domenica 28 febbraio 2010

Sardi, nuragici e Shardana

di Pierluigi Montalbano

Alcuni studiosi ritengono che gli Shardana, il temibile popolo guerriero che invase i territori del vicino oriente, che prese parte alle guerre fra egizi ed ittiti, che si alleò con altre fazioni dei popoli del mare che contribuirono al crollo delle più grandi civiltà del passato, che possedeva già nel XIV a.C. terre dalle quali riscuoteva i tributi nelle zone siro-palestinesi, come riportato nei registri dell’epoca, sbarcò in Sardegna nel XIII a.C.
Chi propone questa teoria dovrebbe spiegare come questo terribile popolo guerriero, se già non fosse ben integrato in Sardegna, poté pacificamente (visto che non ci sono tracce di guerre) conquistare le terre dei sardi, instaurando un governo che approfittò degli 8000 nuraghe presenti per manifestare il proprio dominio sul territorio.
Questa teoria, che fa acqua da tutte le parti e non ha riscontri archeologici (visto che gran parte dei nuraghe c'era già da almeno 3 secoli), non tiene conto degli avvenimenti dei precedenti 5000 anni in terra sarda, a partire da quei vasi con anse realizzate simboleggiando la dea madre.
Si vuole cancellare in un sol colpo tutto ciò che sono le facies di Su Carroppu, Grotta Verde, Bonu Ighinu, San Ciriaco, Ozieri, Monte Claro, Campaniforme internazionale, Padru Jossu, Cuccuru Nuraxi, Bonnannaro e, soprattutto, Sant'Iroxi. Non spiega perché le floride, ma ipotizzate arrendevoli, genti sarde dovettero inchinare il capo davanti a questi formidabili guerrieri, non cita le innumerevoli testimonianze archeologiche di armi, cinte murarie, torri di avvistamento strategicamente disposte in tutto il territorio, torri costiere e matrici per la fusione dei metalli, che garantivano ai sardi il controllo delle miniere e la possibilità di arricchirsi ulteriormente rispetto alle già ingenti ricchezze dei secoli precedenti, testimoniate dall'ossidiana sarda trovata fuori dall'isola, dalla spettacolare arte ceramica che già nel 3000 a.C. realizzava ceramiche decorate con figure umane, dall’utilizzo già dal 2000 a.C. di grappe in piombo per riparare i vasi (il piombo in abbondanza segnala la presenza di miniere d’argento ben conosciute), dalle spettacolari tombe dei giganti (indicatrici di culto e venerazione dei morti), dai preziosi conci utilizzati per realizzare e ristrutturare i pozzi, ancora funzionanti e ammirabili in tutta l’isola.
Chi non conosce i reperti archeologici, o non sa leggerli, dovrebbe evitare di costruire ipotesi e portarle avanti con l’arroganza di chi pensa di essere in possesso della verità. Quella si chiama fede, non storia. La fede crea quesiti, non li risolve, non è la sua funzione.
La Sardegna ha attraversato i millenni offrendo ai suoi abitanti le risorse necessarie a sviluppare una serie di civiltà che parteciparono agli eventi che, iniziando nel Neolitico, arrivano fino ai nostri giorni. Molte genti frequentarono l’isola e vi si stabilirono. Quelle genti costituiscono la nostra memoria storica e si chiamano sardi. Le distinzioni in Nuragici, Shardana, Balari, Corsi, Iolei o Illesi e tutti gli altri, sono il nostro modo occidentale di voler a tutti i costi classificare i gruppi. Non devono costituire un vincolo, un ostacolo agli studi.
Le domus de janas sono state realizzate dai sardi del IV e III Millennio a.C., i nuraghe sono stati costruiti dai sardi del II Millennio a.C., le statue in bronzo e pietra dai sardi del I Millennio a.C., lo stadio Sant’Elia dai sardi del secolo scorso e il tunnel sotto la Via Roma a Cagliari sarà realizzato dai sardi del III Millennio d.C.

Le foto sono tratte dal sito: The Aegean minoans of Crete and Thera e come didascalie portano, la prima in alto, "Battle of the Delta, 1178 BC 
Medinet Habu, Mortuary Temple of Ramesses III 
Luxor, Egypt", quella qui su a sinistra: "Bronze Shardana (Sherden) Warrior 
with Horned Helmet 
Sardinia, Italy".[zfp]

Noas... eja, torramus a proare


Unu grustu de amigos s'est postu in conca de publicare unu giornaleddu nou de 4 pàginas, Noas... eja, in formadu 35x 50 cm. Est in distributzione gratùita in librerias e bibliotecas. ma, a dolu mannu, iscrient sos editores de su giornale “non resessimus a nche lu giùghere a totue in Sardigna. Isperemus chi, cun su nùmeru 2 de martzu resessamus a lu fàghere, mancari cun s'agiudu de calicunu de bois”.
Custu est s'editoriale de su primu nùmeru:
“Sende chi su sardu est sa de duas limbas de s’istadu italianu, pro cantidade de pessones chi la faeddant, sa presèntzia sua in sos mèdios de informatzione est belle nudda, francu carchi tentativu imprentadu in pabiru. E no est sa prima bia chi finas su grupu de amigos chi est publichende custa sèrie noa de Noas est proende a dare iscritura e informatzione in sardu. Ma, a dolu mannu, non resessimus a dare continuidade a custos propòsitos e, tando, a pustis de unu, chimbe o deghe nùmeros, su tentativu s’indebìlitat e morit, o ca mancant sos mèdios econòmicos o ca si nch’istracant sas pessones chi bi traballant.
“Però ischimus cantu est importante, pro s’ufitzialidade de sa vitalidade de sa limba, a tènnere a disponimentu mèdios de informatzione modernos. Finas pro isperimentare su sardu in su mundu de oe.E tando proamus torra a bogare a lughe custu fògiu totu in sardu, pro tratare argumentos de limba sarda/limbas, minorias, natzione sarda/natziones, cun s’idea de cuntentare chie tenet gana de lèghere e imparare in sardu e cun s’isperu de sighire a lu publicare, cun s’agiudu de amigos o entes chi nos agiuent”.
Chie est interessadu a lu retzire de badas, imbiet unu francubullu de 1,40 èuros in una busta cungiada a: “Papiros c/ Corraine, carrera de de Lombardia 46, 08100 NÙGORO NU”.
“A dolu mannu, est giai meda” iscrient galu sos editores “si resessimus a pònnere su dinare pro l'imprentare. Duncas, non tenimus sa possibilidade de pagare sos gastos postales. EJA est un'ocasione pro publicare noas in limba sarda, de interessu sardu e istràngiu, mescamente de sas natziones sena istadu”.

sabato 27 febbraio 2010

Rivolta popolare friulana del giovedì grasso, 499 anni fa

Oggi si ricorda in Friuli la rivolta popolare del 27 febbraio 1511. Ho chiesto allo studioso Carli Pup, coautore del bellissimo "Venezia Giulia, la regione inventata" (*), un articolo su quell'avvenimento.



di Carli Pup

A cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, la nobiltà friulana è organizzata in due grosse fazioni: gli strumieri e gli zamberlani. I primi raggruppano la maggioranza dei nobili della Patria del Friuli: si tratta di veri e propri clan che spesso hanno possedimenti, parentele, nonché legami ideologici con l’Impero d’Austria, dove trovano quelle possibilità di “fare carriera” che, invece, Venezia preclude loro, riservandole all’oligarchia lagunare. I secondi, che fanno capo alla famiglia Savorgnan, la più potente del Friuli e l’unica iscritta alla nobilità veneziana, godono invece di appoggi e legami con le autorità della Repubblica. Gli strumieri controllano il Parlamento della Patria, mentre gli zamberlani esercitano la propria influenza sull’Arengo di Udine, hanno il comando delle Cernide (le milizie contadine) e sostengono le comunità rurali negli scontri con la nobiltà locale.
Il momento più violento della faida coincide però con l’avvento di Antonio Savorgnan alla guida della fazione zamberlana. È lui, infatti, che da un lato rafforza il sostegno alle comunità rurali impegnate in scontri sempre più violenti per difendersi dagli usurpi nobiliari e, dall’altro, avvia una politica sempre più autonoma da Venezia, forse con l’obiettivo di trasformare tutta la Patria in una signoria sotto il suo controllo.
A rendere ancora più ingarbugliato questo quadro contribuisce, inoltre, il conflitto in atto tra Venezia e l’Impero, con i soldati ed i mercenari dei due stati che si rincorrono per tutto il Friuli uccidendo, bruciando e saccheggiando. Si tratta di una guerra in cui il Friuli è la vittima principale. In questa situazione Venezia è obbligata ad appoggiarsi ancor di più ai Savorgnan per contenere gli strumieri, apertamente filoimperiali, ma anche nel tentativo di non alienarsi le simpatie dei contadini e l’appoggio delle Cernide.
Il 27 febbraio 1511 il Carnevale è al culmine. È giovedì grasso e la città di Udine è affollata di gente giunta anche dai villaggi vicini. Una colonna di contadini delle Cernide, tornata da una perlustrazione fuori città in seguito alla segnalazione di truppe imperiali nelle vicinanze, si ritrova al centro di uno scontro tra i partigiani delle due fazioni nobiliari...

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(*) Roberta Michieli e Giuliano Zelco (a cura di), "Venezia Giulia, la Regione inventata", Kappa Vu, Udine, 2008

giovedì 25 febbraio 2010

A convegno su Tuvixeddu

La Legambiente promuove, per il 27 febbraio alle ore 10,30 nel salone del Palazzo regio di Cagliari, una conferenza per riaffermare – scrive l'associazione ambientalista – i valori paesaggistici e archeologici del colle. La zona archeologica, costituita dalla vasta necropoli punico-romana rappresenta un valore importantissimo poiché si tratta, secondo gli studiosi, della più vasta nel Mediterraneo e per di più inserita in una collina che ne esalta il valore culturale.
L’unità di paesaggio dei colli di Tuvixeddu – Tuvumannu, è nell’insieme un bene da tutelare con maggiore ampiezza per i punti panoramici ed il paesaggio culturale che esprime, secondo i concetti innovativi del codice Urbani e del PPR, che potrà trovare un’adeguata valorizzazione con la realizzazione di un grande parco Archeologico-Paesaggistico.
I lavori del convegno saranno introdotti da Vincenzo Tian, presidente Legambiente Sardegna; Enrico Corti, docente esperto di Urbanistica; Alfonso Stiglitz, Archeologo. Interverranno Graziano Milia, presidente Provincia di Cagliari; Fabio Granata, deputato (Commissione Cultura); Maria Antonietta Mongiu, archeologa; Attilio Mastino, Rettore Università di Sassari. Parteciperanno il presidente della Regione, Ugo Cappellacci e il sindaco di Cagliari, Emilio Floris.

martedì 23 febbraio 2010

Basta con il silenzio. Per favore

L'articolo di Aba Losi e la foto che lo illustra, ancora più di molti altri pubblicati in questi ultimi mesi, mi consente di inviare agli archeologi che seguono questo blog un invito pressante: per favore, mettete da parte l'abulia. Credo che nessuno possa vedere quella foto, senza provare un senso di dèjà vu, di qualcosa visto anche in questo modesto spazio di discussione e anche, se consentite, di informazione.
Forse è venuto il momento di dire basta al silenzio, al clima di prevenuta diffidenza, agli attorcigliamenti intorno a dettagli che fanno perdere il senso del fenomeno, nel tentativo, spero solo inconscio, di sviare, dirottare, prender tempo, attendere che ci sia uno che, prendendo il toro (anzi l'aleph) per le corna, dica le parole “va bene, andiamo a vedere”. In più di seicento commenti ci siamo avvitati intorno alla minuscola tavoletta di Tzricotu, senza renderci conto che una cosa ininfluente non può generare tante passioni: del sesso degli angeli non ci si appassiona più da un bel po' di tempo. Chi aveva più da temere da una analisi seria, completa, interdisciplinare ha detto sì, ci sto: si sottoponga la tavoletta a tutte le analisi oggi possibili, chimiche, fisiche, epigrafiche e altro. Chi era apertamente dell'idea che fosse una bufala, e quindi certo di non aver alcunché da temere, ha taciuto.
Ma quella tavoletta è – Gigi Sanna mi perdonerà – solo uno degli aspetti di una questione maledettamente complicata che, al limite, potrebbe prescindere da quel reperto senza per questo diminuire di importanza. Solo questo blog ha pubblicato le foto di molti reperti che presentano segni con rimandi ad altri, trovati altrove nel mondo, che archeologi titolati studiano e coccolano come si conviene a vagiti provenienti da un lontanissimo passato.
Sul coccio iscritto su cinque righe, trovato nel Negev, gli studiosi israeliani bisticciano sull'età delle scritte, non sulla loro esistenza. Sul cartiglio di cui ci da conto Aba Losi, nessuno osa dire che è falso. Se questo fosse stato trovato e esaminato non da un professore di Monaco, ma – la butto là – da un professore di Oristano, forse sarebbe oggi in balia di sospetti, insinuazioni, dicerie e di una vasta gamma di dietrologie.
Andate a vedere, archeologi di Sardegna (non solo, insomma, con cognome che finisce in “u”): a vostra disposizione c'è una cinquantina abbondante di “cose”, segnalate da Sanna, da Zenone, da Pilloni e da una quantità di altre persone che non dicono perché non osano. Sottoponete i reperti a tutte le analisi di cui siete capaci e padroni. Ma, accidenti, togliete la testa da sotto la sabbia.

domenica 21 febbraio 2010

Chi conosce i Regni sardi? Durarono quanto oggi gli Usa

di Francesco Cesare Casula

Caro Gianfranco,
sei «... il prodigio che schiude la divina indifferenza», ovverosia sei l'unico "attivo" che ha capito l'inghippo implicitamente politico, sociale ed economico del “Grande Inganno” a danno di noi Sardi, e che ti sforzi, come me, di farlo entrare nella testa del nostro popolo sviato, comprensibilmente, da problemi contingenti di disoccupazione e lavoro.
Come mi sembra che tu stesso hai notato, gli intellettuali nostri conterranei, punta di diamante della nostra società, più che del “Grande Inganno”, preferiscono disquisire su temi scientifici di epoche lontane, esaltando una Sardegna antica, mitica, libera, felice. Parlano di Atlantide, di scrittura nuragica, di rivolte antiromane (sebbene Ampsicora fosse un cartaginese!)... Tutte cose belle, che mi guardo bene dal confutare (sono anch’io un accademico che si pasce di “epatte”, “numeri aurei”, cicli indizionali e scritture caroline e gotiche che mi fanno sentire colto e intelligente); ma l'accanimento e la coralità con cui sono vissute dagli intellettuali e dalla gente comune che segue questi antichisti mi fanno pensare che vivere troppo nel passato sia una vera e propria trappola perché ci trattiene in una realtà che non ci appartiene più, impedendoci di vedere quegli aspetti che ci legano al presente (Bacone diceva: «il sapere sta più nel presente che nel passato e più nel futuro che nel presente»). Pensa che uno dei miei Maestri più stimati, Giovanni Lilliu, in versione onirica ha inventato per l’epoche lontane un’età dell’oro sarda chiamata “civiltà nuragica”, dove tutto era armonioso e pacifico, mentre il resto sarebbe tutta una dolorosa “costante resistenziale sarda” fino alla “cacciata dei piemontesi” nel 1794 ed oltre.

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sabato 20 febbraio 2010

Shin e i suoi fratelli a Seneghe e Abbasanta



di Gigi Sanna

La conoscenza dell' intero codice alfabetico adoperato dai nuragici è solo questione di tempo. Man mano che verranno alla luce i documenti scritti, sparsi un po' dovunque nell'Isola, si avrà il quadro completo dei 'segni' che, presumibilmente, nell'arco temporale di cinque o sei secoli (1500 -1000 a.C.), interessarono l'espressione e la comunicazione delle popolazioni sarde dell'età del bronzo e dell'inizio dell'età del ferro. Segni che però, data la loro peculiarità e la loro natura, non sono solo quelli che comunemente si crede (e a cui si crede data una certa somiglianza con i nostri), ovvero quelli cosiddetti ‘lineari’, ma anche e soprattutto i logogrammi, i logo-pittogrammi e i pittogrammi acrofonici; significanti questi, spesso assai complessi, che costituiscono sul piano dell'innovazione e della creatività, tutta isolana, l'aspetto più importante di quel fenomeno di espressione per simboli che chiamiamo per convenzione 'scrittura'.
La comunicazione scritta 'nuragica', che per ora trova la più alta espressione artistica nei magnifici sigilli di bronzo cerimoniali rinvenuti in località Tzricotu di Cabras e nell'anello sigillo di Pallosu di San Vero Milis, trova chiara ispirazione nei sistemi alfabetici consonantici, cioè nella scala dei simboli grafici inventati dagli scribi delle popolazioni levantine (Sirii, Palestinesi, Sinaitici). Essa, come si è detto altre volte, non sembra mai far uso di simboli-segno di sistemi sillabici di ispirazione 'micenea', tanto che nell'arco di quindici anni, dall'anno cioè della scoperta dei documenti del Sinis (1994), nessuno dei quasi sessanta documenti epigrafici mostra segni 'alfabetici' in lineare 'A' o di 'lineare 'B'.

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La foto: le due scritte di Pedru Pes e di Seneghe insieme

E' morto Emile Fradin, il contadino di Glozel

Avrebbe compiuto 104 anni il prossimo 8 agosto. Emile Fradin è morto qualche giorno fa. Fu l'uomo la cui vita è stata attraversata da uno degli affaires archeologici più incredibili e, per responsabilità delle baronie soprattutto francesi, ma non solo, più scandalosi dell'ultimo secolo.
La storia comincia il primo marzo del 1924 a Glozel, un piccolo villaggio francese nei pressi di Vichy, nel campo di avena dei Fradin, dove nonno Claude e il nipote allora diciassettenne Emile, si imbattono in un giacimento archeologico straordinario. Protagonisti, oltre a Emile, sono il medico di Vichy, Antonin Morlet e un centinaio fra archeologi, antichisti, commissari di polizia, giudici, voltagabbana e persino una segretaria imbrogliona. Subito, i Fradin non si rendono conto di aver fatto una “scoperta impossibile”. Trovano uno scheletro in una tomba ovale e, pensando ad un tesoro, scavano a vanga e zappa scoprendo sotto terra urne, vasi, asce, ossa di renna istoriate e scritte e tavolette con “strani segni”.
Inutilmente alcuni reperti vengono spediti alla Conservatoria di Eyzies, retta da Louis Capitan, uno dei triumviri della preistoria francese. Li prenderà in considerazione, tredici mesi dopo, solo quando al ritrovamento si era interessato Antonin Morlet, eretico studioso di anatomia umana e appassionato archeologo dilettante. Si deve a lui il primo studio del sito di Glozel che gli suggerisce intuizioni fondamentali e qualche entusiasta esagerazione, soprattutto in materia di datazioni. Morlet pubblica i suoi primi studi e li firma insieme a Emile Fradin. La cosa manda su tutte le furie quel Capitan che prima aveva ignorato la scoperta, poi detto che si trattava di un “meraviglioso giacimento”, quindi, indignato perché come coautore dello studio, Morlet gli aveva preferito il giovane contadino e infine schierato fra i denigratori: “Glozel? Una bufala”.

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venerdì 19 febbraio 2010

Svegliarino alla Chiesa per l'uso della lingua sarda

Pubblico un documento di Su Comitadu pro sa limba sarda indirizzato alla Chiesa sarda e inviato ai media che l'hanno ignorato.


Il popolo sardo ha imparato a pregare nella sua lingua e nella sua lingua – come ha ricordato Benedetto XVI nella sua prima vista a Cagliari – ha cantato il Signore, la Madonna e, in centinaia di gosos, i santi. Quando il Papa ha letto un verso della preghiera “Deus ti sarvet Maria”, l'applauso commosso delle migliaia di fedeli era forse anche una espressione di gratitudine per le parole pro­nunciate nella loro lingua dal Pontefice e dell'aspirazione all'uso normale della propria lingua madre in ogni attività e a maggior ragione da parte della Chiesa sarda.
L'uso non discriminato della lingua sarda e di quelle alloglotte è ancora un obiettivo da raggiun­gere. La discriminazione linguistica in Sardegna non è l'ultimo fattore di disagio e di ritardo dell'I­sola e concorre allo sfaldamento delle comunità e delle famiglie. Il Comitato è riconoscente a tutti gli uomini di Chiesa che, intimamente legati agli ultimi, con essi e in sardo hanno pregato. Se oggi possediamo tanti strumenti per rilanciare l'uso della nostra lingua, lo dobbiamo anche ai tanti uomi­ni di Chiesa che hanno creato vocabolari, scritto opere in prosa e poesia, registrato modi di dire e dialetti di ogni paese della Sardegna e tenute vive le nostre migliori tradizioni.
È con grande rammarico e con apprensione che Su Comitadu pro sa limba sarda constata come nell'articolato documento conclusivo del Sinodo diocesano di Cagliari il solo accenno allo stretto le­game fra i sardi e la loro lingua sia contenuto nelle alte parole di Joseph Ratzinger e come non sia stata individuato, nell'acuta e approfondita analisi, il contributo alla crisi culturale, sociale ed econo­mica fornito dal tentativo di cancellazione della lingua dei sardi dalle scuole materne all'università e nei media.
In altre regioni europee, sedi di minoranze linguistiche, la Chiesa ha rispetto operoso per le lin­gue usate da quei popoli per parlare a Dio. Un rispetto non formale, quale siamo certi la Chiesa sar­da nutre per il sardo e le altre lingue alloglotte della Sardegna, ma espresso concretamente attraver­so il loro uso in chiesa, nelle messe, nelle processioni, negli scritti e in tutti i momenti di preghiera.
Questo avviene non solo in seno alle minoranze meglio protette dagli Stati, come la catalana, la basca, la friulana, ma anche in quelle, come la corsa, che non hanno analoga tutela. Il Comitadu pro sa limba sarda non ha alcuna volontà di ingerirsi in affari che riguardano le gerarchie ecclesiastiche, ma sente il dovere di fare un accorato e rispettoso appello alla Chiesa sarda affinché essa non faccia mancare il suo decisivo apporto nel processo di rinascita della lingua e valuti almeno l'opportunità di riconoscere a partire dal suo Sinodo l'esistenza della lingua sarda e delle altre lingue alloglotte della Sardegna e operi almeno al suo interno per un loro uso normale e ufficiale.

Nella foto: Karol Wojtyła con bambini di Mamojada (dal sito www.mamojada.org)

giovedì 18 febbraio 2010

"La difesa della razza", Stiglitz e gli Shardana

Vi segnalo l'articolo dell'archeologo Alfonso Stiglitz su Il Manifesto sardo dal titolo "Sardi ariani". Interessante per le notizie che dà sull'interesse del fascismo (e della sua rivista "La difesa della razza") a definire ariani i sardi del periodo nuragico. Decisamente sopra le righe, mi pare l'accostamento che Stiglitz fa fra le scempiaggini di allora e le tesi avanzate ai nostri giorni su Atlandide e gli Shardana "come elementi costitutivi della rivendicazione del primato sardo contro la volontà occultatrice dell’archeologia ufficiale".

mercoledì 17 febbraio 2010

Dal grande inganno all'immensa mistificazione

Mi prendo un momento di pausa nelle discussioni di archeologia ed epigrafia che ci stanno appassionando per riflettere su qualcosa che, credo, interessa tutti: archeologi professionisti, appassionati, ricercatori di mestiere e di passione, linguisti, epigrafisti e tutti gli altri. Parlo della imminente celebrazione della morte del plurisecolare Regno di Sardegna e della nascita del Regno d'Italia. Parlo del ricordo pubblico del Grande inganno come lo chiama il professor Francesco Cesare Casula nel libro appena uscito nelle librerie.
Naturalmente non si celebrerà il Grande inganno ma la meno inquietante Unità d'Italia. Si farà mettendo in sottordine i momenti oscuri del processo di unificazione e questo è, in qualche modo, comprensibile: non si celebra un grande imbroglio; ma si tenterà – già da tempo lo si fa – di confondere le carte, buttandola sul misticismo, come ha fatto ieri su Il Corriere della Sera il sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, Alleanza nazionale di origine. L'Italia è, secondo lui, una nazione spontanea già prima del 1861.
Ed ecco perché: “Se si ha voglia di abbandonare qualsiasi retorica, la ricerca di elementi realmente unificanti deve partire da pochi dati di realtà. II primo è l'esistenza in Italia di una unità culturale antecedente di svariati secoli rispetto al momento dell'unità statale; una unità culturale che comprende una molteplicità di articolazioni, ma che è tale perché si riconosce nel ceppo comune dell'eredità filosofica ellenica e del legato giuridico romanistico, entrambi inverati dal Cristianesimo”. Chi sa, se si fosse lasciato andare alla retorica.
La “unità culturale antecedente” dello stato italiano attuale comprende, par di capire, anche la Francia, la Spagna, il Portogallo più alcune altre frattaglie qua e là per l'Europa, tutte accomunate da tale unità culturale. Forse non siamo ancora a propositi espansionisti, all'inglobamento nella nazione italiana anche di quegli stati, ma certo povera unità della Repubblica se i suoi difensori usano simili argomenti.
Quali potrebbero essere le conseguenze, anche politiche, della constatazione che l'Italia non nasce nel 1861, che nei secoli antecedenti il Risorgimento vi era una «nazione spontanea» (per riprendere la felice espressione di Mario Albertini), che aveva una comune identità, fondata su una comune religione, su principi e cultura, anche politica, sostanzialmente omogenei?” chiede Mantovano. Io spero molto, perché fido nell'intelligenza persino dei più accesi nazionalisti italiani, che qualcuno voglia dargli una risposta adeguata.
Una ce l'avrei spontanea, sia pure educata: bisognerebbe rimandare a scuola di mistica romana un bel po' di gente. E non parlare più di grande inganno, ma di gigantesca mistificazione.

martedì 16 febbraio 2010

Andando per giare, di tanto in tanto...

di Francu Pilloni

Io sono uno che subisce il fascino dei luoghi; quando sto in un posto, a volte ho l'impressione di sentire non le voci, ma la presenza delle sensazioni, delle emozioni che altri hanno vissuto prima di me. Uno di questi luoghi, per me, non poteva essere che la Giara di Gesturi, che però è anche di Tuili, di Setzu, di Genuri e Sini, di Gonnosnò, Albagiara e Assolo, e via girandoci intorno. Non poteva essere che la Giara, dico, perché dalla casa paterna ho visto sorgerci il sole in tutte le stagioni, quelle dell'anno e quelle della vita, ho visto la luna piena volenterosamente alzarsi, staccarsi dalla "corona de sa 'Iara" per compiere il suo viaggio notturno. La Giara è stata sa lacana orientale al mio orizzonte di bambino, dove ho accumulato le fantasie infantili.
Anni fa, se si voleva salire sull'altopiano, ci si doveva arrampicare in is scalas, i passaggi obbligati che permettevano l'accesso, salvo passare dal lato sud, da Gesturi appunto, da dove si poteva accedere anche con mezzi di locomozione.
Ora non è più così, da Tuili ci si arrampica in auto sino ad un parcheggio, si passa davanti alla casupola della cooperativa che sta di guardia al sito archeologico e si "esplora" senza nulla pagare, a volte usufruendo della consulenza gratuita di quei giovani che sono davvero affabili.
La "cosa" più grossa che si nota immediatamente è una chiesetta, direi piuttosto una cappella, costruita nel dopoguerra a pianta circolare, in armonia, o forse a imitazione, col nuraghe monotorre, ormai meno alto dei lecci che gli stanno intorno. E già questa vicinanza fra le due costruzioni mi riporta al fascino segreto dei luoghi perché, se è vero che gli uomini del Cristianesimo hanno posto il proprio marchio sopra e a discapito dei simboli di precedenti religioni/civiltà (un po' come fa il mio cane quando lo porto a passeggio, allorché si ferma ad ogni cantone per sovrapporre l'odore della sua orina su quella pregressa), a me pare, anche se non a livello razionale ma solo emotivo, che certi luoghi ci inducano, inducano noi uomini a cercare là e non altrove il contatto col "soberanu", il sopranaturale.
Proprio nello spiazzo dietro il nuraghe e la chiesetta, che stanno sul ciglio de sa corona, sta quella che il guardiano guida ha identificato come un altare nuragico...

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lunedì 15 febbraio 2010

Ecco a voi un'altra scritta nuragica. Con contesto

di Piero Zenoni

Ecco un'altra scritta nuragica (la foto è leggermente ritoccata per renderla visibile) ritrovata in un altro nuraghe, stavolta in territorio di Seneghe. L'ho scoperta ai primi di Dicembre dell’anno scorso ed ho informato immediatamente chi di dovere. Questo a scanso di equivoci e di lingue maligne che potrebbero spuntare come spuntano sempre in questi casi.
Neanche il punto preciso del nuraghe posso dire, se non che si trova in un luogo molto significativo per simbologismo architettonico. È difficilissima da notare perché, come quelle del Nuraghe Aiga 1 e Aiga 2 (pubblicate anche in questo Blog dal prof. Gigi Sanna e dal dott. Alessandro Martometti), è di aspetto filiforme. È tracciata, cioè, con un punteruolo o un pugnale, in modo da renderla reale ma quasi invisibile. In sintonia cioè con la concezione secondo cui il nome della divinità o lo scritto che si riferisce ad essa, oltre ad essere graffito nei luoghi opportuni, deve essere notato il meno possibile in quanto sacro. Chi passa tra le strutture e i vani del nuraghe, se non sa precisamente dove si trova la breve scritta, difficilmente la nota. Passa oltre senza vederla. A parte la considerazione della difficoltà di individuazione dovuta alla nota oscurità dei vani e, soprattutto, dei più o meno impervi accessi che collegano l’uno con l’altro.

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Quando la microtoponomastica parla in illirico

di Alberto Areddu

Interessarsi alla toponomastica sarda significa cercare di dare un significato a toponimi molto spesso muti. E' stato calcolato che tanto più ci si avvicina ai paesi delle aree centrali tanto più aumenti il numero dei toponimi (fino a raggiungere il 30 % del globale in siti come Ovodda, Orune, Ollolai), che non sono interpretabili alla luce della comune filtraggio latino. Per interpretare correttamente un toponimo sono necessari due criteri: stabilire fin quanto possibile la sua esatta forma medievale (più indietro è praticamente impossibile andare), e sapere da altre ricerche che cosa caratterizza quel determinato sito, così denominato. Ora se per i poleonimi (cioè i nomi di luogo degli abitati attestati dal Medioevo a oggi), i due criteri sono spesso applicabili, perché siamo sorretti da sostanziose informazioni, talora forniteci anche da altri ricercatori linguisti, la stessa cosa non vale per i microtoponimi, che in virtù del suono esotico potrebbero ingannarci sulla loro genuina antichità, ed invece sortire recentemente per qualche deformazione popolare, anche se, va detto, in qualche caso potrebbe esser vero il contrario, e cioè essi potrebbero risultare persino più puri foneticamente degli stessi poleonimi, sopratutto quando si tratti di posti particolarmente isolati e non sottoposti a comuni frequentazioni. La chiave interpretativa quindi dovrebbe partire dalla rilevazione di cosa HA quel determinato territorio, al contrario finora ci si è limitati al puro suono e si son prese delle enormi cantonate nell'asserire, come ha fatto il Wolf (e qualche suo allievo catalano), l'origine non-indoeuropea della toponomastica barbaricina. In ragione di ciò, mi voglio occupare qui di alcuni microtoponimi che in ragione del loro territorio, si offrono a miei occhi come sicuramente indoeuropei e anzi decisamente interpretabili alla luce dell'illiricità originaria.

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Nella foto: il ponte romano di Berissai

sabato 13 febbraio 2010

La demonizzazione dell'Archeologia Sarda

di Giandaniele Castangia

Vorrei con questo post trattare dell'Archeologia sarda in questo momento in senso generale, al di fuori delle singole battaglie che vengono combattute in questo blog, per tentare di fornire un quadro di insieme che possa essere utile a comprendere varie cose. Riconosco, per averlo in parte vissuto personalmente, che il rapporto tra Archeologia e Sardi ultimamente non viene vissuto in modo equilibrato per molti versi. C'è un serpeggiante risentimento fra i molti che vorrebbero conoscere di più, sempre di più sul loro passato e sulla loro Storia, e gli Archeologi a cui spesso non è dato né il tempo né il modo di trasformare le loro ricerche in qualcosa di neanche vagamente divulgativo, che possa in tal modo giovare al pubblico e alla cultura in senso più vasto.
Molti cavalcano l'onda di questo risentimento, fornendo le più svariate e incredibili interpretazioni del passato della Sardegna, soprattutto della sua preistoria, che sta assurgendo a periodo mitico, in cui “noi eravamo i veri dominatori del Mediterraneo”. Ho assistito personalmente di recente a scene grottesche in cui personaggi – di cui non ricordo sinceramente il nome – pretendevano diritto di parola quando lo dicevano loro nel corso di un dibattimento scientifico dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria nel 2009, e il fatto di dover rispettare la procedura di un dibattimento scientifico e quindi di dover aspettare il proprio turno era per loro segno di “chiusura del mondo archeologico” che non voleva ascoltare.

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venerdì 12 febbraio 2010

La "misteriosa scritta" di Capichera

Come decine di migliaia di persone in Sardegna (e nel mondo, visto che Videolina - non perdonerò mai a Grauso di aver appioppato questo nome alla maggiore tv sarda - è seguita ovunque), il 5 febbraio ho visto un servizio in cui una voce fuori campo parlava di una "misteriosa scrittura" trovata in una capanna nuragica di Capichera. Immagino che si riferisse al complesso nuragico di La Prisgiona, nella valle di Capichera, scavato da anni, composto da un centinaio di abitazioni e nel quale, come si sa, è stato ritrovato un vaso, anch'esso con segni misteriosi, "un vaso di forma e decorazioni inedite", come è scritto in un sito di Arzachena. Mentre il cronista parlava della "scrittura misteriosa", la telecamera inquadrava un coccio di terracotta all'interno di quel che pareva una capanna. La notizia di Videolina è stata segnalata in questo blog da un lettore pochi minuti dopo che aveva visto il servizio.
Come molti, credo, ho aspettato che il servizio della Tv sarda avesse un seguito. Che so? un articolo su un giornale, un comunicato della Soprintendenza, un qualsiasi segno di vita, insomma. Invano. Se l'aggettivo "misteriosa" è frutto della immaginazione del cronista, poco male: si sa, noi giornalisti siamo approssimativi. Ma se, come penso, egli riportava quel che aveva sentito dagli archeologi impegnati nello scavo, che pensare? Di sicuro, quegli archeologi, pur non essendo epigrafisti, conoscono i segni fenici, quelli greci, quelli etruschi, quelli latini: il "mistero" comincia oltre questa conoscenza. E' troppo chiedere che Soprintendenza o l'Università o qualsiasi ente sovrintenda agli scavi, comunichino anche ai contribuenti che cosa hanno trovato? Ci accontenteremmo di un comunicato stampa, possibilmente con fotografia, e persino di un accenno alla "misteriosità" dei segni trovati.

Le lingue frammiste nei documenti alla corte di Qatna



di Aba Losi

Fortifica la città, fino al mio arrivo [..] preparati alla fine”. E´ questo uno stralcio dalla lettera che Hattuni, generale Ittita, manda al Re di Qatna, la città amorrita URUQa-ṭà-na, qualche anno prima della distruzione del 1340 a.C. Una minaccia, sostiene l´archeologo Peter Pfälzner che ha rinvenuto il documento nel 2002; l´avvertimento di un amico è l´opinione di Thomas Richter, l'epigrafista che l'ha decifrato. Uno dei pochi, nel mondo, in grado di leggere il mix accadico/urrita delle tavolette cuneiformi di Qatna.
Questo e tantissimo altro nella splendida mostra allestita a Stoccarda fino al 14 Marzo 2010: Schätze des Alten Syrien - Die Entdeckung des Königreiches Qatna (1). 450 oggetti esposti di cui 400 mostrati per la prima volta e provenienti dalla tomba reale scoperta dal team siro-tedesco nel 2002, intatta ed a 8 metri di profondità. E´del settembre 2009 la scoperta di una seconda camera sepolcrale risalente al 1600-1400 a.C. Il palazzo reale di Qatna, eretto agli inizi del II millennio a.C., con i suoi 18000 m2 ed una hall di 1296 m², non ha uguali nel vicino oriente dell'epoca.
Nella lettera di Itur-Asdu (1775 a.C.) si legge: ”10 o 15 re seguono Hammurabi di Babilonia, altrettanti seguono Rim-Sin di Larsa, Ibalpiel di Eshnunna e Amutpiel di Qatna”, una testimonianza della potenza della città. La mostra di Stoccarda è corredata dei notevoli plastici, a firma italiana, che letteralmente ci riportano indietro nel tempo, seguendo l´evoluzione ed il decadimento di quella che fu una delle città più potenti del vicino oriente nel II millennio a. C. Tre squadre con 90 archeologi (Università di Tübingen, Università di Udine, e Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Siria) impegnate dal 1999 fino al 2018 a svelare i segreti di Qatna.
Le novità più importanti riguardano il culto dei morti e la presenza costante di un dialetto urrita, frammisto all'accadico, nei documenti di corte. Le inserzioni urrite nel comune accadico dell'epoca, non si trovano, ad esempio, nell´archivio di Mari distrutto nel 1750 a.C. da Hammurabi. I testi di Qatna testimoniano una vita di palazzo estremamente ricca e sviluppata, ma ancora non è chiaro quale ruolo giocasse l´elemento urrita(2): era sicuramente così pregnante da influenzare sistematicamente il linguaggio della corrispondenza ufficiale di corte (3). Uno dei testi è un fantasmagorico elenco di oggetti personali della regina, tra cui 200 coltelli d´oro puro e posate in lapislazzuli.
Alla cripta scoperta nel 2002 si arrivava dalla hall del palazzo, percorrendo un corridoio sotterraneo lungo 40 metri. A guardia della cripta due grandi statue di basalto, avvolte in drappi reali e molto più antiche della tomba stessa: sono il bellissimo logo della esibizione e introducono nel mondo degli antenati dei re di Qatna. Resti di offerte rituali sono ancora ai loro piedi. Nella tomba stessa, la testimonianza di un culto dei morti descritto nei testi siro-palestinesi dell'etá del bronzo, ma di cui solo ora, con gli scavi di Qatna, si ha una testimonianza diretta: il pranzo rituale assieme agli antenati morti, ad ogni luna nuova ed al plenilunio. Nelle tavolette la descrizione di un aldilà oscuro e triste, allietato solo dalle visite dei vivi. Gli oggetti d´oro, purissimo, trovati nella cripta sono di una finezza e di una accuratezza incomparabile. Il mio preferito è la cosiddetta mano cerimoniale, cava all'interno per inserirvi un supporto, con cui verosimilmente si reggeva un piatto fondo d´oro per l´offerta di cibo cerimoniale ai defunti, ovviamente di stirpe reale.
Nel 1350 Qatna è un satellite del potente regno urrita di Mitanni, ma il vento sta cambiando rapidamente. Dopo l´avvertimento del generale ittita, il re Idanda ordina la produzione di oltre 100.000 mattoni di argilla per fortificare i più importanti distretti di Qatna. Nel corso di un attacco o di una rivolta di palazzo Akizzi depone Idanda e prende il potere. Il grande re ittita Suppiluliuma I sta respingendo verso est gli urriti di Mitanni e sottrae dalla loro influenza, una dopo l´altra, le splendide città della Siria del nord. Il re di Ugarit, Niqmaddu II, firma un accordo di vassallaggio con Hatti. Commettendo un tragico errore strategico, Akizzi di Qatna si allea invece con l´Egitto, i cui regnanti attraversano però un periodo di indifferenza verso i loro alleati e vassalli orientali: è l´epoca della lunga malattia e morte di Amenophis III e dell'ascesa al trono di Akhenaten, impegnato nella sua personalissima rivoluzione religiosa.
Tra le oltre 350 lettere dell'archivio egizio di Amarna, tutte in accadico, si trovano anche quelle di Akizzi al faraone: “[..] al figlio del Sole, mio signore, cosí parla il tuo servo Akizzi: sette volte mi inchino ai piedi del mio signore. Mio signore, in queste terre io ho paura”. Ma il faraone non risponde all'appello di Akizzi, come non risponde a quello degli altri regnanti (4); gli Ittiti radono al suolo Qatna nel 1340 a.C.

(1) Tesori dell'antica Siria: la scoperta del regno di Qatna. http://www.landesmuseum-stuttgart.de/qatna/
http://www.qatna.org/; http://www.uni-tuebingen.de/uni/qvo/highlights/h24-qatna-02.html
(2) Sul discusso elemento urrita nella Siria e Palestina nella età del bronzo si veda.: Peter Craig, UGARIT, CANAAN, AND ISRAEL, Tyndale Bulletin 34 (1983) 145-167.
(3) Was die Schrifttafeln vom Untergang einer Stadt berichten, von B. Seewald, 21. September 2009, WELT-ON-LINE, Altorientalist Thomas Richter über Qatna
(4) Famosissima la lettera di Belit-Nesheti, un anomalo caso di regnante donna in Canaan-forse a Beth Shemesh-riportante gli attacchi degli Habiru: “Al re mio signore e mio sole: queste sono le parole della tua serva, Belit-nesheti. Mi getto ai piedi del re per sette volte. Devo dire al mio re che questo paese sta subendo atti ostili e che la terra del re, il mio signore, sarà perduta per sempre”

giovedì 11 febbraio 2010

Per me è inverosimile. E per te?

di Massimo Pittau

Caro Gianfranco,
l’invocare una commissione interdisciplinare per la tavoletta di Tzricottu non ha alcuna ragione, dato che il problema non è affatto «archeologico», ma è solo ed esclusivamente «linguistico». Infatti, quand’anche l’archeologia dimostrasse che la tavoletta risale veramente all’epoca nuragica e non a quella bizantina, rimarrebbe intatto il problema linguistico di fondo, che consiste in queste sostanziali domande, alle quali vedi di dare una risposta finalmente tu, visto che chi di dovere non l’ha mai data:
1) È verosimile che uno scrivano nuragico scrivesse un suo messaggio facendo contemporaneamente uso di tutti i seguenti segni e alfabeti: “logogrammi”, “logopittogrammi”, “segni alfabetici protosinaitici, protocananei, gublitici, fenici arcaici e ugaritici”?
2) È possibile che questo insieme di segni pittorici e alfabetici entrasse nello spazio di pochi centimetri quadrati di superficie della tavoletta?
3) Che cosa c’è di “nuragico” nell’insieme di questi segni e disegni o almeno in qualcuno di essi?
4) Quale è l’esatto “significato linguistico” di quel supposto messaggio. In altri termini, che cosa esattamente esso dice a noi ascoltatori odierni?
Tutte le altre questioni non servono ad altro che a dirottare l’attenzione e a far perdere tempo.


Caro Massimo,
ti rispondo, come sempre con piacere, naturalmente in base alla logica applicata a qualche mia conoscenza spero non banale. Sulla commissione interdisciplinare (ma non ti preoccupare, figurati se ci sarà mai) la penso diversamente da te: metti che l'analisi chimico-fisica prospettata dall'allora soprintendente Giovanni Azzena dimostri che quella minuscola tavoletta è, diciamo alla grossa, del Medioevo e mettiamo sempre che quei segni (chiamali come vuoi) siano qualcosa di prima di Cristo; oppure, facciamo il caso contrario, dimostri che si tratta di un reperto longobardo fatto in bronzo qualche secolo avanti Cristo. Uno studio interdisciplinare sarebbe comodo e opportuno, o no?
Alla tua prima domanda potrei rispondere con una provocatoria controdomanda: “E' verosimile che il calabrone voli?”. Più seriamente, direi di sì, se si deve dare retta a chi ha esposto a Stoccarda, fra l'altro, “73 tavolette in cuneiforme incise in una lingua mista. Sì mista, non tradotta, con termini da tre lingue: sumerico, accadico, hurrita” (Dal post di Aba Losi dell'8 febbraio).
Ma, tu chiedi, è possibile che tutto quel ben di Dio stia in pochi centrimenti quadrati? Intanto ci sta, qualche che sia il significato delle decine di segni, il che vuol dire che è possibile: tutto il reale è anche possibile. Ma ti rimando al post di Aba Losi “reduce dalla splendida, incredibile mostra su Qatna, a Stoccarda” nella quale, oltre alle 73 tavolette sono esposti “sigilli microscopici incisi mirabilmente (per farli vedere a noi hanno messo delle lenti)”. E poiché, secondo Sanna, quello di Tzricotu è un sigillo, non è nelle sue dimensioni la difficoltà di concentrare segni. Per inciso, ho pregato Aba di raccontare più distesamente la sua visita al Museo di Stoccarda.
Chiedi ancora che cosa c'è di nuragico nell'insieme di “questi segni e disegni”? E lo chiedi proprio tu che affermi come i nuragici scrivessero utilizzando il fenicio e il latino? Che cosa c'è di nuragico nella scritta, per te greca, del nuraghe Rampinu di Orosei? Quanto all'ultima domanda, io so che cosa, secondo Gigi Sanna, il messaggio sulla tavoletta dice a noi moderni, ma non voglio toglierti il gusto di leggerlo in prima persona. Se non altro per condividere con un amico la fatica che ho fatto io.

Le follie son come le ciliegie. L'una tira l'altra

di Gigi Sanna

I calchi c'entrano e come! E di che cosa parliamo sempre se non di essi? Si sta dicendo una cosa davvero banale se non sciocca dal momento che essa è partita dal 1995 e quasi subito è stata risolta, da quando cioè furono fatte pervenire a G.Atzori le prime fotografie.
Infatti sin dall'inizio, sin dal primo esame dei documenti fotografici, ci chiedemmo: perché c'erano dei calchi documentati e non comparivano subito le fotografie degli oggetti fatte direttamente su di essi? Ci saremmo aspettati la cosa più semplice, quella che di norma accade quando qualcuno vuol farti vedere indirettamente le cose, di pregio o meno, che ha trovato. Lo si comprese in breve tempo, anche prima che prendessimo, io e G.Atzori, a far vedere le foto a Raimondo Zucca, a F.C. Casula, a G.Lilliu, a G.Paulis e ad altri, i tanti altri che qui non sto a nominare, perchè dovrei fare un lunghissimo elenco.
I calchi fotografici evidentemente erano stati fatti da chi deteneva gli oggetti e non voleva, sulle prime, far capire in alcun modo di che materiale fossero fatti. Non solo. Non si voleva neppure far vedere la grandezza di essi. Calchi fatti (o fatti fare) da anonimi che intendevano prendere tempo per sapere la natura degli oggetti e, soprattutto, cosa fossero mai quei segni su quelle tavolette; anonimi che, evidentemente, aspettavano che se ne parlasse e che qualcuno si pronunciasse. Interessava quindi, con ogni probabilità, il mero valore commerciale dei reperti e non altro. Gianni Atzori, grande conoscitore (e ben conosciuto per questo da tantissimi archeologi!) della manualità degli artigiani nuragici, sospettò che fossero di bronzo (e lo scrivemmo con una certa cautela e un po' titubanti) e altri invece, come G.Ugas, pensò (a torto) che fossero di pietra. Altri ancora, come si sa, pensarono che fossero dei falsi.
Ricordiamo ancora, per l'argomentazione corrente e per chi non sa, ma non certo per chi ci ha seguito ormai da tanto tempo, che le fotografie fatte pervenire a G. Atzori furono cinque e questo è il motivo per cui in quella prima nostra pubblicazione, riguardante gli oggetti di Cabras (Omines 1996), furono riportate le foto dei cinque calchi. Il quinto calco (pubblicato però come tavoletta A 2) è importantissimo come si vedrà più avanti...

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Nela foto: particolari della tavoletta di Tzricotu

mercoledì 10 febbraio 2010

Lettera aperta a Massimo Pittau

Caro Massimo,
nella replica alla tua “lettera aperta” avevo preso impegno di non limitare la risposta alle due o tre cose che vi dicevo. Lo mantengo, facendo ricorso alla dura franchezza che tu hai usato con me e che quanto più si è amici tanto più deve essere leale. Tralascio le questioni personali e anche quell'improvvida citazione della critica che mi sarebbe arrivata dal Giappone e che era, invece, di un anonimo perdigiorno il quale per la bisogna si era stretto gli occhi a mandorla.
E vengo alla sostanza delle questioni non linguistiche né epigrafiche di cui – hai ragione – non capisco un accidente, come tutti quelli che non sono d'accordo con te. Tu scrivi, fra le altre cose, “Se noi accettiamo questa tesi del tutto campata in aria, allora nella lunga storia dei colonizzatori che hanno invaso la nostra terra, dobbiamo aggiungerne altri 5 (cinque): i Sinaitici, i Cananei, i Glubitici, i Fenici arcaici e gli Ugaritici!”. E ancora: “Se accettiamo la strampalata e pericolosa tesi della scrittura di Tzricottu, allora ci dobbiamo mettere in testa per sempre una cappa di cenere e di vergogna: dunque neppure in quel periodo noi Sardi siamo stati liberi e autonomi, bensì siamo stati colonizzati e schiavizzati da popoli stranieri!
Io non so se queste due frasi sono sfuggite al tuo controllo o se anche tu hai quella singolare concezione della storia secondo cui essa va scritta a convenienza. Non dimentico quanto la presidente dell'Istituto di preistoria e protostoria, Bietti Sestieri, scrisse a Sergio Frau: “Mi sembra che molte delle sue tesi si prestino, seppure non intenzionalmente, ad alimentare” cose come “suscitare nostalgie di paradisi perduti ed età dell’oro, e [...] fornire il pretesto per rivendicazioni di superiorità culturale ed etnica e per aspirazioni autonomiste che sarebbe difficile giustificare altrimenti”.
Quel che dici tu, naturalmente, è il contrario: stiamo attenti alla tesi di Sanna che, se accettata, disegnerebbe un popolo sardo mai libero e mai autonomo, ma sempre colonizzato e schiavizzato da stranieri. Anche tralasciando il fatto che si tratta di una tesi “strampalata” - questo mi sembra essere il tuo ragionamento – è anche “pericolosa”. Tocchi così le corde profonde del mio vecchio cuore nazionalista, proprio quelle che secondo altri amici del blog guidano il mio interesse al nostro passato. Naturalmente non è vero, quello non è il mio modo di pensare e non cadrò nella tua affettuosa trappola.
Non credo che la tesi di Gigi Sanna sia pericolosa: con tutto il via vai di allora nel Mediterraneo è assai probabile che i sardi abbiano acquisito la tecnica della trasmissione scritta senza farsi colonizzare da chi sapeva scrivere. Non furono colonizzati dai fenici che, secondo la vulgata, insegnarono loro a scrivere, non vedo perché avrebbero dovuto lasciarsi soggiogare da sinaitici e compagnia scrivente. Ma mettiamo pure che sia, come tu dici, pericolosa: la si dovrebbe combattere e negare perché non torna con ciò che finora abbiamo pensato di noi stessi?
Capisco che la tua possa essere una affermazione enfatica, ma curiosamente fa parte, con segno opposto, di una concezione del vero e del falso ben espressa dalla professoressa Bietti Sestieri, concezione che mi pare guidare gran parte della politica culturale post Minculpop. Lasciamo da parte il “pericolo” per i sardi, ma una cosa che non capisco – o meglio la capisco benissimo – è l'accanimento contro una “tesi strampalata”. Se lo fosse, se fosse così evidentemente strampalata, pensi davvero che in questo blog la questione avrebbe suscitato 567 commenti a otto articoli? Non ti sarà sfuggito che la stragrande maggioranza dei post è di critica, spesso molto al di sopra delle righe, della tesi di Gigi Sanna. Tutti preoccupati per la sua “pericolosità” anti-sarda? Nessuno ne ha mai parlato.
Vedi, caro Massimo, la cosa che mi dà da pensare – da persona che non capisce un tubo di linguistica e di epigrafia, ma qualcosa di logica sì – è il succedersi di contro tesi, l'una contro l'altra armata. Si è letto di tutto in questi diciotto giorni in cui una tesi strampalata è stata esaminata; solo pochissimi hanno riconosciuto che l'unica cosa saggia sarebbe di sottoporre a analisi interdisciplinare la tavoletta. Questa proposta non è stata accolta e so riconoscere una bocciatura.
Non credo, ma se sbaglio farò pubblica ammenda, che la Soprintendenza – la quale ha da qualche parte la tavoletta – non faccia le analisi da essa stessa suggerite nel dicembre 2007, perché “pericolosa” al buon nome dei sardi.

martedì 9 febbraio 2010

I Shardana: prima il successo e poi 50 anni di silenzio

di Giovanni Masala

La mancata rappresentazione de I Shardana rappresenta, a nostro avviso, soltanto la punta dell’iceberg di una politica culturale distorta che affonda le sue radici negli anni Cinquanta e Sessanta in Sardegna. Proprio in quel ventennio nell’isola andava sacrificandosi una cultura millenaria sull’altare di un’industrializzazione assolutamente inadatta al tessuto socioculturale isolano. La cultura sarda intesa come segno portatore di una diversità storica, linguistica, letteraria e musicale completamente differente da quella dell’Italia continentale, facevano dell’isola una vera e propria nazione (culturalmente intesa) all’interno dell’Italia. L’operazione economica, soprannominata allora Piano di Rinascita, convogliò nell’isola ingenti somme destinate appunto allo sviluppo dell’isola ma nel contempo significò per la Sardegna la rimozione di tutti quei saperi millenari di cui essa era depositaria: la storia (sarda), la lingua (sarda), la letteratura (sarda), la musica (sarda).
In un momento storico-politico in cui le peculiarità regionali iniziavano timidamente ad assumere carattere distintivo e, politicamente, a divenire “significanti”, si pensò evidentemente, più per ignoranza e incapacità didattica che per effettiva volontà, di operare in Sardegna una sorta di manipolazione semiotica discriminando, soprattutto all’interno della scuola, la lingua e la cultura sarda che purtroppo sfociò in un autentico saccheggio culturale. Ma gli anni Cinquanta sono ancora all’insegna della speranza. Ma nel campo musicale, infatti, sarà ancora Porrino, ben consapevole del rischio che correva la cultura musicale sarda, a sferzare un vero e proprio “colpo da Maestro” quando, proprio nel 1957, anno successivo alla sua nomina di Direttore del Conservatorio Giovanni Pierluigi da Palestrina, darà l’annuncio dell’istituzione di una cattedra di Etnofonia Sarda presso il medesimo conservatorio cagliaritano...

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lunedì 8 febbraio 2010

Lettera aperta a Gianfranco Pintore

Caro Gianfranco,
io non ricordo di avere mai scambiato, nella mia adolescenza a Nùoro, una parola con tuo padre, dato che la differenza di sette/otto anni esistente fra lui e me a quella età costituiva e costituisce tuttora un grande divario. Da adolescente, appunto, ricordo che di lui correva a Nùoro la fama di bravo medico. Che non era cosa di poco conto in una cittadina tanto esigente e difficile come era ed è la nostra Nùoro.
Quando invece nel 1948/49 sono andato a Firenze per seguire un corso di perfezionamento universitario coi proff. C. Battisti, G. Devoto e B. Migliorini, ho incontrato più volte tuo padre in una mescita tenuta da un altro nuorese, Ignazio Pintori – che però non era vostro parente - nel quale ci davamo appuntamento altri Nuoresi, tutti però più giovani di tuo padre: Ugo Capello, Francesco Ticca, Vittorio Chironi, Gino Siotto e qualche altro. Lo stimavamo tutti per la sua grande umanità, il suo sottile e misurato umorismo e soprattutto per la sua grande saggezza, che ce lo faceva apparire, se non come un padre – anche perché si sarebbe offeso -, almeno come un caro e stimato fratello maggiore.
Quando, alcuni decenni dopo – però non ricordo la prima occasione - conobbi te, Gianfranco, ti assicuro che ti misi subito nella stessa nicchia di simpatia e di stima che avevo ancora per tuo padre. E ritengo di avertela dimostrata sempre, nelle occasioni successive.
Tutto ciò premesso, non dico “nonostante” la stima e simpatia che nutro per te, ma anzi proprio in virtù di esse, sento il diritto-dovere di muoverti un grande rimprovero di fronte ai numerosissimi Sardi che ti seguono e ti stimano: tu stai mandando avanti una operazione che sta pregiudicando parecchio in senso negativo la “immagine culturale della Sardegna odierna” (a nessuno sono sfuggite le frecciate che ti sono arrivate perfino dal Giappone). Tu stai dimostrando di essere uno sfegatato sostenitore della “tesi dell’esistenza di iscrizioni nuragiche sia nella ormai famigerata tavoletta di Tziricottu, sia in numerosi nuraghi e reperti nuragici”. E tutto questo tu fai senza avere una adeguata preparazione sull’argomento, dato che tu sei un bravo giornalista e un bravo scrittore, ma non sei affatto un linguista e un epigrafista. E la linguistica e l’epigrafia sono discipline di forte specializzazione, nelle quali non ci si può su due piedi improvvisare “esperti”.
Nel titolo che qualche mese fa tu hai apposto a un intervento di un frequentatore del tuo blog, tu hai manifestato in maniera chiarissima quale è l’esatto motivo di fondo che muove il tuo agire: «E i costruttori di questa imponente torre nuragica non sapevano scrivere?!».
Ed io tengo a precisarti subito che codesta tua frase la sottoscrivo a piene mani: anche io sostengo che i Nuragici sapevano scrivere, come ho dimostrato in un’appendice del mio libro «Il Sardus Pater e i guerrieri di Monte Prama», che io ti ho doverosamente regalato. Ma sull’argomento è necessario fare un’importante precisazione: i Nuragici scrivevano di certo, ma facendo uso, col passare dei secoli, prima dell’alfabeto fenicio, dopo di quello greco e infine di quello latino. Ed esistevano Sardi antichi che sapevano scrivere contemporaneamente il fenicio, il greco e il latino, come dimostra luminosamente la famosa iscrizione trilingue di San Nicolò Gerrei, che risulta scritta in fenicio/punico, in greco e in latino. Essa è stata fatta da un certo Cleone per grazia ricevuta dal dio nuragico della salute, che egli chiama Aescolapius Merre in lingua latina, Asklepiós Merre in lingua greca ed Ešmun Merre in lingua punica. L'iscrizione, che è stata studiata da numerosi autori, è stata riportata niente meno alla prima metà del II secolo dopo Cristo (CIL X 7856).
Che cosa c’è di vergognoso, a danno dei Nuragici, nel fatto che essi facessero uso di alfabeti forestieri? Anche i civilissimi Greci facevano uso di un alfabeto forestiero, quello fenicio, sia pure dopo averlo adattato alle loro esigenze, anche i civilissimi Etruschi facevano uso di un alfabeto forestiero, quello greco e pure i potentissimi Romani facevano uso di un alfabeto forestiero, quello etrusco-greco.
A te che dimostri di essere tanto preoccupato della immagine culturale dei Nuragici – e lo sono anche io almeno nella stessa misura (cfr. la mia opera «Storia dei Sardi Nuragici», pubblicatami da Paolo Pillonca e ormai in via di esaurimento dopo un solo anno e mezzo) non debbono sfuggire due gravissimi errori e pericoli che stanno al fondo della “cosidetta scrittura nuragica»:
I) Se noi accettiamo la tesi che nella tavoletta di Tzricottu esista un messaggio scritto negli alfabeti protosinaitico, protocananeo, gublitico, fenicio arcaico e ugaritico, quale di questi è propriamente “nuragico”? Nessuno!
II) Se noi accettiamo questa tesi del tutto campata in aria, allora nella lunga storia dei colonizzatori che hanno invaso la nostra terra, dobbiamo aggiungerne altri 5 (cinque): i Sinaitici, i Cananei, i Glubitici, i Fenici arcaici e gli Ugaritici!
Concludendo, tutti i Sardi abbiamo fino al presente avuto immensa ammirazione per la nostra “Civiltà Nuragica”, dato che tutti sapevamo o sentivamo che in quel periodo i Sardi hanno giocato il ruolo di protagonisti nel Mediterraneo centrale (vedi la mia citata opera), ma se accettiamo la strampalato e pericolosa tesi della scrittura di Tzricottu, allora ci dobbiamo mettere in testa per sempre una cappa di cenere e di vergogna: dunque neppure in quel periodo noi Sardi siamo stati liberi e autonomi, bensì siamo stati colonizzati e schiavizzati da popoli stranieri!
Dopo questa mia lettera, che è chiaramente cordiale ma anche dura, deciderai di cambiare la prospettiva nel mandare avanti il tuo blog? Non lo so; ma almeno una cosa devi fare, se vuoi che la gente continui a seguirti e a stimarti: devi essere più imparziale nel dare spazio alle discussioni e soprattutto nel commentarle. Io stesso potrei citare ben cinque casi in cui tu non sei stato imparziale con me, solo perché quella ridicola tesi ho smontato punto per punto. Perfino due miei recenti interventi hai tralasciato di pubblicare…..
Con stima e cordialità
Massimo Pittau


Caro Massimo,
liberiamo subito il campo dalle questioni personali. A partire dal tuo ricordo di babbo che mi ha commosso più di quanto tu possa immaginare. E a finire con il tuo rimprovero perché avrei tralasciato di pubblicare tuoi interventi: sai che non è vero e non qualifico la tua affermazione per affetto.
Non sono imparziale? Cerco di esserlo, ma ho anch'io un piccolo cervello che risponde a stimoli e che, ahilui, a volte pretende di mettersi a ragionare. Come quando, per esempio, ha creduto utile alla conoscenza pubblicare i tuoi articoli su Othoca, su Amsicora, su Nepolis, su Cornus, la mia recensione del tuo libro sul Tempio di Monti Prama ed altri.
A te mica lo dicono i tuoi colleghi che, secondo loro, hai scritto sciocchezze, ma a me hanno scritto, privatamente, per rimproverarmi di aver abbassato il tono del blog pubblicandole.
Il tuo mondo, purtroppo, è così. Non tutti hanno il coraggio (secondo me l'imprudenza) di Gasperini di screditarti in pieno convegno per aver tu accreditato la scritta bilingue (etrusco/latino) di Allai. Tu sai benissimo che la tua tesi sulla identità fra etrusco e nuragico ha ricevuto, nel migliore dei casi, scrollate di testa e che, invece, la protagonista del mio ultimo romanzo la difende a spada tratta contro un groviglio politico-culturale che vorrebbe metterla a tacere.
Duecentoventi “studiosi del Mediterraneo”, archeologi, linguisti, antopologhi, cultori di varia umanità, ti hanno detto che nomi con cui gli etruschi chiamavano se stessi non hanno alcun riscontro nella toponomastica sarda e nella tradizione storica e letteraria concernente la Sardegna: altro che lingua uguale.
Secondo te, per coordinare questo blog e per renderlo credibile, io che, come giustamente rilevi, non sono “affatto un linguista e un epigrafista”, a chi dovrei dar retta, a Gasperini, ai 220 studiosi a chi sotto sotto sbuffa o a te? Secondo la tua logica, a loro: sono di più. Perché dovrei pubblicare tue cose non accettate dall'universo accademico? E ancora perché dovrei pubblicare le tue tesi ma non quelle di Gigi Sanna e di altri che non gli dichiarano l'ostracismo? La mia “imparzialità” sta nel fatto che pubblico i suoi articoli, quelli di chi come te lo contrastano, i commenti di chi lo appoggia e di chi lo contrasta. Imparziale, per quanto ne sono capace, ma mica tonto, incapace di ragionare.
Ho suggerito un modo per risolvere la questione. Affidiamo gli studi di Sanna (e di altri, anche tuoi) ad esperti neutrali in epigrafia (esperti veri, non esperti di epigrafia romana per giudicare reperti etruschi) e vediamo.
Per ora hanno aderito solo quelli che avrebbero tutto da perdere da una analisi sfavorevole a Sanna, lui compreso. Il tuo nome, sbaglierò, non l'ho visto.


PS - No, non me la cavo così. Ti risponderò anche nel merito. Naturalmente da giornalista scrittore senza pretese. [zfp]

Nuove chiudende, 180 anni dopo

La tentazione di privatizzare le terre comuni è irresistibile. Non vi ha resistito il consiglio comunale di Dorgali che, all'unanimità come scrive il cronista, ha chiesto alla Regione di abrogare gli usi civici nelle spendide vallate di Oddoene e Filine. Spero proprio che la Regione – che ha competenza primaria in materia di usi civici – si ricordi che questi sono diritti comunitari di rilievo costituzionale.
Quasi tutti i terreni delle due valli sono oggi in uso di privati, pur appartenendo all'intera comunità, questo vuol dire terre comunali anche se ogni tanto qualche comune finge di credere che quel “comunali” significhi “del comune”, inteso come amministrazione. Recentemente la Forestale rilevò in quelle terre numerosi abusi, edilizi e di vario altro genere. C'è chi ha persino cercato di vendere il territorio in proprio uso ad altre persone. Si tratta, a stare alla Forestale, di un fenomeno assai difuso, tanto difuso da sollecitare l'unanimità dei consiglieri comunali a chiedere alla Regione una sorta di sanatoria onerosa.
I terreni in uso dovrebbero poter essere passati in proprietà, con l'esborso da parte dei beneficiari di somme più o meno grandi, tenendo conto dei miglioramenti fatti sui terreni, degli invesimenti fatti, delle rate pagate al Comune per l'uso. Si tratterà, se mai la Regione dovesse accettare quella che pudicamente è chiamata “sclassificazione”, di un prezzo calmierato.
Nella storia della Sardegna, l'uso comunitario delle terre non ha mai goduto del favore di chi a vario titolo ha comandato. Qualcuno ricorderà l'Editto delle chiudende del 1820 che introdusse per decreto la proprietà perfetta della terra e che suscitò ribellioni, anche violente, da parte dei pastori e dei contadini poveri. Qualche altro ricorderà il tentativo del Comune di Nuoro di vendere Sa Serra e la sommossa popolare passata alla storia come “Su connotu” che comportò le dimissioni in massa del Consiglio oltre che alla devastazione degli archivi in cui erano i documenti preparatori della vendita.
Altri tempi, naturalmente. La libertà tutelata di cogliere ghiande, fare legna, attingere acqua e e di servirsi di tutti gli altri usi civici non è più utilizzata come nel passato. “Comunismo primitivo” è definita questa facoltà comunitaria da chi, erede del “Comunismo scientifico”, pensa utile cancellare quel retaggio del passato. Ma esistono valori immateriali che sarebbe ingiusto cancellare solo per rimediare al prodotto di disvalori come le illegalità commesse da privati nelle terre di tutti. Spero proprio che la Regione ricordi di essere erede di una cultura che ha difeso questo istituto della “comunella” contro chi, per interesse privato e a volte con la forza e l'inganno, ha cercato di distruggerlo.

Nella foto: La valle di Oddoene in una foto di Leo Fancello, dal sito Geo Dorgali

domenica 7 febbraio 2010

In realtà è una storia di calchi su calchi


di Mirko Zaru

Preso atto dell’"attenta" analisi del sig. Brundu, vorrei portare agli occhi di tutti dei particolari ancora non divulgati sui reperti (o meglio sul reperto) di Tzricotu. Riporto un breve estratto dal commento del Sig. Brundu il quale afferma:
Sa che i modelli da fusione sono la copia dell'oggetto finito? Pertanto quell'oggetto finito dovrebbe avere le decorazioni in negativo.Un po' strano non trova?Già,ma per lei le decorazioni del "prototipo" sono in positivo,dimenticavo.
http://gianfrancopintore.blogspot.com/2010/01/qualche-cosa-in-piu-su-tzricotu.html
""Mirko Zaru ha detto.....
E invece sig. Componidori sono in positivo! guardi bene le immagini ... i calchi sono negativi le "originali" sono in positivo!
27 gennaio 2010 23.05"" 
Dovrebbe spiegarci perchè il "prototipo", presenta una così ampia cornice di materiale residuo,che determina problemi di ordine pratico nella tecnica fusoria da lei citata.
Ci chiarisca, perchè non si è spiegato, se dal "prototipo" di tzricotu ci vuole ottenere le lamine delle decorazioni già decorate, il che sarebbe una tecnica assai più spiccia di quella longobarda, diversa direi, innovativa.

In effetti, quanto riportato dal sig. Brundu non fa una piega! Ma guardiamo meglio il reperto (quello in bronzo che chiamerò A per comodità, l’unico reperto che abbiamo) presenta in rilievo una sorta di U decorata, effettivamente, con incisioni in negativo! Non si tratta di un modano, ma di un prodotto già fuso e mai ultimato: manca, infatti, il taglio, la bulinatura e la finitura del pezzo. Chiaramente, se si deve prendere per buono quanto riferitoci, gli altri presunti reperti devono essere realizzati inversamente, oppure qualcuno si è dimenticato di precisare che si tratta di calchi realizzati su calchi!
Per realizzare un calco con “U” in rilievo e incisioni in negativo (come mostrano le foto dei presunti reperti), essi dovevano presentare “U” in negativo e incisioni in positivo (e qui torniamo ai modani in positivo di cui ho parlato, pronti per la fusione). Oppure si è provveduto a realizzare dei calchi, farli asciugare, e successivamente fare altri calchi con una pasta per ottenere “U” positiva e incisioni in negativo. Bhe, allora la cosa si complica un bel po’! Anzi si complica tremendamente!
Purtroppo, il Sig. Sanna è incappato in uno scherzo di pessimo gusto: verosimilmente, qualche lestofante, si è divertito a rifilargli dei calchi falsi, accuratamente elaborati per farlo cadere nel tranello! Prendiamo i calchi dei presunti reperti di Tzricotu: li chiamerò B, C, D, e con E (il calco del reperto conosciuto), come da figura, per comodità. Si possono facilmente individuare, in tutti i calchi B, C, D, E, le incisioni riscontrabili nel reperto A conosciuto, le quali combaciano perfettamente se sovrapposte.
I calchi B, C, D, mostrano incisioni aggiuntive a quelle del reperto A, tutte diverse le une dalle altre. Ora analizziamo “la centina” citata da Sanna che in realtà è l’eccesso di fusione: quest’ultimo cambia da fusione a fusione, nella forma e nelle dimensioni.
Ma proviamo a paragonare il calco del reperto A (calco E) con il calco B, C, D, per esempio: potete guardare la sovrapposizione dei calchi qui. Le dimensioni sono esattamente le stesse la differenza di dimensione è dovuta dalle foto. Senza aver ancora analizzato le incisioni possiamo vedere come i calchi E,B,C,D, siano stati realizzati dalla medesima matrice, che guarda caso è il reperto A (l’unico conosciuto). E cosa si portano appresso i calchi? I difetti dovuti alla fusione e all’ossidazione del reperto A!
Ciò dimostra chiaramente che le altre incisioni sono state aggiunte dopo il calco della stessa matrice realizzata con il reperto A. Ad avvalorare l’ipotesi sono le incisioni comuni per tutti i calchi e perfettamente combacianti! Per quanto riguarda i calchi B, C, D, si tratta, con tutte le motivazioni portate, di falsi e anche grossolanamente realizzati.
Il sig. Sanna, quindi ha interpretato, a sua opinione, segni fasulli ma impressi con maestria, verosimilmente in buona fede e ignaro della falsità dei calchi. Al tempo stesso è presumibile una falsità di base del reperto A che può essere stato facilmente realizzato e collocato sul posto. In ogni modo, è indiscutibile il fatto che non si tratti di reperti nuragici, e che, tantomeno essi possano essere presi in considerazione, in quanto dubbi, nella scientificità. Resta da chiedersi, perciò, con che metro si possano valutare gli altri elementi portati a confronto di questi, chiaramente fasulli.
Se gli elementi forniti come prova della falsità dei calchi non dovessero bastare sono pronto a fornirne ulteriori.

sabato 6 febbraio 2010

Caro Castangia, il mio metodo eccolo qua

di Gigi Sanna

Caro dott. Castangia, è curioso che nel giro di qualche mese anche lei abbia parlato di metodo con me. Guarda un po'! Io provengo da una certa scuola cagliaritana molto severa in fatto di ricerca ed il mio primo esame all'università era incentrato sul corso monografico ' Il Nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica' di G. Lilliu.
So bene quindi, ma molto bene, anche per altri esami e per miei studi personali di oltre trent’anni di durata, di fronte a quali problemi si trova un archeologo-epigrafista che esamina un oggetto fuori contesto. So come deve procedere e quali sono le vie pressoché obbligate da seguire. Ma lei sa bene che il processo di ricerca, quello comparativo, è uno dei più difficili e pericolosi e spesso lascia il tempo che trova. Ma mi permetto di aggiungere qualcosa al cosiddetto metodo archeologico, quel qualcosa di doveroso, che c'è e viene usato da alcuni, ma che spessissimo è tenuto in scarsa considerazione da altri.
Questo qualcosa di più sul metodo parte dal fatto che si deve prendere atto che spesso non è l'oggetto, che sfugge alla mia conoscenza, che lì per lì mi può indirizzare nella ricerca, ma il contenuto decorativo o epigrafico (o entrambe le cose) che sta in un certo oggetto. Naturalmente bisogna tener ben presente che l'archeologo deve essere nello stesso tempo epigrafista ( per me non esiste un puro archeologo o un puro epigrafista), lo deve per mestiere, e purtroppo, come lei sa, l'università sarda di archeologia, benemerita sotto tanti aspetti, non lo è abbastanza sul versante dell'insegnamento della conoscenza epigrafica che vada oltre il fenicio, il greco e l'etrusco.
Se per caso, come è spesso accaduto nel secolo scorso, un archeologo sardo s'imbatte in segni di natura fonetica che non fanno parte della suo bagaglio dottrinale per lui questi segni non esistono, non li ritiene segni alfabetici. Pertanto, o istintivamente (e prudentemente) si rivolge ad altri oppure è costretto a fare l'operazione che ha fatto il dott. Paolo Benito Serra. Questi è andato (senza quel bagaglio adeguato di conoscenze epigrafiche che gli avrebbero consentito subito di evitare un percorso sbagliato) alla ricerca di oggetti che solo 'formalmente' potessero, solo per il supporto in sé e per l'aspetto dei segni (giudicati all'impronta decorativi), richiamare, per 'analogie' e somiglianze, gli oggetti di Tzricotu.

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Provocato due volte, ribatto a Sanna che...

di Massimo Pittau

Dietro segnalazione di un mio amico ho potuto verificare che il dott. G. Sanna, in suoi recenti interventi, mi ha provocato due volte, sia pure con accenni lievi, ma ironici. E allora disattendo l’invito che i miei figli mi avevano fatto a non continuare a sottopormi alle svillaneggiature di cui egli carica tutti coloro che non accettano le sue “geniali” scoperte,
Dato che il Sanna non fa altro che millantare suoi corsi universitari (tenuti in quale Università e in quale disciplina?), convegni internazionali di medicina (che c’entra questa con l’epigrafia?), adesione di illustri sconosciuti alle sue tesi e collaborazione a riviste scientifiche (che non cita mai), da parte mia ho il diritto-dovere di segnalare che, per i titoli accademici conseguiti e per le mie numerose pubblicazioni specifiche, in Sardegna sono – è una semplice prospettazione di fatti – lo specialista che più e meglio di qualsiasi altro può intervenire per giudicare le “geniali scoperte” del Sanna. E a tal fine, alle numerose obiezioni che gli ho mosso in precedenza, aggiungo queste osservazioni:
1) È una tesi esilarante che la tavoletta di Tzricottu contenga un messaggio costituito da «“logogrammi”, “logopittogrammi” e da scritte con “segni alfabetici protosinaitici, protocananei, gublitici, fenici arcaici e ugaritici” (frase testuale del Sanna). E un tale guazzabuglio di sgorbi entrerebbe nello spazio di pochi centimetri quadrati di superficie della tavoletta!? Lui dice di vedere tutti quei segni alfabetici e addirittura dice che sono “bellissimi”, ma allora tutti gli altri siamo completamente ciechi, mentre lui ha uno sguardo tanto penetrante da raggiungere perfino il mondo microscopico.
2) È una tesi ancora più esilarante che uno scrivano scriva un suo messaggio facendo uso conteporaneamente di ben 5 (cinque) alfabeti: protosinaitico, protocananeo, gublitico, fenicio arcaico e ugaritico!
3) Nel sostenere una tale tesi il Sanna si comporta come un “linguista/epigrafista omnibus”, il quale osa affrontare con sicurezza tutte quelle numerose e disparate lingue e scritture. Ma allora se ne deve dedurre che il lontano scrivano nuragico era un “linguista/epigrafista omnibus” pure lui, altrimenti non avrebbe saputo scrivere il messaggio che il Sanna gli attribuisce.
4) Siccome il Sanna non ha fatto mai alcun aggancio delle sue tesi a quelle che sulla lingua nuragica abbiamo espresso, da circa 80 anni in qua, una dozzina di linguisti titolari di cattedre universitarie (io ho anche pubblicato un intero libro sull’argomento), come ci assicura lui che il messaggio è veramente “nuragico” e non sumerico o babilonese o assiro o ittito o persiano, arrivato in Sardegna in maniera fortunosa?
5) Dato che di tanto in tanto vengono citati i ciottoli del greto del Tirso, senza entrare nel merito della loro “autentiticà” o meno, io ancora una volta invito il Sanna a tradure le loro scritte, dato che egli conosce molto bene la lingua etrusca e conosce molto bene i ciottoli stessi (si è presentato come un “perito” quando i ciottoli sono stati presentati a un etruscologo mio collega dell’Università di Sassari). La traduzione che egli sicuramente effettuerà, contribuirà a chiarire se si tratta di reperti autentici oppure di reperti falsi. Come mai il Sanna non si decide a rispondere a questo invito che gli ho fatto anche altre volte?

venerdì 5 febbraio 2010

Nuova direttrice dei Beni culturali: si occupi lei della scrittura antica

I Beni culturali sardi hanno un nuovo direttore generale in una manager di origine sarda, Maria Assunta Lorrai. Credo sia un buon modo di salutarla, rivolgendole un invito ad occuparsi di una questione, la scrittura in Sardegna prima dell'arrivo dei fenici, che ho trovato finora orecchie sorde in chi la ha preceduta. Ne propongo una bozza, la più anodina che mi riesce di concepire, per invitare lettori e collaboratori a discuterne, a emendarla e alla fine a sottoscriverla per poi inviarla alla nuova direttrice generale dei Beni culturali in Sardegna. Vedremo poi, diciamo fra una decina di giorni, come sottoscrivere l'appello che, va da sé, non può accogliere firme anonime.


Alla direttrice generale dei Beni culturali della Sardegna
Gentile signora Lorrai
è in atto da qualche anno un dibattito, che spesso assume toni accesi, intorno alle forme di scrittura che potrebbero esser state usate in Sardegna prima della comparsa sull'Isola dei fenici a cui, come è noto, si attribuisce l'importazione, appunto, della scrittura.
La discussione non è nuova, ma sempre ha prevalso la convinzione che, per tutto l'arco dell'età del bronzo, i sardi non abbiano sentito la necessità di avere forme complesse di scrittura e che, comunque, non se ne siano serviti. Nell'ultimo decennio, il ritrovamento di numerosi reperti che presentano segni di iscrizione o la riconsiderazione di reperti già conosciuti hanno riproposto all'attenzione il problema che, negli ultimi anni, ha riaperto la discussione con il coinvolgimento dei mass media e di quantità sempre crescenti di cittadini.
Gli ambienti competenti, dalla Soprintendenza all'Università, se pur attratti dalla questione, hanno ignorato la legittima volontà dei cittadini di avere da parte di essi segnali di interessamento e hanno limitato a discussioni interna corporis il loro dibattito con sporadici interventi pubblici. Eppure non le sfuggirà che si tratti di questioni di enorme portata per la conoscenza della storia della nostra Isola e, più generalmente, dell'intera area del Mediterraneo.
Se per alcuni reperti, quelli in pietra e in bronzo per esempio, non pare al momento possibile una datazione, ma sì una analisi epigrafica e paleografica, per altri, quelli di terracotta, la datazione è possibile e tale, comunque, da situarli con una approssimazione utile a sapere se appartengono all'età del bronzo o a quella del ferro o, anche, a periodi più recenti. Questa analisi, non difficile, insieme a quella di epigrafisti esperti in lingue antiche mediterranee sarebbero in grado di dare risposte alle domande che altrimenti non le avrebbero.
Chi sottoscrive questo appello ha differenti e spesso opposte idee circa la scrittura di parliamo, ma sono unanimi nel chiedere un pronunciamento scientifico certo sugli ormai numerosissimi reperti su cui la discussione è aperta. Siamo coscienti che i Beni culturali sardi di cui ella deve occuparsi non sono solo quelli archeologici, ma in una terra popolata da migliaia di nuraghi, pozzi sacri, tombe di giganti, domos de jana, i beni archeologici rappresentano il fulcro della sua storia. È per questo che, al di là delle singole convinzioni, tutti la sollecitiamo ad aprire un dossier sulla scrittura al tempo dei nuraghi. Definire se questa esista o se non esista dipende dagli studi che le chiediamo di promuovere.

giovedì 4 febbraio 2010

Alcoa: storia di una morte annunciata

di Mario Carboni

Anni fa nel 2003 o nel 2004, avevo scritto che si sarebbe potuto affermare in quale anno, all’incirca, l’Alcoa avrebbe chiuso lasciando il Sulcis in braghe di tela, indicando il 2007.
Mi sono sbagliato solo di qualche anno, il 2010, ma non sull'evento. Credo che scomparirà il ciclo dell'alluminio in Sardegna, iniziando un velocissimo conto alla rovescia da questo anno. Già allora era evidente che una principale concorrente della Sardegna fosse un’altra isola, l’Islanda.
I 103 mila Km/q dell’Islanda sono abitati solamente da 286 mila persone, in gran pare concentrate nella capitale. È un’enorme isola semi disabitata, Repubblica indipendente esterna all’Ue, dotata d’enormi risorse idriche per produzione d’elettricità e di calore geotermico in quantità illimitata e sfruttabile, data la sua attivissima natura vulcanica.
Le sue produzioni sono pesca ed alluminio.
Dalla metà del secolo scorso, le maggiori società produttrici d’alluminio, ad iniziare dalla pioniera Alusuisse, operano nell’isola nella quale si producevano al '93 oltre 260 mila tonnellate d’alluminio, quasi una tonnellata per abitante, la più alta percentuale del mondo. Era previsto per il 2010 l’aumento della produzione ad oltre 1 milione di tonnellate annue.
L’elettricità costava allora in Islanda 1,92 centesimi di dollaro al kWh mentre in Italia, la più cara d’Europa, costava ben 6,52 centesimi di dollaro. Le tasse per l’industria sono bassissime, simili alle irlandesi con le relative facilitazioni all’insediamento ed alla gestione, senza i vincoli UE.

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Il Premio Deledda ritorna a parlare in sardo

di Francesco Casula

Il pericolo che il Premio letterario nazionale “Deledda” fosse mutilato è stato per fortuna sventato. Dopo solo due giorni in cui l’assessore provinciale nuorese alla cultura nonché presidente della fondazione “Grazia Deledda” Peppino Paffi aveva annunciato l’esclusione dal premio della sezione di narrativa in limba, gli organizzatori fanno marcia indietro e la ripristinano. Un sussulto di resipiscenza da parte dell’Assessore o la paura delle proteste? Forse l’uno e l’altra.
Subito dopo la notizia dello scippo infatti aveva protestato il Comitadu pro sa limba definendo le motivazioni date da Paffi, per il grave provvedimento, “non solo risibili e criptiche (“nelle ultime due edizioni ha subito un notevole rallentamento”), ma assolutamente illogiche. Invece di incoraggiare la presentazione di opere in sardo, -è scritto- mai come in questi ultimi tempi abbondanti e di qualità, si abolisce la sezione del Premio ad esse dedicate”. Rivolgendosi poi al presidente Cappellacci e all'assessore regionale alla cultura “fa appello perché la Regione non contribuisca con i soldi dei sardi a questa inconcepibile decisione in conflitto sia con il buon senso sia con la politica della Regione per la tutela e la valorizzazione della lingua sarda”.
L’esclusione del Sardo suscita la protesta anche di due scrittori, Franco Carlini e Paola Alcioni, vincitori del Premio per la sezione sarda della narrativa, il primo con “Basilisa” nel 2002 e la seconda, insieme ad Antonimaria Pala, con “Addia” nel 2008 . Carlini: ”Ci sono problemi economici? Si rinunci alla costosa presenza più o meno prestigiosa di certe personalità, più o meno attinente alla manifestazione delle quali queste sono ospiti e si diminuisca la cifra dei premi ai vincitori delle varie sezioni, nessuno si scandalizzerebbe”.
Alcioni: ”Mentre i giovani possono senza problemi partecipare alla sezione generale, agli scrittori in lingua sarda toccherebbe il paradosso di partecipare come “stranieri”, purché traducano in italiano la loro opera”. Oltre alle proteste c’è chi, come il poeta ollolaese Michele Podda, impersonandosi nella Deledda, scrive quest’ottava:
”Gràssia narat: Si apo iscritu a sa continentale
àteru modu deo non tenia
pro dare lughe a sa cultura mia
cheriat limba abberu ispetziale
oe su sardu est limba nazionale
puru fora 'e noghe nd'at balia;
Nùgoro amada, cun s'italianu
dàeli importu a su sardu galanu.”

mercoledì 3 febbraio 2010

I trolls son tornati. E li ricacciamo

"Troll - Nel gergo di Internet, e in particolare delle comunità virtuali come newsgroup, forum, social network, mailing list, chatroom o nei commenti dei blog è detto un individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi, allo scopo di disturbare gli scambi normali e appropriati". Sono tornati e non mi resta che ricorrere, per la seconda volta in una settimana, alla moderazione di questo blog. Ha scritto un anonimo (o forse l'anonimo), prima che prendessi questa decisione, che lo faccio perché non vorrei "commenti scomodi". Scomodi a chi? In 24 ore, il blog è stato invaso da decine di commenti idioti, non scomodi. Chi legge normalmente non se ne accorge, perché vengono postate idiozie a commento di articoli della preistoria di questo spazio: c'è chi oggi ha scritto scemenze sotto un articolo dell'11 aprile 2008.
Nessun "articolo scomodo", neppure dell'anonimo, è stato mai cancellato e mai sarà cancellato se, naturalmente, non in conflitto col codice penale. Ma i trolls proprio no, si cerchino altri spazi. Qui ci si può anche scannare, ma producendo argomenti che se sono scomodi per gli uni non lo sono per gli altri. Chi vuol fare casino, invece, non ha diritto di ingresso. Troverà la porta chiusa. Chiedo scusa alle persone serie. E chiedo anche se c'è qualcuno che possa suggerire un modo per evitare i trolls a tutti e a me l'inconsueta veste di controllore.

Tzricotu: questioni di metodo

di Giandaniele Castangia

Vorrei non tanto “rispondere”, ma fare delle osservazioni in seguito all'ultimo post del Dr Sanna, per cercare di dirottare la questione e di analizzarla da una angolazione differente, cosa che peraltro era il mio intento dall'inizio. Parliamo di Tzricotu – non intendo obbiettare nulla su Glozel perché la mia conoscenza in merito non è sufficiente.
Partiamo dalle informazioni di base che possediamo del manufatto (dovrei usare il plurale ma per comodità di discorso li considero come uno, poiché peraltro gli altri esemplari dovrebbero provenire dallo stesso sito): è in bronzo, non se ne conosce il contesto preciso di rinvenimento, non è associabile a nessun altro manufatto di epoca nuragica o comunque neanche storica, non abbiamo insomma un riferimento sicuro su cui basarci per il suo studio.
Essendo in possesso di un simile oggetto, ed essendo obbiettivamente all'oscuro del fatto che alcuni dei segni possano essere interpretabili come lettere o fonemi (quindi, voglio dire, senza l'esigenza di “trovarvi” qualcosa di scritto), l'archeologo procede a verificare se in ambito insulare prima, mediterraneo poi, l'oggetto trova riscontri in altre categorie di manufatti ascrivibili alle epoche più diverse.

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martedì 2 febbraio 2010

I "ciottoli di Allai" falsi? Non ci sto ed ecco perché

Gira ancora in questo blog la asserita certezza che i cosiddetti “ciottoli di Allai” siano falsi. Di questa certezza si fa portavoce il 27 gennaio Mirko Zaru che oggi insiste: “come mai non ne parla più da quando c'è un processo di mezzo?”. Si potrebbe rispondere: proprio perché c'è un processo in corso. Ma, siccome c'è di mezzo il destino di una persona, è meglio essere più drastici e precisi. Al momento, la falsità dei reperti è un parere di un capitano dei carabinieri che riporta una perizia di parte.
Se per decidere della colpevolezza di un individuo bastassero la parola e le indagini di un carabiniere, povera giustizia. Se bastasse una perizia di parte per decretare la congruità o incongruità di un “corpo del reato”, le galere sarebbero ben più affollate di quanto lo siano. Per fortuna esistono i giudici che devono essere terzi rispetto all'accusa e rispetto alla difesa, la quale, fra l'altro, a quel che se ne sa, non ha ancora prodotto le sue carte né una o più controperizie. Magari di un epigrafista esperto di lingua etrusca e non di un pur apprezzato etruscologo, come è nel nostro caso.
Ho creduto mio dovere precisare i termini della questione per vedere se, in futuro, sia possibile anche in questo blog tener conto che la condanna per falso – e quindi la dichiarazione di falso – è al massimo nelle speranze della Soprintendenza che ha denunciato una persona fino a prova contraria innocente.

Decorazioni quelle di Tzricotu? Ma scherziamo?

di Gigi Sanna

Nel Primo Convegno Internazionale interdisciplinare (2005) della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Sassari, incentrato sulla linguistica, l’epigrafia, la medicina e l’architettura, ho trattato, tra l’altro, anche del tema riguardante la problematica pitica (sia linguistica che epigrafica), dei reperti, ormai ritenuti da tempo autenticissimi, rinvenuti in Glozel (Vichy, Francia).
Ho cercato in quella sede, approfittando della presenza di un grande esperto orientalista come Remo Mugnaioni (semitista ed assiriologo di fama internazionale), docente della Facoltà di Aix en Provence e di Lyon, di far vedere come nelle iscrizioni di Glozel (con supporto in pietra, in osso e in ceramica), gli scribi greci di Pito (poi Delfi) si fossero serviti, al fine di dare senso alla loro particolare scrittura ‘obliqua’ o ambigua, di tecniche di scritture molto particolari; le quali però, per quanto complesse, non costituivano una novità nel panorama, quello ormai abbastanza noto, della storia della scrittura.
Ho affermato in quella sede, con numerosi esempi formali, che anche il codice nuragico si serviva di identici procedimenti di scrittura; quel nuragico che, tra l’altro, condivide con il codice di Glozel l’uso di chiarissimi identici grafemi di natura alfabetica consonantica (Sanna 2007, I, pp. 31-48).
Intendo oggi, data la discussione e l’assurda polemica in corso sulle tavolette-sigillo di Tzricotu, riprendere (sommariamente) l’argomento, mostrando come nella tavoletta di bronzo A1 di Tzricotu di Cabras (in custodia presso i locali della Sovrintendenza di Cagliari) le dette ‘tecniche’ sono tutte e tre presenti; riportate, direi, con perizia insuperabile e ‘magistrale’.

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