti rapporti con la madrepatria, hanno una capacità di influenzare tecnologicamente e culturalmente gli indigeni in misura ben maggiore di quella che avrebbero degli allogeni mescolati con gli indigeni.
L’immigrazione ipotizzata da Garbini o dalla Lo Schiavo avrebbe nuragizzato gli allogeni piuttosto che produrre i cambiamenti che caratterizzano il BF della Sardegna.
Quei sardi citati nelle fonti egizie si stabilirono in Calaris&Company e meticciati con ilienses e balari, giocarono un ruolo di primissimo piano nei traffici del Mediterraneo occidentale.
Dopo questo tortuosissimo escursus, mi piace aggiungere che riconoscerei volentieri i nuragici come corrispondenti agli shardana se si riuscisse a spiegare in modo verosimile le seguenti obiezioni:
dove sono i resti che testimoniano la tecnologia del bronzo nel BM;
dove sarebbero le armi in stile nuragico;
come si spiega che a partire dal XIII sec. a.C. la Sardegna diventa un ponte tra l’Occidente e l’Oriente del Mediterraneo;
in che modo può essere motivata l’assunzione di metallurghi orientali a partire dal XIII secolo a.C. ;
come mai le spade votive delle fonti sacre sono modelli di spade micenee;
se l’Isola veniva denominata Sardinia già dall’epoca nuragica, come mai gli storici greci fanno “confusione” sul suo nome.
I nomi vanno e vengono. Interessante al riguardo il modo col quale vengono definiti e si riconoscono i barbaricini, cioè i più vicini discendenti dei nuragici.
Così come i barbaricini hanno accettato quel nome in quanto abitatori della Barbagia, non deve stupire che la totalità degli abitanti dell’Isola divennero sardi in quanto abitanti di Sardinia.
Nei tempi della conquista romana gli indigeni mastruccati ilienses, balari e corsi discendenti dei costruttori dei nuraghi, culturalmente appartenenti alle genti europee e mediterranee che tra il V e il II millennio a.C. hanno cavato, lavorato, sollevato, trasportato, innalzato, colossali macigni per costruire “macchine astronomiche” con funzioni funerarie o sacrali, divenivano agli occhi degli storici romani i sardi pelliti e in altre occasioni (più appropriatamente) ilienses, balari e corsi.
Quanto scritto sopra è stato estratto dal 19° capitolo di Archeologia del Paesaggio Nuragico.
Ora aggiungo la seguente questione se i nuragici fossero stati gli shardana citati dalle cronache egizie , dove sarebbero gli elementi che attesterebbero due secoli di rapporti (tra il XV e il XIII sec. a.C.) tra le due regioni?
É evidente che gli Shardana giunsero nel Isola che poi da loro prese il nome nel XIII sec. a.C.