domenica 29 novembre 2009

La pietra nuragica di Losa. Tre soli simboli ed un universo concettuale


di Gigi Sanna

Sull’importanza della pietra rinvenuta presso il Nuraghe Losa di Abbasanta abbiamo già cominciato a dire qualcosa, come qualcuno forse ricorderà. E’ un documento straordinario di scrittura nuragica, con ‘alfabeto’ e senso che ci porta diritti diritti all’antica religione siro-palestinese, alle fonti documentarie di essa (Negev) nel XV–XIV secolo a.C. E forse anche prima di questo periodo.
Ma la prima lettura, quella da sinistra verso destra con il lessico ‘EL NAHAS HE’, con i tre simboli forti (’Aleph, Lamed, Nahas), con la chiara voce ‘EL’, con i logogrammi e i pittogrammi acrofonici, con le lettere ‘agglutinate, non è l’unica. Come altri documenti della scrittura epigrafica nuragica (stupendi ed insuperabili quelli di Tzricotu di Cabras, di Is Locci –Santus e la Stele di Nora) la scritta deve essere attentamente esaminata perché ‘il rebus’ espressivo è sempre presente. E l’errore più grave che si può commettere con un testo nuragico è quello di essere ermeneuticamente soddisfatti e chiudere subito la ‘partita’ interpretativa. Di lasciare, per dir così, ‘indecodificata’, molta (e spesso la più importante) parte del senso.

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La vignetta è di Franco Tabacco

sabato 28 novembre 2009

Un trans del VII secolo avanti Cristo

di Alberto Areddu
 
Mentre la matassa del caso Marrazzo si va vieppiù avviluppando, coi suoi risvolti drammatici a seguito di due omicidi (e il ritrovamento di migliaia di files, forse compromettenti) mi vado domandando, ritornando alla questione d'ambito estetico-culturale che teneva banco, prima degli ultimi impreveduti sviluppi, se una questione trans non ci sia sempre stata, e solo oggi grazie ai ritrovati della moderna scienza sia "naturalmente" esplosa. In questa statuetta ritrovata a Ittiri all'inizio del Novecento, nota appunto come "l'aulete di Ittiri", la cosa che colpisce non è tanto o solamente la evidente itifallicità del suonatore di una protolaunedda, quanto il fatto -purtroppo dalle varie foto on line è difficile evidenziare questa realtà- che ha pure il seno ben rilevato.
Chi se ne è interessato ha parlato di ermafroditismo a sfondo dionisiaco: cioè non si vuole tanto raffigurare un individuo che assommi le due metà del creato, quanto rappresentare in una sola immagine (in linguistica si direbbe: olofrasticamente), un'intera scena: "a seguito del suono delle launeddas, l'uomo si eccita e può compiere l'atto con la sua metà femminile (esterna)". 
Tuttavia il Taramelli, che segnalava la statuetta nel 1907, annotava che a tale data erano già state scoperte altre 10 statuette ermafroditiche, e non in contesti o rappresentazioni paniche. C' è allora una domanda da porci: non sarà che l'ermafroditismo (come probabilmente dal punto di vista sanitario la cecità, o in genere le malattie agli occhi) presentava dei casi piuttosto frequenti in Sardegna e che allora come oggi sollecitava la fantasia maschile? 
Di casi inversi, cioè di ginandrismo, invece pare non ci siano testimonianze, ovviamente sarebbe  stato  anche difficile rappresentare delle amazzoni (alla lettera: donne senza seno) armate, quand'anche il contesto nuragico (che rappresenta la donna sempre come madre, moglie o maga) lo avesse accettato, ma invero di questo non ho piena certezza.
La musica dello strumento- pare strano pensare che a tanto potessero le launeddas- esercitava verosimilmente l' effetto stordente e liberatorio degli istinti che oggi è svolto dalla cocaina, anche se ci giurerei era meno costosa. Sarebbe interessante conoscere dai genetisti e antropologi se effettivamente in Sardegna ci sia mai stato un qualche rilievo del transgenderismo, magari nascosto e sottilmente sublimato nell'animo di quei masciufemina (che non finivano come oggi, a fare i parrucchieri bensì gli uomini di chiesa) di cui l'aneddotica popolare è ricca.
Insomma i trans o gli aspiranti trans ci sono sempre stati anche in contesti rudi e rupestri come i nostri, e Marrazzo che ci pare così scriteriatamente moderno nelle sue frequentazioni, in realtà fa uscire da sé, in qualche modo, una lontana costante di "eterno trangenderino" che apparteneva all'uomo prima che il naturalismo di cui fa faceva parte venisse sommerso dall' affermarsi dell'homo economicus, il quale sottomettendo gli archetipi alle prospettive del guadagno, finiva però spesso per generare ricchezza goduta e non sudata, conducendo alla degradazione morale e umana; di una simile degradazione approfittò, nei primi secoli della nostra era,  la moralità sessuofobica del Cristianesimo secondo cui era ed è meglio reprimere o al limite nascondere istinti reputati innaturali.
Sarà per questo che spero vivamente che Ratzinger, a cui Marrazzo sta rivolgendo le sue preci, non lo perdoni affatto: perché non c'è nulla da farsi perdonare.

PS - Scritto e pubblicato questo articolo, ho trovato in La civiltà della Sardegna, di Christian Zervos, un'immagine confacente, che rende ragione alla presenza di un seno femminile, anche se è in bianco e nero.

giovedì 26 novembre 2009

De interpretandi ratione. Sui principi della epigrafia

di Massimo Pittau

Sono ormai parecchi gli amici e conoscenti, sardi e anche forestieri, che mi hanno chiesto o mi stanno chiedendo, a voce o per iscritto, il mio parere riguardo alle scoperte – vere o presunte – di iscrizioni antiche che si starebbero effettuando in Sardegna e riguardo alle loro interpretazioni. Mi sento pertanto in dovere di esprimere oggi pubblicamente il mio meditato parere sull’argomento, precisando però che intendo condurre un discorso generale sulla «epigrafia» o “scienza ed arte della interpretazione delle iscrizioni”; discorso generale che deliberatamente vuole prescindere dai casi specifici che si sono verificati di recente in Sardegna e che hanno aperto numerose e anche vivaci discussioni. Il mio pertanto è un discorso condotto molto più sui “principi metodologici” generali e molto meno sui “fatti od eventi reali”. Ho deciso di assumere questo atteggiamento per una precisa ragione: in alcuni casi sono stati coinvolti alcuni miei conoscenti e amici, per i quali sento lo stretto dovere di non affermare alcunché che possa mettere in dubbio la loro preparazione scientifica e la loro probità professionale, che anzi anche io intendo qui affermare e sottolineare.
Orbene, in base agli insegnamenti che mi sono stati dati già durante i miei studi universitari e in base a una mia pratica della materia epigrafica che va avanti ormai da una trentina d’anni, io sono convinto che siano queste seguenti le condizioni necessarie e sufficienti perché una interpretazione epigrafica abbia i caratteri della scientificità:

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La scrittura nuragica e gli archetipi dei circuiti cerebrali

di Maria Rita Piras

Caro Gianfranco,
Vorrei intervenire nel dibattito del tuo blog a proposito degli archetipi dei miei pazienti. Da oltre 30 anni lavoro con persone affette da disturbi cognitivi conseguenti a danno cerebrale. In particolare, fra i deficit delle funzioni corticali superiori, ho studiato le afasie, le dislessie e le disgrafie che sono disturbi del linguaggio orale e scritto. Lo studio scientifico della Neuropsicologia Clinica nasce con la dimostrazione da parte del neurologo francese Paul Broca che il linguaggio viene elaborato in aree specifiche del cervello, con la descrizione di un paziente che in seguito ad un ictus cerebrale localizzato nel lobo frontale dell’emisfero sinistro aveva perso il linguaggio articolato.
Da allora lo studio delle lesioni cerebrali è stato un prezioso strumento per la comprensione del funzionamento del cervello normale e gli attuali neuro scienziati, con metodi scientifici rigorosi, portano avanti l’indagine sulle basi neurobiologiche della cognizione umana partendo dall’osservazione di soggetti cerebrolesi. Il linguaggio è una funzione complessa non solo nella sua integrità, ma anche nella sua compromissione. Nelle malattie degenerative del cervello come la Malattia di Alzheimer si ha spesso una compromissione del linguaggio sia orale che scritto, ma una “mente malata” non è più semplice o più elementare: la perdita di una funzione cognitiva non è una attività caotica, ma segue leggi rigorose e complesse, perché complessa è l’organizzazione della nostra mente, anche nella patologia.
La scrittura è una funzione simbolica che nel corso dell’evoluzione della nostra specie è stata acquisita tardivamente, cosi come viene acquisita tardivamente dal bambino rispetto al linguaggio orale nel corso del normale sviluppo cognitivo. Il linguaggio scritto, a differenza di quello orale, deve essere insegnato e richiede l’apprendimento di nuovi simboli, comportando una modificazione dell’architettura cognitiva della mente, grazie al costituirsi di nuove reti neurali associative. La scrittura è anche una funzione “fragile” che, per la complessità e l’estensione delle reti associative che la supportano, può essere danneggiata nel corso di malattie degenerative come l’Alzheimer. In questa malattia si perde progressivamente la capacità simbolica, attività che ci rende umani, e si perdono fra gli altri simboli, anche quelli che mediano il linguaggio scritto.
Ma anche nella malattia la mente sa essere creativa e i simboli persi nell’oblio della patologia vengono sostituiti da nuovi simboli che per la loro struttura richiamano i primi, i più antichi alfabeti che l’uomo ha inventato agli albori della civiltà. L’analogia che ho riscontrato con la scrittura nuragica che Gigi Sanna con rigore scientifico ci sta rivelando, non è casuale: la scrittura nuragica racchiude in se i simboli arcaici di una civiltà fra le più antiche, come se questi primi simboli inventati dalla mente umana fossero espressione di archetipi insiti nei nostri circuiti cerebrali. Ma l’arcaicità non implica semplicità, anzi i sempre più numerosi documenti nuragici scritti dimostrano una cultura raffinata e tecniche di scrittura complesse che possono essere decodificate grazie a modelli matematici. Nuovi strumenti sono necessari nel campo dell’epigrafia, dell’archeologia e di tutto ciò che costituisce la “cultura materiale”.
La comprensione di tutto ciò che è prodotto della mente non può prescindere dall’intervento di altre discipline, quali le neuroscienze, l’antropologia, la linguistica, l’intelligenza artificiale, la biofisica, la matematica, la filosofia. Non è facile comprendere le produzioni archetipiche dei miei pazienti, posso rilevarle, descriverle, fornirne delle interpretazioni alla luce delle attuali conoscenze, fare delle ipotesi, ma come dice Emerson Pugh : “Se il cervello umano fosse cosi semplice da poterlo capire, saremmo noi stessi cosi semplici da non poterlo capire”. Cari saluti.

Sondaggio: libero accesso agli anonimi. Così si è deciso

Si resta così. I settanta votanti nel sondaggio e i 19 intervenuti nel blog hanno deciso: qui gli anonimi continuano ad essere ammessi. Il piccolo sondaggio (per la verità poco partecipato, segno che ai lettori non importa granché) ha consegnato questi risultati: per 42 (60%) va bene così, per 8 (11%) non vanno esclusi né gli anonimi né i troll; per 7 (10%) in eguale misura bisognerebbe escludere gli anonimi e moderare le discussioni; per 6 (8%) va chiusa la porta ai troll. Così è deciso e così sarà. Salvo il fatto che dalla partecipazione alle discussioni sono esentati – e cancellati – i perdigiorno e i maleducati.

mercoledì 25 novembre 2009

Soliloquio sul ritorno i la Sarditat mia

di Davide Casu

Non ricordo quando fu il giorno che vidi le opere di Amedeo Modigliani la prima volta, rammento però che del suo genio non compresi nulla, tanto che per molti anni buttai quelle poche immagini serbate in uno dei miei magazzini bui della memoria dicciottenne... e me ne dimenticai sin quando, giá nel proseguo degli studi, cominciai a prendere in mano i testi di "Derrida”. Può essere che non vi sia relazione alcuna “mì”, forse, apparentemente magari!
Ho sempre avuto, però, una speciale predilezione per infischiarmene di ció che leggo e farlo suonare dalle mie corde e Derrida quindi giá non c'era... Però, non so spiegarlo in altra maniera, ora vedevo davvero Modigliani, e lo guardavo faccia a faccia. Immagino fosse per quella sua irrepetibile facoltá di individuare, in quelle sue linee sintetiche, gli archetipi di ciò che è umano, o come la chiamava lui: “della razza”; Derrida che aveva decostruito le mie certezze me ne fece dono.
Cominciavo, a pari passo, a fare mente sul bimbo che fui, l'unico sardo che sono stato in vita mia. Stavo giá a Torino e risuonava nella mia testa una frase martellante che supponeva, quando in me c’era ancora il verde e oro di campi, che non avessi mai pensato che avrei potuto credere nella sinuositá del pensiero né in quella della cittá... ma lo stavo facendo e, grazie a Modigliani, si faceva spazio il bimbo “gitat” a Surigheddu, “lluny de l’Alguer” ma vicino alla terra, la terra quella materiale, lei tra le mie mani, mio padre col suo sguardo limpido che solo a chi sta in pace puó appartenere.
Non ero stato capace, negli anni, di comprendere il perchè “mon pare” fosse un uomo sereno; me ne avvidi solo quando lasciai sa Sardinnia e col tempo, tra le letture e lo schifo della cittá, mi ero contaminato anch'io, e ancora quel bimbo, l'unico sardo che fui, l'animale che avevo ucciso per creare l'uomo che sono diventato, cominciò a puntare il dito verso la terra sarda. Strana cosa: di solito gli adulti sono avvezzi ad immaginare se stessi accompagnando il loro alterego infante per le strade della vita, mentre per me era il contrario...
Cos'era ciò che mi chiamava? Istinto, radici, lingua, storia?... Non solo: era la terra, quella che zappava mio padre e tutto quanto da essa generava: la primordialitá dell'esistenza in quelle azioni sistematiche di babbo, l'animalitá insita in quella purezza che straripava abbondante dai suoi occhi... ed il bimbo, quell'animale che ora pretendeva tornare “en casa”, lui che aveva pisciato tutto il suo territorio e dal quale io lo avevo strappato... a su mere sou.
Manca un mese al ritorno e mi chiedo dove sia la sarditá se non v'è terra, la terra sarda, con la sua chimica, la sua materia organica… Me lo chiedo ora che mi accingo a “torrare”..... Dov'è la sarditá se non c'è quella realtá, non il concetto che è cosa artificiosa, ma se non c'è quella realtá rudimentale dello svolgersi della vita, se non sussiste quell'azione atavica e tribale del vivere vero, ossia legato all'esistenza e non all'abitare. Se così non stanno le cose, starei ritornando in Sardegna? O posso anche rimanere in “terra anzena”?... Forse sospetto od avverto che sono la, sull'orlo tra vivere e definitivamente destinarmi ad abitare soltanto, in una Sardegna qualsiasi, che puó stare di qua come in qualsiasi altra cordinata di questo globo...

lunedì 23 novembre 2009

L'industrializzazione è alla frutta. Politica e sindacato anche

Vogliamo finalmente dire, senza infingimenti, che stanno arrivando al pettine tutti i nodi della sbagliata industrializzazione della Sardegna? E che siamo nel bel mezzo di un marasma politico e sindacale che sembra senza uscita? Da un lato c'è l'incapacità (o forse solo l'impossibilità) dei governi italiano e sardo di trovare una via di uscita nei meccanismi del mercato mondiale della chimica e dell'alluminio. Dall'altro il cinismo della politica e di parte del sindacato che non resiste alla tentazione di usare la disperazione per fini collaterali e di scatenare guerre interne ed esterne alla maggioranza di governo, in Italia e in Sardegna.
Sullo sfondo, il dramma di migliaia di lavoratori portati all'esasperazione dai pericoli che vedono immediati per la loro occupazione, dalla incertezza circa possibili soluzioni, dalle risposte che governi non statalisti (almeno in economia) non sanno dare, dal cinismo di coloro ai quali non par vero poter scaricare su chi governa responsabilità che sono, politicamente ma soprattutto culturalmente, anche loro. Mi ha colpito favorevolmente, in questi giorni di scontro intorno alle vicende industriali della Sardegna, l'appello di un sindacalista della Cgil di Sassari. Antonio Rudas, segretario provinciale di quel sindacato, ha fatto appello ad un ampio movimento di popolo, “superando le anacronistiche divisioni sindacali e partitiche. Abbiamo bisogno di uno scatto di orgoglio alto, di un vero e proprio moto popolare. È arrivato il momento, ancora una volta, di fare i conti con la nostra storia”.
Già nel passato, Rudas aveva invitato a “fare i conti con la nostra storia”, affermando che classi dirigenti responsabili avrebbero dovuto prender atto che la chimica sarda è arrivata al capolinea e che da subito bisogna mettersi in testa di elaborare un nuovo modello di sviluppo della Sardegna. Anche la produzione di alluminio in Sardegna è arrivata al capolinea, visto che costa troppo produrlo con i prezzi dell'energia di cui l'alluminio è non consumatore, ma divoratore (500 mila euro al giorno, spende l'Alcoa, quanto una famigliola consumerebbe in 5.000 mesi).
La retorica industrialista e operaista che soffiò sulla nostra Isola negli anni della cosiddetta Rinascita, e subito dopo, non fu solo dei governi sardi di allora, democristiani, ma, politicamente e soprattutto culturalmente, anche della sinistra e del sindacato oltrecché della intellettualità metropolitana, immemore, essa per lo più marxista, della feroce critica di Marx all'ideologia. Sull'altare di quel feticcio, si sacrificò (si tentò di farlo) l'identità considerata nemica del progresso, si accettò che da fuori della Sardegna si decidesse di paracadutare industrie fortemente inquinanti ed altre fondate sul consumo abnorme di energia elettrica e persino – c'è chi lo ha dimenticato – una fabbrica di bioproteine (fortunatamente messa da parte perché produttrice di tumori) e una per la liofilizzazione del caffè brasiliano. Chi lo trova, legga o rilegga “Il golpe di Ottana” di Giovanni Columbu: qualche editore potrebbe pur ristamparlo, a memoria di chi era grande allora e ad ammonimento di chi allora non lo era.
Le culture politiche di oggi non possono far finta che questo disastro industriale non fosse annunciato, né a destra, né a sinistra, né in qualsiasi altro inutile punto cardinale della politica sarda. Alle classi dirigenti sarde, dalla partitica alla sindacale alla imprenditoriale e, se ci fosse, a quella culturale spetta un compito diverso da quello ricavatosi di “polli di Renzo”. Prendere atto che l'industrializzazione esistente è, complessivamente intesa, alla frutta, che bisogna favorire la nascita di quel movimento di popolo di cui parla Rudas, che bisogna fare l'impossibile per salvare lavoro e dignità alle migliaia di persone che stanno per perdere l'uno e l'altra. E che da subito è necessario lavorare a un modello di sviluppo nuovo, quel “nuovo modello di civiltà” che Eliseo Spiga patrocinava come strumento per uscire da questa barbarie prevedibile e prevista.
Un sintomo di disumanizzazione? Il rifiuto degli operai dell'Alcoa di far uscire dalla fabbrica materiali indispensabile al funzionamento di una fabbrica romana i cui operai nulla hanno detto sulla disperazione dei loro colleghi sardi. Un circolo vizioso che manda alla malora la tanto ideologizzata solidarietà operaia e tutto l'operaismo che l'ha nutrita.

Su bantu de "seu Sardu", sa bregùngia de "purtroppo sono sardo"

de Pàulu Pisu

Sàbudu su 7 de donniasantu in Carbònia s’est fatu unu cumbènniu de importu mannu intitulau De s’istória furara a s’istória coment’e protagonistas. Su bellu acontèssiu, bòfiu de Mario Puddu e apariciau impari a s'assòtziu s'Àndala de Carbònia teniat cumenti de reladoris a Puddu etotu, docenti e linguista autori de ditzionàrius e grammàtigas de sardu, Salvatore Cubeddu, sociòlogu e Federico Francioni, stòricu. Is reladoris faint parti de sa Fondazione Sardegna, sa pròpia fundatzioni chi at agiudau a apariciai s'àteru cumbènniu de importu mannu fatu de pagu in Ollolai: Sotto l’albero di Ospitone.
Puddu cun sa relata Su “buco nero” de s’iscola italiana, at ammostau s'arresurtau de s'anàlisi fata asuba de unus cantu cursus de stòria in adotzioni in tres scolas mesanas, mèdias, de s'ìsula, unu de custus est su de Sàrdara, NOI SIAMO LA STORIA - Mondadori, e un'àteru testu umperau in d-unu ginnàsiu de Carbònia.
Sa relata s'at ammostau ca in custus libbrus (ma podeus de seguru nai in totu is libbrus de scola), sa storia nosta no est contada. Calincunu fueddu, ma no sempri, asuba de sa civiltadi de is nuraxis e pratigamenti nudda àteru. Candu aparessit su fueddu Sardegna est giai sempri in funtzioni de sa stòria de is àterus e bortas meda contant po fintzas fàulas mannas. Sa prus eclatanti est cussa chi narat ca in s'edadi de is Judex, Giudici-re, sa Sardìnnia fiat genovesa e pisana, trastochendi aici unus 400 annus de stòria prus che dìnnia. Civiltadi chi iat prodùsiu prendas che sa Carta de Logu, lei de is prus modernas de s'Europa de su tempus, unu tempus anca Marianu IV, Judex e babbu de Lionora de Arborea, iat afranchiu po lei totu is serbidoris-mesu scraus candu bona parti de s'Europa fut ancora imboddiada in su scuriori de su feudalèsimu.
Cubeddu invècias cun sa relata Lo studio della storia nella formazione della coscienza di un popolo at fueddau de s'importu po unu pòpulu su connosci sa stòria cosa sua e spricau poita est chi sa nosta no dd'agataus in scola. Una relata chi si fait cumprendi cosas medas e chi si fait sucai su feli: su pigai cuscièntzia de certas chistionis podit essi unu pagheddu cumenti de nci arrui de suncunas spollaus, in s'ierru, aintru de unu corropu de àcua frida che sa nii.
Sa relata de Francioni A tempos de Giommaria Angioy est apitzus de custu grandu personàgiu de s'acabbu de su 1700 e primus annus de su 1800, chi a unu certu tretu de sa furriada de is sardus contras a savojas e feudatàrius iat ghiau is sardus. Una furriada chi at connotu una partecipatzioni populari chi no tenit cunfrontu in nisciuna àtera parti de Itàlia avedali. Agataus in scola calincunu acinnu a custus tempus de grandu importu po is sardus? Provai a biri bosàterus etotu me is libbrus chi seguramenti teneis ancora in domu. Sa chistioni est: funt is stòricus inniorantis ca no scint o ddu est calincuna àtera arrexoni?
A merì s’est spoddiau su dibbàtidu: leaders indipendentistas e àterus aproliaus po circai de biri is cosas de un'àtera prospetiva. Chi un’ataciada, una crìtica, dda depu fai est po su tropu tempus lassau a is polìtigus ca ant furau tempus meda a s’arrexonada.
Podeis ascurtai e biri siat is relatas che is interbentus innoi: Chi eis a tenni sa passièntzia de biri custus vìdeus de interessu stravanau, provai a arrespundi a sa domanda innoi asuta.
Si parrit normali chi sa scola sigat a cuai a fillus nostus sa stòria insoru?
De unu pagheddu de tempus in sa scola de Sàrdara aintru de su consillu de istitutu babbus e mammas funt domandendi, cunfromma a is leis de statu e regioni de acostai a su programma ministeriali de stòria cussu de sa terra nosta. Is leis giai ddu previdint.
Abetendi chi si ndi scidit sa Regioni Sarda, de sempri dormida asuba de custas chistionis, seus me i manus de cuscièntzia de sa classi docenti de Sàrdara. Spetat a maistus e professoris a detzidi chi est cosa de profetu sighiri a cuai a fillus nostus sa stòria insoru (e lìngua e cultura prus in generali). Tocat a issus a detzidi chi est unu beni o unu mali po fillus nostus a ddus agiudai a pigai cuscièntzia de su chi funt o sighiri a ddus fai castiai sceti a su mundu e a sa cultura de is àterus sighendi a ddis fai pensai ca babbus e abus insoru no ant prodùsiu una cultura dìnnia de sa scola.
Tocat a sa scola a nai chi est importanti chi fillus nostus potzant nai cun bantu: seu Sardu! O cun d-unu pagheddu de bregùngia e a faci in terra: purtroppo sono sardo! E cumprendi is implicatzionis mannas in tèrminis sòtziu-econòmicus po su benidori insoru.
Po immoi sa scola at scritu me is finalidadis educativas de su POF: privilegiare percorsi che valorizzino la storia, la lingua e la cultura della Sardegna al fine di fornire una piena consapevolezza del proprio codice identitario. Est giai calincuna cosa chi si fait castiai cun ogus de speru. Eus a biri chi at a preni de cuntènnius, contenuti, custus printzìpius o chi invècias ant a abarrai sceti fueddus mortus e scavuaus in d-unu arrogu de paperi a fai cumpangia a sa cuscièntzia de is sardus cuada in su scuriori de s'innioràntzia.

domenica 22 novembre 2009

Diario di viaggio di un ambasciatore della pittura sarda

di Diegu Asproni

Quando Antonella Riem Natale, preside della facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università di Udine, ai primi di luglio mi invitò a presentare i miei dipinti e il mio documentario Sa terra e su chelu alla Conferenza Internazionale Id-Entities del 9-10-11 novembre, provai un sentimento di gioia grande perché il mio lavoro veniva così chiaramente valorizzato.
Sentivo anche l’onore e la responsabilità di rappresentare culturalmente la Sardegna in un luogo dove avrei incontrato artisti Friulani, Turchi, Cheyenne, Siciliani, Aborigeni Australiani.
Pensai subito a Tomasella Calvisi che con le sue voci e suoni aveva curato in modo egregio la colonna sonora di Sa terra e su chelu; così eravamo in due a con-dividere questo onore portando in Friuli tradizione e creatività.
A settembre misi da parte affreschi, encausti e disegni. Poi selezionai i colori che avevo raccolto negli ultimi tre anni: le ocre gialle degli altopiani, le terre rosse delle pianure, i verdi del Logudoro, le ematiti delle zone minerarie, i neri delle isole. Il 25 settembre con l’aiuto degli amici minatori avevo trovato il bianco...
Nella foto: Djalu Gurruwiwi con Diego Asproni

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venerdì 20 novembre 2009

Onore al nostro grande Maestro

di Francesco Casula

Giovedì pomeriggio, in un ospedale cagliaritano, Eliseo Spiga ci ha lasciato.
Se n’è andato in silenzio, senza clamore. Sofferente. Negli ultimi mesi soprattutto, quando le sue fibre fisiche hanno iniziato a cedere. Ma la sua testa continuava, lucida, a produrre. Ha continuato fino agli ultimi giorni a studiare e a scrivere. Stava lavorando per un nuovo romanzo. E stava scrivendo poesie in sardo. Dieci giorni prima di morire è venuto nella mia casa di Flumini di Quartu –abitava a qualche chilometro di distanza, nelle campagne di sant’Isidoro- per ritirare il bando di Concorso del Premio Ozieri, cui voleva partecipare. Negli ultimi due anni infatti si era dedicato anche alla poesia in limba: aveva persino vinto premi nei Concorsi di Escalaplano e Iglesias.
Con Eliseo Spiga scompare un grande combattente, uno degli intellettuali più lucidi e creativi della Sardegna: un intellettuale sanguigno, irregolare e disorganico a Partiti e camarille, renitente e utopistico. Spiga si ribellava infatti allo sfacelo e alla società alienata della apparente razionalità capitalistica del sistema economico e sociale occidentale. In altre parole non si conformava e non si arrendeva alle logiche e alle ragioni della modernizzazione tecnicista, al mito dello Stato e del mercato, al dio moneta
Ci lascia costernati. Abbiamo perso un amico e un maestro. “Un uomo storto” si definiva fra il serio e il faceto: per me, per noi militanti etnicisti, per noi della Confederazione sindacale sarda, era una guida intellettuale e morale, un combattente, fino all’ultimo respiro, perché questa malfatata nostra Isola, si liberasse dalle catene che la inchiodavano alla dipendenza e alla marginalità.

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Eliseo Spiga se n'è andato per sempre

Eliseo Spiga se ne è andato senza poter compiere il suo ottantesimo compleanno. È stato uno degli intellettuali sardi più importanti della nostra contemporaneità autonomista. Dire che fu scomodo, e per questo mai molto amato dal potere con cui entrò in contatto, può sembrare frase fatta, ma non lo è. Basta vedere come sui quotidiani sardi si parla e non si parla della sua morte.
Per chi lo conobbe, questo ricordo può apparire minimalista, chi non lo ha conosciuto penserà impossibile che in una società della comunicazione come la nostra, Eliseo sia passato tanto leggero da non lasciare se non scarse tracce nella coscienza dei nostri contemporanei.
I ricordi, nella immediatezza della sua scomparsa, fanno salti di tempo e di spazio e si comprimono affastellati l'uno sull'altro. La sua militanza nel Pci, l'amicizia con Feltrinelli, il suo “Sardegna, rivolta contro la colonizzazione” scritto sotto lo pseudonimo Giuliano Cabitza, la proposta di legge popolare sul bilinguismo, il Circolo Città-campagna, la nascita di Nazione sarda, la militanza nel Partito sardo d'azione, la fondazione della Confederazione sindacale sarda, le decine di interventi con articoli, opuscoli, manifesti di alta cultura politica come quello “della gioventù eretica”. E quindi, da grande, lo splendido romanzo “Capezzoli di pietra” e lo straordinario “La sardità come utopia. Note di un cospiratore”.
Uno legge questo libro e s'immagina un saggio etnologico, antropologico e politico, quasi un dossier sulla Sardegna e si trova davanti a un grande romanzo sul nuragismo e non solo. Non capita spesso leggere e riflettere su un libro, in questi anni in cui troppi sono gli scrittori che narrano non la Sardegna che c'è, quanto piuttosto quella che fuori di essa si immagina reale. Guide indiane, mescaleros che prendono per mano i soldati del re lungo i sentieri dei salti sardi. Per compensare questo servizio, i soldati del re, a volta mascherati da sindaci, a volta da partito di riferimento, li portano in giro per paesi e per città a raccontare ai sardi quanto arcaica sia la sardità, quanto obsoleta sia e inutile la lingua sarda, come sia giusto che il progresso l'abbia vinta sull'identità.
Eliseo, in questo romanzo-saggio e saggio-romanzo, parte dal contrario. Dalla sardità come valore grande della Sardegna, dalla balentia come concetto del mondo e della vita. Naturalmente, i soldati del re non hanno mai portato libro e autore a sedere nei salotti buoni della "Cultura che conta".
Secondo quanto scrive, le classi dirigenti sarde hanno una “percezione autonoma” assai scarsa. E cita come esempi l’opposizione fatta, quando era segretario della Confederazione sindacale sarda, alla contrattazione regionale dei dipendenti dell’Arst da un lato e al bilinguismo dall'altro.
“M’indispettiva la loro insofferenza per quanto era sardo come la lingua o le usanze, ma non il porcetto e l’agnello arrostiti” confida. E poi: “La Regione ha cambiato molte cose. Ha deteriorato l’esistenza dei sardi. Ha stravolto il cielo della Sardegna, un tempo popolato di molte stelle comunitarie e oggi occupato da opachi astri istituzionali. Riuscirà a scampare all’assalto delle sempre più fameliche oligarchie, e a dare l’avvio ad una potente organizzazione di autogoverno popolare o esploderà come una pecora gonfia?”
Nelle sue note di un cospiratore, Eliseo descrive quale sia il fulcro della sua utopia. I nuragici, scrive, ci sono apparsi già divergenti rispetto alla Storia, ma la prova principale del loro antagonismo assoluto ce la porta il fatto che non costruirono città. Neppure una. Fatto inconfutabile, ma occultato o tenuto in pochissima considerazione, perché scandalosa testimonianza del rifiuto della civiltà, tutta imperniata sulle città. Con il rifiuto della città, c’è la resistenza strenua ad uscire dalla preistoria per entrare nella storia,il rifiuto della gerarchia, l’opposizione alla monarchia sotto qualsiasi forma. Pressoché tutte le città – si legge nel suo libro – sono riferite ad un monarca o a una divinità. Per scampare al pericolo del comando unico, bisognava, insomma, scampare alla città. Quale monarca, quale divinità si scomoderebbe per dedicarsi a un villaggio?
Un giovanotto di quasi ottanta anni, contento del fatto che la senilità non comporta in persone come lui l'obbligo della maturità e della “saggezza”, ha scritto molto e bene di utopia (la Sardegna come “l'isola di Utopia”) ed è questo che lo fa scomparire giovanissimo dai nostri occhi ma non dalla mente.

giovedì 19 novembre 2009

"Jude" pro bortare dae italianu a friulanu est prontu

"Preseadis e Preseâts,
o vin il plasê di fâus il nestri invît ae presentazion dal program “Jude”, tradutôr automatic dal talian al furlan, realizât de Serling Soc. Coop. di Remanzâs (Ud)
che e sarà martars al 1 di Dicembar dal 2009 aes 18.00 li de Fondazion CRUP in v. Manin 15 a Udin". Est custu su cùmbidu chi compret dae Ùdine pro sa presentara de su tradutore automàticu dae italianu a friulanu "Jude". Su tradutore est istadu contivigiadu dae sa Cooperativa de Remanzâs (Ùdine) Serling e at a èssere presentadu prima die de Nadale.
Comente si podet cumprèndere, su programma at a bortare s'italianu in su friulanu in sa grafia ùnica ufitziale chi est lege dae su 1996.
Ditzosos duas bias sos friulanos: sa prima ca ant tentu su bonu sentidu de si dare cun lege una grafia ufitziale, sa segunda, chi rughet dae sa prima, ca gasi podent tènner un'istrumentu de modernidade che a su tradutore automàticu. In intro b'at belle 45 miza lemmas chi si còniugant in 2.500.000 formas diferentes. Sa cooperativa Serling - cheret annantu - at fatu totu sena finantziamentos pùblicos, unu sinzale custu de comente sa limba natzionale de sos friulanos est pro issos cosa normale.

mercoledì 18 novembre 2009

"Gràtzias a su Comitadu". Cor. Casadidio de sa Finàntzia

Su Comitadu pro sa limba sarda at mandadu a sos giornales unu comunicadu pro si nde cuntentare cun sa Bàrdia de Finàntzia de Tàtari pro su pessu leadu de mandare sos comunicados suos in limba sarda. Su mèdiu pro fàghere connòschere sos comunicados est su giassu telemàticu in duas limbas "Sardies" chi cun unu post in custu blog avertit chi, su beru, no est petzi sa Finàntzia a comunicare in sardu ma finas sos carabineris e sa politzia.
Comente at ischidu da s'Ansa de su comunicadu, su coronellu Casadidio ha torradu gràtzias a su Comitadu cun custas paràulas:
"Cordiali saluti, Buona serata da Sassari, Grazie di cuore per le graditissime parole di apprezzamento per la nostra iniziativa a Tutela della Cultura sarda e sempre... "Fortza Paris, Salude e Trigu!".Colonnello Giovanni Casadidio".
Su chi sighit est su comunicadu mandadu a sos giornales:

Sa limba sarda, impreada pro sos comunicados de sa Bàrdia de Finàntzia de Tàtari e de àteras fortzas de politzia, at dadu proa de una normalidade possìbile, chi est s'obietivu de su Comitadu pro sa limba sarda. De custu su Comitadu si nde cuntentat meda e torrat gràtzias a su coronellu Casadidio e a sos àteros militares e politziotos chi ant cumpresu comente s'impreu de sa limba sarda in sas relatas cun sos tzitadinos de Sardigna non siat unu fatu folclorìsticu ma una cosa normale in una sotziedade moderna e rispetosa de sos valores de fundamentu suo. Su chi est, de àteru, in sa lege 482.
Su Comitadu pro sa Limba Sarda torrat gràtzias a totu sos chi ant cunsentidu totu custu e mescamente a sa redatzione de su giassu Internet in duas limbas “SARDIES” chi s'incurat cun sapiesa e cumpetèntzia de ispàrghere sas noas de sas Fortzas de politzia in Sardigna.
Su Comitadu inditat sas atziones de sa Finàntzia de Tàtari che a assempru de sighire a sas seas de custu e de sos àteros òrganos de s'Istadu chi òperant in Gaddura, in L'Alguer, in sa minoria tabarchina de Carloforte
.

PS - S'Ansa, sa prus agentzia manna de Itàlia, at publicadu eris sero e totu sa noa cun custu artìculu:
COMUNICATI GDF IN SARDO, COMITADU PRO SA LIMBA RINGRAZIA
(ANSA) - CAGLIARI, 17 NOV - ''La lingua sarda, usata per i
comunicati della Guardia di Finanza di Sassari e di altre forze
di polizia, ha dato prova di una normalita' possibile, cio' che
e' l'obiettivo del Comitadu pro sa limba sarda''. In una nota il
Comitato ha voluto ringraziare il comandante provinciale di
Sassari della Guardia di Finanza, col. Giovanni Casadidio, e
tutti i colleghi che hanno compreso come l'impiego della lingua
sarda nelle loro relazioni con i cittadini della Sardegna non
sia un fatto folclorisitico ma una normalita' in una societa'
moderna e rispettosa dei suoi valori fondamentali.
''Cio' che, del resto - continua la nota - e' nello spirito
della 482. Il Comitadu pro sa limba sarda ringrazia coloro che
hanno consentito tutto questo e, soprattutto, la redazione del
sito Internet bilingue ''Sardies'' che cura con abilita' e
competenza la diffusione delle news di Forze di polizia in
Sardegna. Su Comitadu addita le azioni della Finanza di Sassari
come esempio da seguire nelle sedi di questo e di altri organi
dello Stato che operano in Gallura, ad Alghero e nella minoranza
tabarchina di Carloforte''. (ANSA).
VA
17-NOV-09 18:17 NNNN

L'ais a chircare de badas siat su comunicadu, siat sa lìtera de Casadidio, siat s'artìculu de s'Ansa in sos giornales sardos. Non bi sunt. [zfp]

martedì 17 novembre 2009

Costituente o no, l'importante è discutere del Nuovo Statuto

Il Partito sardo, che ha tenuto negli ultimi due giorni il suo Congresso nazionale, ha molto insistito sulla Costituente come strumento per la redazione di una proposta di nuovo Statuto da inviare al Parlamento sardo. La elezione della Costituente è regolata da una sua proposta di legge presentata nel giugno di quest'anno ed è parte del programma elettorale di Cappellacci che però, nel saluto portato al Congresso, ha chiesto al Psd'az un ripensamento.
È un organo, pare di capire dalla proposta sardista, di cui la Regione si può dotare senza eccedere dalle sue competenze. In realtà, secondo lo Statuto sardo, “il Consiglio regionale ha facoltà di istituire organi di consulenza tecnica”. Se questo fosse, è possibile (ma non certo) che lo Stato non eccepisca e non rinvii alla Corte costituzionale la legge che il nostro Parlamento, come sostengono i sardisti, potrebbe davvero rapidamente approvare in modo che l'elezione della Costituente possa avvenire insieme a quelle amministrative della prossima primavera e dopo una campagna di informazione e di dibattiti popolari.
La proposta di legge così come è stata presentata è, nella parte che indica i principi a cui si dovrebbe conformarsi lo Statuto, del tutto arretrata, prevedendo, per esempio, “potestà legislative, da esercitare in via esclusiva ovvero in concorso con lo Stato”, anziché una netta distinzione fra le competenze della Regione e quelle dello Stato, come prevede la proposta del Comitato per lo Statuto. Ma a questo si potrebbe ovviare nella discussione che avverrebbe in Consiglio regionale, se il centrodestra tenesse fede sia all'appoggio dato alla proposta del Comitato per lo Statuto sia a quanto lo stesso presidente della Regione ha detto ai congressisti sardisti. E se, va da sé, l'opposizione di centrosinistra fosse d'accordo per varare la Costituente.
Probabilmente gli stessi consiglieri regionali reduci dal Congresso, in cui si è ribadita la scelta indipendentista del Psd'az ,valuteranno quanta distanza corra tra una prospettiva di indipendenza e i principi minimalisti che si vorrebbero indicare ai membri della Costituente.
Ma il problema di fondo non è tanto questo, quanto il rischio di un avvitarsi del dibattito intorno ad uno strumento, la Costituente, che è pur sempre un organo tecnico sia pure eletto sulla base di liste preparate dai partiti. Il desiderio del Partito sardo di coinvolgere il popolo sardo nella scrittura dello Statuto è lo stesso che ha animato il Comitato per lo Statuto e i gruppi consiliari che si sono proposti a garanti del processo di elaborazione della Carta de Logu noa de Sardigna. L'idea di base – per ora persa per strada dal centrodestra – fu quella di aprire nella società sarda un grande dibattito sulla proposta per arrivare alla sottoscrizione di una legge di iniziativa popolare. Questo per dire che la necessità avvertita dal Psd'az è assolutamente condivisa.
Il Partito sardo non ha partecipato per sua scelta alla elaborazione della proposta del Comitato e, quindi, capisco che non la possa sentire propria, anche se non c'è alcun dubbio che essa sia figlia della cultura politica sardista. Personalmente sono dell'idea che l'Assemblea costituente rischi di impantanare la questione del Nuovo Statuto nelle secche della burocrazia governativa, occhiuta vestale della Costituzione. Questo confermerebbe sì, se dovesse accadere, la natura centralista e accentatrice dello Stato e rafforzerebbe richiesta di indipendenza avanzata dal Psd'az. Ma bloccherà il cammino dello Statuto. A meno che, insieme alla battaglia per la Costituente, il Partito sardo e insieme ad esso i partiti che ci stanno, non si attrezzino per aprire nella società sarda un importante dibattito su come i sardi vogliono essere autonomi e sovrani nella loro Terra. Per fare questo, credo, sia venuta l'ora di discutere non più solo di strumenti ma di contenuti e di partecipazione popolare.
Chi non è d'accordo, parzialmente o radicalmente, con la proposta del Comitato per lo Statuto produca un articolato alternativo o anche una lista di principi cui la nuova carta dovrebbe conformarsi e si apra un confronto con il popolo sardo. A pensare agli strumenti con cui mandarla avanti ci si penserà dopo.

lunedì 16 novembre 2009

Contrordine: il piano per la lingua è una cosa buona. Pare

Un primo sospiro di sollievo (ma è meglio trattenere il respiro): le perplessità nate da una frase ambigua negli impegni del presidente della Regione sulla lingua sarda sono (forse) solo frutto di diffidenza. Ve la ricordo: “La lingua non puo’ nascere da uno studio a tavolino ma dalla condivisione e della valorizzazione di tutte la varianti”. Pubblicato oggi sul sito della Regione il Piano triennale per la lingua, quella frase diventa meno ambigua e acquista il valore di una affermazione assolutamente condivisibile. Non c'è, almeno apparentemente, alcuna presa di distanza dalle “norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua sarda scritta in uscita dell’Amministrazione regionale e per la traduzione di propri atti e documenti ufficiali”.
La limba sarda comuna, del resto, non è frutto di uno “studio a tavolino” e rispetta tutte le varianti, notoriamente, ma non si sa mai. La delibera N. 50/48 del 10 novembre (resa disponibile oggi) adegua il Piano triennale varato dal governo Soru “limitatamente all'aspetto finanziario” e vedremo presto come. Fa salva, quindi, la continuazione della sperimentazione delle norme di riferimento per la lingua sarda in uscita dalla Regione.
Cosa che sarebbe confermata anche dallo stanziamento di 50 mila euro per quest'anno per il correttore automatico “al fine di agevolare l'utilizzo nella stesura di atti, documenti e scritti di natura ufficiale”, correttore che, continua la delibera, “deve essere necessariamente omogeneo nei contenuti tecnici e linguistici, nonché adeguato al patrimonio lessicale e tecnologico del codice di riferimento”. Interessante anche la previsione secondo cui il correttore deve servire al “maggior numero possibile di varietà, al fine di migliorare e implementare l'appicazione con la necessaria caratteristica di uno strumento aggiornabile in progress”.
Spero davvero che abbia vinto, nella nuova maggioranza che governa la Sardegna, la responsabile considerazione che le norme in materia di lingua non possono cambiare con i cambi di governo, ma, questo sì, aggiornate proprio nello spirito della “sperimentazione” che ha informato la nascita della Lsc. Ma l'adeguamento del Piano triennale riguarda, come si diceva, questioni economiche, di denari messi al servizio della promozione e della valorizzazione della lingua.
Vediamo gli stanziamenti previsti proprio per adeguare il “vecchio” piano e le sue previsioni di spesa alle necessità di oggi.
I soldi per gli interventi per la promozione, valorizzazione e documentazione sono 150 mila euro come nel passato.
Per il censimento del repertorio linguistico sono stanziati 100 mila euro, mentre nel passato esisteva un impegno a reperire fondi.
La promozione dell'informazione e comunicazione in lingua sarda e nelle varietà alloglotte vede lo stanziamento di 300 mila euro, mentre nel passato era 500 mila.
Implementazione dello sportello linguistico: stanziati 60 mila euro, mentre per il 2008 esisteva l'impegno del governo regionale a reperire i finanziamenti.
Per quest'anno sono stanziati 50 mila euro per il correttore automatico, per il quale nel 2008 esisteva l'impegno della Giunta.
Gli interventi a favore della cultura sarda fuori dalla Sardegna per cui nulla c'era nel passato, sono stanziati 300 mila euro a favore di interventi per cui “dovranno avere priorità quegli organismi che avranno utilizzato la lingua sarda nel materiale promozionale”.
Per la Conferenza annuale e monitoraggio degli interventi saranno spesi 30 mila euro invece dei 25 mila del 2008.
Trenta mila euro, come nel 2008, saranno spesi per il catalano d'Alghero.
Per l'istruzione in lingua sarda nell'orario curruculare saranno spesi 50 mila euro, mentre nel 2008 c'era l'impegno della Giunta a trovarli.
Centomila euro come nel passato saranno spesi per borse di studio destinate a studenti che si occupano di lingua e letteratura della Sardegna (7), di storia, di storia dell'arte e di diritto consuetudinario (una per ciascuna branca).
Infine 500 mila euro come nel 2008 sono destinati alle università per l'espletamento di corsi universitari sia sul versante linguistico sia su quello didattico.

domenica 15 novembre 2009

Lingua e Statuto nel saluto di Cappellacci ai sardisti. Vediamo cosa c'è

Ancora un'opera di supplenza di questo blog rispetto all'informazione dei media sardi sulle questioni riguardanti la lingua sarda e, più in generale, gli elementi fondanti la nostra identità. I quotidiani hanno parlato oggi del congresso del Partito sardo d'azione in una quantità di spazio ridicolo se messo a paragone con quello dedicato alle primarie del Pd e ai dissidi interni al Pdl su cui ci hanno raccontato tutto, ma proprio tutto. E, all'interno di questi articoli, hanno citato il saluto portato ai sardisti dal presidente della Regione, parlando quasi esclusivamente della presa di distanza del capo del governo sardo dall'idea del Psd'az di affidare ad una Assemblea costituente la riscrittura dello Statuto speciale.
Niente di quale sia l'idea di Cappellacci circa il nuovo Statuto, niente di niente sul suo reiterato impegno sulla lingua sarda. Non tutto, personalmente, mi convince sull'una e sull'altra questione, ma credo sia utile ai lettori di questo blog conoscere che cosa dell'una e dell'altra questione il governo sardo pensi e quanto prometta di fare. Lascio da parte le questioni che attengono i rapporti con il Partito sardo e vengo al dunque.
Sulla lingua sarda
"Il nostro programma ha un valore strategico anche se orientato a risolvere nel contempo problemi urgenti e contingenti dell'oggi e del domani prossimo che interessano la vita giornaliera della Nazione sarda, dei singoli cittadini e delle loro famiglie.
In questo senso abbiamo programmaticamente privilegiato i temi della lingua, cultura ed eredità culturale dei sardi come “fattori di distintività” in quanto essi conferiscono un'importanza decisiva alle tematiche per il radicamento del senso d'appartenenza. Mi piace ricordare, in questo senso, come nel recente Programma Regionale di Sviluppo, abbiamo inserito per la prima volta la Lingua sarda come fattore di sviluppo, aprendo la strada a interventi importanti e non percorsi in passato e per poter definire l'impegno di adeguate risorse, sostenendo economicamente i nuovi scenari organizzativi e le modifiche legislative necessarie, realizzando l'obiettivo dell'ingresso non più subalterno e residuale della lingua sarda nelle scuole all'interno dell'orario curricolare, previa formazione degli insegnanti e con la creazione di nuova occupazione. A questo fine e con questi intendimenti, posso anche comunicare che la Giunta ha nei giorni scorsi approvato il piano annuale 2009 per la promozione e valorizzazione della lingua sarda."
"Sarebbe però ingiusto e riduttivo, come ha cercato di accreditare la sinistra e depotenziandole, limitare l'orizzonte sardista alle tematiche identitarie e culturali. In effetti queste sono state i più recenti e innovativi cavalli di battaglia del sardismo, purtroppo assenti nella prima fase autonomistica, tanto da non essere comprese all'interno dello Statuto speciale vigente che non menziona la lingua sarda come invece risulta negli Statuti Altoatesino e Valdostano. La lingua non puo’ nascere da uno studio a tavolino ma dalla condivisione e della valorizzazione di tutte la varianti, che, avendo una loro specificità legata alla particolari vocazioni dei singoli territori, deve trovare accoglienza all’interno di una proposta non calata dall’alto ma da un processo che parte dalla base."
Nuovo Statuto speciale
"La riscrittura del nostro Statuto speciale è stata indicata coscientemente nel mio programma agli elettori e a loro ho il dovere di rispondere senza indugio, dopo un lungo lavoro preparatorio operato durante la passata legislatura con discrezione e serietà dalla maggioranza delle forze d'opposizione. Come ho ricordato in altre sedi si è trattato di un lavoro di ridiscussione dell'Autonomia reale, analisi di tutte le proposte di riforma presentate, confronto con analoghe esperienze italiane ed internazionali, portato avanti senza pregiudiziali e durato diversi anni ad opera di un Comitato appositamente formato e seguito direttamente dai capigruppo dell'opposizione. E' stata elaborata una proposta completa ed articolata di sovranità possibile, presentato più volte pubblicamente nelle varie stesure e sino al progetto finale condiviso nelle sue linee portanti e di principio da tutta la coalizione di centrodestra, che credo recepisca le principali aspirazioni sardiste diffuse nella nostra Nazione, creando in gran parte le condizioni di condivisione culturale e politica all'accordo programmatico con il Psd'Az".
"Dobbiamo riflettere, vista l’importanza di questa riforma costituzionale, prioritaria e irrimandabile, se non sia più opportuno, visto che i tempi sono molto stretti puntare su un percorso che veda l’assemblea legislativa sarda protagonista prima di questo processo, in quanto solo in questa sede sarebbe possibile procedere ad una reale riscrittura dello Statuto e non una semplice perifrasi di quello vigente".
Al momento, il piano triennale per la lingua sarda, non è disponibile e non si sa, dunque, se vi è un impegno a continuare la sperimentazione, cominciata durante il governo Soru, della lingua sarda comune come lingua in uscita della Regione sarda. Quell'accenno, di per sé giusto e persino ovvio, al fatto che "la lingua non puo’ nascere da uno studio a tavolino ma dalla condivisione e della valorizzazione di tutte la varianti" significa forse una caduta nella trappola delle due lingue sarde? Vedremo: ed è la prima perplessità. La seconda nasce dall'accenno, di per sé, anche qui, ovvio, al fatto che sarà il Consiglio regionale ad approvare il nuovo Statuto, significa che è stata abbandonata l'idea di aprire un grande dibattito nella società sarda fra i cittadini? Vedremo.

sabato 14 novembre 2009

Miracolo della GdF: un'intera pagina alla lingua sarda

Ci voleva un comandante della Finanza continenale con i suoi comunicati in sardo e il rilievo dato alla notizia dal TG5 perché La Nuova Sardegna dedicasse una intera pagina alla lingua sarda. Non è la prima volta che sui giornali sardi notizie che riguardano la nostra identità approdano dopo aver seguito strade oscure e misteriore. Il capolavoro di Salvatore Satta, “Il giorno del giudizio”, ignorato per mesi dopo la sua uscita, vi ebbe udienza solo dopo che in Italia ne aveva parlato entusiasticamente il settimanale “Panorama”. Che ci vogliamo fare? È così. E allora, non resta che salutare con un “urrà” l'avvenimento e augurarsi che per parlare ancora così diffusamente di sardo non tocchi attendere un messaggio in sardo di Ban Ki-moon.
Sono troppo contento per dare molto peso alle lezioni di sardo date dal cronista (“todos linguistas” anche chi non pratica la lingua) che eccepisce: Come si fa ad accettare, in un altro comunicato stampa, che “sa machina fiat unu videopoker, aparechiadura proibida in logos abertos a su pubblicu?”. Un uso perfetto della lingua amministrativa della Regione, la Lsc, invece. E, qualche riga più sotto, si scandalizza: non occorre commentare neanche quel «saludi e trigu» (invece di «saludu e trigu») che accompagna il Fortza Paris con cui il colonnello «Domu de deu» chiude i comunicati stampa delle Fiamme Gialle di Sassari.
Naturalmente, né c'è bisogno di dirlo, il colonnello continentale ha ragione, il giornalista sardo torto. Il primo sa che differenza c'è fra “salve, salute” e “saluto”. Meno comprensibili, visto chi li muove, i rilievi fatti da Manlio Brigaglia. Questo in particolare: “Il comunicato d’agenzia parla solo della varietà logudorese. E a noi galluresi questo ci lascia un groppo nella gola”. Poco comprensibile, caro Brigaglia, perché il testo non è in logudorese ma in Lsc, la lingua amministrativa della Regione, adottata con una delibera dal governo regionale. Sarebbe stato stupefacente se il colonnello Casadidio, in presenza di una lingua codificata dalla Regione, sia pure solo in uscita dalle istituzioni, se ne fosse infischiato.
La Lsc, come si sa, è norma destinata alla lingua sarda, quella identificata dalla legge dello Stato 482. Il gallurese è un'altra lingua e, fossi in Manlio Brigaglia, cercherei di convincere l'omologo olbiese del colonnello Casadidio, se c'è, a fare lo stesso: scrivere comunicati stampa in gallurese. Ne godrebbero non solo i galluresi ma anche tutti li saldi.
Da segnalare anche, nella pagina della Nuova, gli interventi di Diego Corraine e di Nicola Tanda, come sempre perfetti nel loro rigore.

PS – Un caro amico, giornalista nella Nuova, è adombrato per le critiche che, dice, rivolgo di tanto in tanto al suo giornale per la disattenzione usata nei confronti della lingua sarda. Il fatto è che si critica ciò che c'è, per insufficiente e a volte approssimativo che sia. Non si può criticare l'inesistente dell'altro grande quotidiano sardo, L'Unione, che di lingua sarda non parla mai, quasi avesse messo un filtro che respinge automaticamente l'espressione “lingua sarda”. Per fortuna, sia pure con troppe limitazioni, che c'è il giornale del mio amico: di tanto in tanto fa sentire non alieni i sardoparlanti.

Magris e Joyce, narcisismo, disistima e normalità

di Francesco Lai e Davide Casu

Avevamo sentito parlare, nelle nostre scorrazzate per la rete, circa un Rinascimento Sardo ed eravamo restati lì a pensare a cosa si riferissero esattamente: a quello che parla di una Sardegna ridotta a Zoo per i turisti, merito di quelle “fortunate pubblicazioni” che ci dipingono primitivamente agli occhi dei continentali e di noi stessi; d’altra parte pensavamo a coloro, sappiamo chi sono, che dedicano il corpo e l’anima nella divulgazione storica e culturale che coinvolge la nostra terra.
Grazie ad uno di noi due, F. Lay, leggevamo ieri sera, in un bar Madrileno, le parole del friulano Claudio Magris. Ci facevano riflettere quelle righe scritte pochi anni or sono, e filosofeggiavamo sulla condizione Sarda; effettivamente, però, ci risulta più utile che le nostre parole quelle altre del pluri-premiato autore. Eccole qua di seguito.
Claudio Magris; nel libro "Utopia e disincanto" affermava: "Tutte le minoranze che escono da una marginazione -nazionale, culturale, religiosa, politica o sessuale- tendono, almeno al principio, al narcisismo esibizionista, e fino a che non si liberino di quest’ultimo, apprendendo a vivere spontaneamente la propria peculiarità, e a non farci troppo caso, rivelano di stare ancora, internamente, in una condizione di inferiorità".
Bellissime le frasi del Triestino, "non farci troppo caso"...alla propria peculiarità", quindi scrivere con naturalità, suonare con naturalità, vivere con naturalità in Basco, Sardo o Bretone senza esaltarsi o estremizzare la propria natura, questa sì è indipendenza interiore. Afferma il Magris: "Qualsiasi endogamia, - qualsiasi pretesa di identità pura- è asfissiante e incestuosa" e continua: "Si apprende ad amare l'Irlanda con Joyce che la abbandonò e la criticò ferocemente, molto di più che con tutti quei romanzi Irlandesi ripieni di ragazze dai capelli rossi e prati verdi.
Riprenderemmo, per concludere, con un po’ di autoironia all’Algherese, con quel motivetto: La strada è lunga ma con le tue scarpine Chicco corri nel sole… Parafrasando: La strada per i Sardi è lunga e difficile, ma solo quando godremo della spontaneità con cui si manifesta l’essere del bimbo, metteremo fine a questo teatro, un pendolo tra il narcisismo e, per citare Gianfranco Pintore, il “coglionismo autodisistimante”.

Cari disterrados in su rennu ibèricu, c'è del vero nell'analisi che Magris fa del rapporto fra autostima e narcisismo nelle minoranze, in quelle che, non a caso, il Consiglio d'Europa chiama “minoranze nazionali”. E noi sardi siamo un paradigma di questo ondeggiare fra il “noi sardi” e il “noi come gli altri”. Attenti, però, a non generalizzare e, invece, a distinguere fra la normalità vissuta e il cosmopolitismo indotto.
L'appello dei Magris alla normalità, in sé giusto e condivisibile, nasconde una trappola che, per esempio, è scattata quando lo scrittore si è occupato della “normalità” linguistica del friulano e delle altre lingue minorizzate. Le azioni tese a renderle normali, azioni ovviamente politiche e onerose, sono state da lui condannate senza rimedio. Nel mio ultimo romanzo faccio dire a un epigrafista basco, personaggio chiave:
“Molti linguisti” disse il basco “proprio come capita, del resto, nella maggior parte dei rami della scienza, trovano nei loro interessi politici stimoli o impedimenti per le ricerche che devono fare. Così che una questione come lo studio della scrittura nuragica, in sé buona e pacifica, ha trovato impedimenti non a monte, nella verifica della sua effettiva esistenza, ma nelle conseguenze politiche che possono essere determinate da una risposta o dall’altra. È capitato così per l’euskera, la mia lingua, ridotta dalla politica e solo dalla politica, al punto di scomparire.”
La normalità di Magris (che cita Joyce, non a caso, come critico degli irlandesi) non può essere la nostra normalità. Così come non è normale la Sardegna che troppi scrittori dal cognome sardo descrivono, confermando nei loro romanzi gli stereotipi che della Sardegna si ha fuori dell'Isola: non li mettono in discussione e vendono molto fra chi tutto sopporta, tranne qualcosa che possa mettere in crisi l'immagine che della Sardegna e dei sardi ha in testa.
[zfp]

venerdì 13 novembre 2009

La Soprintendenza esce dal fortino e risponde

Lo scempio della Tomba del re nella necropoli di Anela-Ittireddu, Sos furrighesos, c'è stato, ma non è cosa recente: risale a 38 anni fa. Lo dice la Soprintendenza archeologica a un giornale sardo, in risposta non a te, caro Zanoni che su questo blog ne hai parlato, né al blog, ma all'interrogazione che il senatore Massidda ha rivolto al ministro dei Beni culturali. Anzi, più propriamente, al fatto che l'interrogazione abbia avuto rilievo nelle cronache dei due giornali sardi.
L'archeologo Govanni Demartis dà anche una possibile spiegazione al perché il GRS abbia potuto equivocare sull'epoca dello sfregio: il contrasto fra la parete annerita dalla fuligine e l’aspetto delle parti danneggiate, a prima vista può far pensare a una azione recente. Ma l'ispezione che Soprintendenza e carabinieri del nuclo tutela hanno fatto all'indomani della pubblicazione, ha confermato che i vandali hanno agito nel 1971: “alcuni dei petroglifi risultano guasti per il probabile tentativo non riuscito di asportarli dalle pareti a colpi di piccone o simili” come riferì allora il professor Ercole Contu.
In questo blog, in diversi forum fra cui quello shardanapopolidelmare, nel blog di Massidda (che pubblica un interessante articolo a proposito) si è sviluppato una appassionata discussione, a volte dai toni aspri. In ambienti legati alla Soprintendenza si è mostrato notevole stupore per il fatto che del disastro combinato dai vandali sia parlato ora e qualcuno ha parlato di “segreto di Pulcinella”. Il fatto era conosciuto e ne aveva parlato un libro della dr. Tanda nel 1984: perché, insomma, rivangare il passato? Quel che è stato è stato. Curiosa maniera di ragionare che trova parziale spiegazione in una frase del giornale che riferisce della presa di posizione della Soprintendenza: “È stato poi effettuato un meticoloso confronto tra le decorazioni visibili nell’ipogeo...”.
Dubito che la definizione di “decorazioni”, data a straordinari petroglifi distrutti o asportati, sia degli archeologi, ma certo dà il senso della sottovalutazione di cui sono circondati quei capolavori preistorici. Qualcuno oserebbe mai dire che le pitture rupestri di Lascaux o di Altamira sono decorazioni? Qui succede anche questo, oltre a ritenere decisivo che i vandali abbiano agito quest'anno o 38 anni fa. Sos furrighesos sono sito vincolato dal 1971, dallo stesso anno in cui il professor Ettore Contu scoprì i vandalismi. Fino ad allora non lo erano, benché conosciuti, e poi il vincolo non ha impedito che gente ci facesse il fuoco dentro tanto da caricare di fuligine le pareti.
La responsabilità è ovviamente degli incolti e sciocchi che dentro le tombe accesero il fuoco, ma come si può pretendere conoscenza dell'enorme valore anche artistico in chi mai è stato informato che quelle “decorazioni” raccontavano storie probabilmente del neolitico? E, soprattutto, mai a scuola qualcuno ha insegnato loro ad avere stima dell'umanità che nei millenni li hanno preceduti, autori di capolavori che si possono apprezzare cliccando qui? Il vincolo è un inutile pezzo di carta bollata se non è accompagnato da tutela e da opera di costante alfabetizzazione al patrimonio culturale.
Ma, si dice, non ci sono soldi per farlo. Due considerazioni. La prima, fondamentale, è che lo Stato rivendica la proprietà del patrimonio culturale di tutto ciò che esiste entro i suoi confini, incurante del fatto che, per stare a Sos furrighesos, quando i sardi li usavano l'Italia non esisteva neppure come nome. Se non riesce a tutelare questo “suo” patrimonio, lo restituisca ai legittimi proprietari. È un discorso questo che prima o poi, con un nuovo Statuto, dovremmo cominciare ad affrontare.
La seconda considerazione: nell'era di Internet e della comunicazione di massa, la Soprintendenza dovrebbe imparare ad usare l'uno e l'altra, uscendo dal fortino in cui si è asserragliata. Non è possibile che ne esca solo se a porle, incidentalmente, delle domande è un parlamentare che, cosa non consueta, trova udienza in un giornale. Che cosa sarebbe successo se quel quotidiano non avesse scritto della interrogazione, visto che la Soprintendenza più che alle sollecitazioni (di questo blog, per esempio) pare sensibile solo quando ne va del suo rapporto con il Ministero da cui dipende? Nulla, temo, come in tutti i casi in cui qualcuno ha osato pensare che essa sia al servizio non del potere statale ma dei cittadini che, attraverso le tasse, paga anche i suoi stipendi.
Nella foto: una immagine dello scempio

giovedì 12 novembre 2009

Sa Finàntzia iscrìet in sardu a sos giornales. Chi bortant in italianu

Bonas noas dae sas istitutziones, dae sa Regione, sa Bàrdia de finàntzia de Tàtari e sa Comuna de Biddesatu. Noas chi pertocant s'identidade e, duncas, in custu giassu gradèssidas prus de àteras. A cumintzare dae sa chi benit dae sa Bàrdia de finàntzia de Tàtari chi a sos giornales at comunicadu in sardu una operatzione sua: “Secuestradu parcu eolicu in Piaghe - 10 de Santandria de su 2009. Cun s’esecutzione de 4 ordinantzias...”. Est istadu su cumandante provintziale, Giovanni Casadidio, a chèrrere comunicare in sardu cun sos media, pensende de agatare in Sardigna giornales chi sa cosa l'esserent publigada in sardu. Craru chi nono: l'ant pigada comente chi esseret un'abbentu folclorìsticu e ambos sos giornales nd'ant postu giustu giustu sas primas sèighi paràulas comente coriosidade. Si bi diat pòdere iscrìere unu libru integru subra custa tzensura de unu giornale sardu de una idea galana de un'istitutzione de s'Istadu chi si ponet in conca de impreare su sardu. Diant dèpere lèghere “Sos malefados de sa terra” de Fanon, pro cumprèndere pro it'est chi faghet gasi, su giornalista.
Semper in contu de limba sarda est de mentovare una delìbera de sa Comuna di Biddesatu, mutida dae sa Regione a isseberare su nùmene ufitziale de sa bidda a manera de lu pòdere pònnere in s'Atlante toponomàsticu chi unu grustu de istudiosos est ammaniende in contu de sa Regione etotu. B'aiat a chie cheriat impreare pro s'issèberu de sa grafia cussas “regulas campidanesas” chi unos istudiosos si sunt imbentadas de reghente, tenende in conca su disinnu de partzire su sardu in duas limbas, sa “campidanesa” e sa “logudoresa”. Una manera pro afortire custu disinnu fiat sa de buscare normas chi aerent tentu valore in su Campidanu, unu locu geogràficu chi no est su chi est, ma chi ponet a pare su Sulcis e su Sàrrabus, sa Marmidda e s'Ogiastra e sas biddas issoro chi tenent limbàgios diferentes comente diferentes sunt, in s'àteru cabu de Sardigna, sos de sa Baronia e de su Meilogu, de su Nugoresu e de su Costerinu.
S'idea de sos imbentores de sas “normas campidanesas” est cussa de sarvare sa diversidade de sos limbàgios sardos menetados, nant·chi, dae sa Limba comuna, limba de s'amministratzione regionale, e dae su “logudoresu” chi est, a su nàrrere insoro, sa Lsc paris paris. E gasi, pro sarvare sa diversidade de sos limbagios “campidanesos” sunt in cherta de omologare totu su chi s'agatat in cabu de giosso. “La regola campidanese” b'at iscritu in sa delìbera “propende per la scritturazione del toponimo come Biddesartu, mentre la regola locale propende per la denominazione Biddesatu”. E gasi s'at a mutire, at detzìdiu su Consìgiu comunale.
Dae sa limba sarda a sos benes archeològicos chi nos ant dassadu sos mannos, issos puru parte de s'identidade nostra. Sa Regione at a bogare 300.000 de euros pro traballos de amparu e de balorizatziones de duos giassos importantes meda. S'unu est in su sartu de Cabras e est Sa Osa, unu giassu de su XIV/XIII in antis de Gristos, iscavadu dae Raimondo Zucca e dae Alessandro Usai, archeòlogos chi in unu putzu de s'àera nuraghesa ant agatadu sèmenes de àghina e de figu, in prus de cantzos de linna traballada. Est sa prima bia chi s'agatat linna gasi in intro de monumentos de su tempus. Totu custu e àteru puru promitint de nos contare cosas disconnotas de sa Sardigna in cuddos sègulos. Pro sighire sos traballos sa Regione at postu 200.000 de èuros.
Chentu los at postos pro sighire sos iscavos in unu bidditzolu neolìticu in s'oru de Segariu, in su tretu numenadu Costa facci a bidda. S'idea est de nche tramudare aterue unas capannas neolìticas.

In sa foto: traballos in Sa Osa

mercoledì 11 novembre 2009

Non cento: una sola ‘berritta’. E Lefisy c’è, ed è proprio Sant’Efisy

di Gigi Sanna

E’ stato già sottolineato da molti. E’ stata una bella serata quella della presentazione del mio saggio sulla Stele di Nora. Bella perché c’era moltissima gente e molto attenta, ma bella anche e soprattutto perché la qualità dei relatori (questa qualità avevo promesso ad alcuni amici) è stata altissima. Due notissimi insegnanti d’Università, uno sardo e una ‘continentale’, che, come subito si è capito, non hanno accettato di recitare una parte secondaria per l’occasione e di intervenire solo al fine di incensare il sottoscritto o, come si dice da noi, ‘po affestare su santu de sa die’; ma per entrare nel merito del contenuto del libro, per giudicarlo, per sottoporlo a disamina e a ‘critica’, ‘senza sconti’ per nessuno. Soprattutto, doverosamente, senza sconti per gli amici, se davvero gli amici sono amici.
Questo stile di presentazione (che forse a non pochi può aver recato un certo fastidio) aveva tenuto, come qualcuno ricorderà, sempre in Oristano, anche l’assiriologo Remo Mugnaioni dell’Università di Lione e di Aix en Provence, il quale, tra accordo e disaccordo, ma con insuperabile garbo polemico, sulla ‘scrittura’ nuragica (allora ferma, si badi, alla scarsa documentazione degli anni precedenti il 2004), aveva tenuto a ribadire (il primo suo pronunciamento infatti era avvenuto durante una mia conferenza all’Università di Lettere di Aix en Prvence) che per lui la mia traduzione sulla Stele di Nora (quella esposta su Sardōa Grammata), era da ritenersi del tutto credibile.
Tralascio qui di parlare dell’intervento, molto dotto ma sempre lucido e intrigante (soprattutto nella parte relativa alla numerologia) della prof. Aba Losi, traduttrice, tra l’altro, del saggio in lingua inglese, perché le sue ‘osservazioni’, sempre rigorose e puntuali per riferimento, non hanno intaccato per nulla l’impianto, a suo dire ‘sistematico’, del mio saggio.

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Nel disegno, una vignetta di Franco Tabacco

Denunciati alla Procura i giornali antifriulani e antisardi

“Una bella rogna penale per gli antifriulani o per i glottofagi” definisce la sua iniziativa il friulano Luca Campanotto. E lo è davvero: nei giorni scorsi ha presentato tre denuncie contro gli articoli pubblicati quest'estate sulla stampa italiana in cui si negavano i diritti linguistici dei friulani, dei sardi e dei ladini o si manifestava un atteggiamento discriminatorio contro queste lingua e chi le utilizza.
Dal momento che si tratta di atti che hanno a che vedere con indagini penali, non si può pubblicarli, ma è giusto fare conoscere la notizia. La tesi dello studioso friulano è che gli autori degli articoli di cui più volte ci siamo occupati si sono resi responsabili, fra l'altro, di reati di discriminazione fondata sulla lingua che, come si sa, viola uno dei principi fondamentali della Costituzione.

In difesa dell'Algherese

di Davide Casu


Sardegna, terra in cui, come tessuti pregiati, si imbastiscono, in unicum di splendida particolarità, tradizioni e storie sotto l’egida della matrice isolana. Una terra, questa, che con l’avanzare dei tempi, al peso di una omologazione culturale che inesorabile avanza, riscopre “a bellu a bellu” la sua storia millenaria e a poco a poco, forse, tenta di conferirle un valore vero in linea con quell’idea, quel fatto, che ci definisce, noi sardi, come nazione, un popolo.
Allo stesso modo viviamo un dibattito culturale che, tristemente, vede due tesi affrontarsi: una per la salvaguardia della cultura sarda ed un’altra che lotta a fauci spalancate per una poco democratica omologazione“culturale”. Molti saranno coloro che desumeranno, nel sostrato di questa guerra alle micro realtà culturali e linguistiche, una corrente politica che cerca, 150 anni dopo la frase di D’Azeglio, di fare una volta per tutte gli italiani.
Da sempre ciò che identifica un essere umano in un contesto sociale sono le matrici stesse di quest’ultimo, quelle che definiamo come radici qualificandole come: etniche storiche, culturali. Ora, se queste vengono meno, ne consegue, a“dolu mannu”, una “denaturalizzazione” di questa realtà, o, non so qual è peggio, l’imposizione di una nuova istanza unificante.
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lunedì 9 novembre 2009

Palazzi sardi multifunzionali

di Pierluigi Montalbano

Da decenni tutti i più accreditati studiosi, e con loro una vasta schiera di appassionati alla materia nuragica, cercano di proporre teorie verosimili per giustificare la presenza di migliaia di torri distribuite uniformemente nel territorio sardo. Perfino un nuraghe a due torri è visibile sull’isola di Mal di Ventre. Fortezze, propongono alcuni, luoghi di culto, affermano altri, abitazioni, ipotizzano altri ancora. Ma la soluzione è complessa.
Dopo aver letto tutto e il contrario di tutto ho pensato di cercare di capire che ruolo potessero avere, e vorrei proporre una possibilità di multifunzionalità. Certamente l’impiego di ingenti risorse comunitarie e di tecniche in uso su tutta l’isola ci suggerisce una volontà diffusa di edificare strutture che durassero nel tempo e mostrassero a popolazioni vicine e lontane l’antropizzazione del territorio. Occorre aggiungere che solo due motivazioni possono spingere verso l’idea di strutture grandiose come alcuni edifici a tre torri sovrapposte: la religiosità e un forte potere gerarchizzato.
La prima è facilmente dimostrabile analizzando la struttura muraria, adatta al culto e non alla guerra. Troppo facile per un esercito organizzato (se mai ci fu) smontare le fragili difese offerte da garitte, torri non comunicanti e isolamento interno degli eventuali assediati. D’altro canto si dovrebbe accettare l’idea che oltre 8000 torri sparse sono troppe per essere tutte luoghi religiosi. Spunta quindi un’ipotesi che potrebbe unire varie funzioni: il palazzo.
Similmente a ciò che accadde in altri luoghi, simili per caratteristiche alla nostra amata Sardegna, si sentì l’esigenza di riunire le funzioni religiose, cerimoniali, civili ed economiche in un unico e ben distinguibile “luogo comune”. Un edificio composto da più vani che racchiude tante potenzialità. La tecnica costruttiva è simile per quasi tutti gli edifici: si spianava e preparava un piano di calpestio, si orientava secondo la luce e il vento, si predisponevano gli impianti (cisterne e canalette), si decidevano le dimensioni e si iniziava a sistemare il primo filare di pietre, quello più importante, il reggispinta principale.
Quando si presentava l’occasione si sfruttava il materiale già presente (speroni di roccia o grandi massi già costituenti una base su cui poggiare la struttura) per risparmiare tempo e fatica. Il prestigio di una comunità si evinceva dalla maestosità con la quale realizzava il palazzo. Si viveva in pace e le piccole scaramucce fra clan si risolvevano con piccoli aggiustamenti. Solo una popolazione pacifica può decidere di mettere in gioco simili risorse. Dobbiamo pensare ad artigiani, cuochi, mercanti e tutte le altre professionalità dell’epoca tutti intenti a realizzare un edificio sacro per la propria comunità.
Un luogo dove la circolarità dimostra simbolicamente un desiderio di democrazia e una volontà di collaborazione che insieme possono ottenere risultati prestigiosi. Questi poderosi palazzi sono ancora lì, ad osservarci e ad indicarci la strada per una vita migliore: spingere tutti verso una direzione, come facevano i marinai dell’epoca quando dovevano condurre a buon porto le loro abitazioni sul mare, le navi.

Lo scempio di Sos furrighesos al Senato

Lo scempio commesso da ignoti vandali nel sito di Sos furrighesos di Anela, arriva al Parlamento italiano. In una interrogazione al ministro dei Beni culturali, il senatore Piergiorgio Massidda chiede a Bondi:
"se risulta alla Sovrintendenza della Sardegna la commissione del grave attentato al patrimonio culturale che essa è preposta a salvaguardare;
se essa Sovrintendenza abbia denunciato i fatti al Nucleo dei carabinieri per la tutela dei beni culturali e se sì se stiano svolgendo ricerche utili alla cattura dei responsabili del vandalismo e al recupero dei reperti;
se non ritenga, in uno spirito di leale collaborazione fra Regione sarda e Stato, interessare la prima alla necessità di vigilare sull'enorme patrimonio culturale presente in Sardegna".
Il testo integrale dell'interrogazione è consultabile nel sito del senatore Massidda.

domenica 8 novembre 2009

Anonimi sì o no. Chiedo aiuto

di Massimo Pittau

Caro Gianfranco,
io seguo il tuo blog con vivo interesse - tanto che lo apro tre o quattro volte al giorno – perché è condotto bene. Però una cosa non apprezzo e neppure riesco a comprendere, come ti ho scritto un’altra volta: che tu dia spazio anche agli “anonimi” che “sparlano” degli altri. A tali “anonimi” non si deve mai concedere spazio, dato che non sono altro che “vigliacchi” chi ghettant sa preda e cubant sa manu! Mi stupisco molto che tu Sardo e per di più Barbaricino conceda la parola a simili personaggi.
Allo “sparlatore/vigliacco” che è intervenuto sul tema della autenticità o meno della iscrizione etrusca di Allai e che io ho riconosciuto nella misura del 99/%, potrei anche rispondere per rintuzzare le numerose sciocchezze dette, ma non lo faccio perché a me non piace parlare con simili individui.

Caro Massimo,
a mo' di scherzo potrei riponderti: "Si vede che non sono barbaricini". In realtà, quel che tu poni è un problema più serio di quanto appaia entrando in questo blog. Diventa sovrabbondante la quantità di persone che si dilettano a scrivere delle autentiche sciocchezze, a volte in maniera anonima, altre firmandole con nomi di fantasia: si va da Giacomo Devoto a William Shakespeare. Sono i parti letterari dei cosiddetti Troll che normalmente casso senza pietà e senza che altri se ne accorga.
Conto diverso sono gli anonimi che, pur senza quel minimo di coraggio che si trova a buon mercato sul bancone di qualsiasi bottega, scrivono spesso cose sensate o, almeno, con una loro logica interna. Non capisco bene l'anonimato, visto che la libertà di espressione è ben garantita da leggi e da strumenti di tutela. Ma così è. Capisco il tuo rifiuto di rispondere a persone che danno più l'idea di essere dei franchi tiratori che individui in carne, ossa e pensiero. D'altronde la firma, se uno non ha coraggio, non garantisce che dietro abbia una persona fisica o, piuttosto, uno pseudonimo. In questo spazio, siamo stati intrattenuti a lungo da individui mascherati.
Che fare? Mi piacerebbe tanto che a decidere sia chi legge, o articolando il suo parere o, più semplicemente, scegliendo nel questionario in alto a sinistra, la voce che meglio esprime il suo parere.
Cancellare solo i Troll
Cancellare anche gli anonimi
Ricorrere alla moderazione delle discussioni consentendo al moderatore di pubblicare solo i testi firmati
Lasciare le cose come sono

E' un modo questo, per sapere se il problema che tu poni e che io sento insieme ad altri collaboratori è sentito o no. Per capirlo basterà vedere di qui a qualche tempo quanti si sono interessati alla questione.

sabato 7 novembre 2009

Vandali in Sos furrighesos di Anela. Solo degli idioti?


di Piero Zenoni

4 ottobre scorso, escursione del G.R.S (Gruppo Ricerche Sardegna) alle Domus de jana di Anela-Ittireddu, dette ‘sos furrighesos’. Esaminando la cosiddetta “tomba del re”, ricca di scritture antichissime, di simboli taurini, di navicelle, di ‘alberelli’, forse d’iscrizioni, abbiamo potuto constatare con nostro disappunto che vi erano delle scalpellature recenti che avevano lo scopo di cancellare alcune delle figure incise; la scena si presentava come se fossero passati dei vandali un attimo prima, persino con tracce di fuliggine causata dal fuoco, forse nell’intento di fare sparire definitivamente i pittogrammi. La cosa venne accuratamente documentata e l’escursione proseguì nella zona.
Però una ragazza del gruppo, Romina, fece in seguito una accurata ricerca nella biblioteca di Sorgono, e in un libro trovò una fotografia dove era ritratta la stessa parete fotografata dal GRS subito dopo lo scempio. Come si può vedere dalle foto allegate, siamo riusciti a ridare un volto a ciò che vi era prima del vandalismo, certamente ‘mirato’ di qualche scellerato: erano spariti, infatti, un bellissimo pittogramma di cervo e un secondo pittogramma raffigurante un toro. In un’altra tomba abbiamo trovato un altro scempio, ovvero una figura scalpellata da vandali: restano solo di essa due corna caprine. Tenteremo di trovare una foto della situazione precedente sperando di essere fortunati.
Questa denuncia ha lo scopo di informare l’opinione pubblica, oltre agli Enti preposti, che in Sardegna c’è qualcuno intento ad operare indisturbato con lo scalpello, al fine evidente di cancellare i segni ‘forti’ del nostro passato e della nostra storia.
Nelle foto: in alto la parete dopo il trattamento dei vandali, a sinistra della firma la foto della stessa parete prima del vandalismo

Che dire di questa denuncia, se non che ci auguriamo una pronta azione della Soprintendenza e del nucleo dei carabinieri preposto alla salvaguardia dei beni culturali? Questo prezioso patrimonio culturale della Sardegna, così come altri beni, è stato forse irrimediabilmente danneggiato sicuramente da teppisti. I sospetti che si intravedono nella segnalazione di Zenoni mi paiono esagerati. Certo saremmo tutti più tranquilli se fosse una indagine dei carabinieri a fugarli con le loro indagini.
E dato che ci siamo, non sarebbe male che si accertasse come andò con la concessione data a costruire intorno alla splendida Domo de jana di Calavrighe, fra Orgosolo e Nuoro. Ne parlò questo blog quando era ai suoi primi vagiti, il 10 dicembre 2007, senza alcun risultato.
[zfp]

venerdì 6 novembre 2009

Comitadu pro sa limba sarda in s'Universidade, bene bènnidu

Est naschidu in Casteddu su Comitadu pro sa limba sarda in s'Universidade e giai sunt belle 1300 sos chi si sunt iscritos. Unas dies a como, su Comitadu at fatu connèschere cun unu volantinu su chi cheret fàghere in su bennidore. Tenet una pàzina in Facebook in ue unu podet e siat aderire a su Comitadu e siat leare parte in sas discussiones. Custu est su testu de su volantinu.

S'impreu pùblicu de sa limba sarda est parte de sos deretos costitutzionales e de sos decretados dae sa Conventzione cuarnitze europea pro s'ampari de sas minorias natzionales. E però no est petzi custu: gasi comente càpitat in sas regiones europeas in ue sas minorias linguìsticas sunt tuteladas mègius, diat pòdere èssere unu puntòrgiu de s'economia e, duncas, de su traballu.
Paris cun sa limba e totu a in ghìriu suo, sa Catalùnia at fraigadu mìgias de postos de traballu in sos media, in s'imparonzu e in totu sos setores produtivos. In Sardigna gasi no est, finas si sa prus parte manna de sos sardos faeddat su sardu o una de sas àteras bator limbas alloglotas, su gadduresu, su tataresu, su catalanu de S'Alighera, su tabarchino de Caruloforte e Calaseta. In prus, belle su tresunu, mancari non faeddende sas limbas de Sardigna, la cumprendent.
Custu fatu est una cunditzione bona meda pro chi su sardu siat in su bennidore nostru, de giòvanos chi s'iscampiant cara a su mundu de su traballu punnende a abarrare in sa Terra nostra, sena tènnere s'apretu de su disterru pro pònnere a profetu sas cumpetèntzias nostras. A dolu mannu, mancari b'apat sinzales lenos lenos de interessu, sa polìtica paret ghetendesi a surda. Belle surda de su totu est s'Universidade chi cun sa disatividade sua in contu de limba sarda s'est agatada in s'apretu de dèvere torrare a s'Istadu su dinare integradu pro afortiare su sardu.
Su Comitadu pro sa limba sarda in s'Universidade est unu grupu sìncheru, naschidu pro ispartinare sa limba sarda e sa cultura sarda e s'impreu insoro in s'Universidade e naschit in cuncordu cun su Comitadu pro sa limba sarda, punnende a duos obietivos:
- lis dare a sa polìtica e a s'universidade s'impèllida a si interessare a su bennidore nostru de giòvanos detzididos a cunsiderare sas limbas de Sardigna unu motore de s'isvilupu;
- bogare a campu totu sas initziativas chi punnent a afortiare sa limba sarda e sas àteras limbas alloglotas de Sardigna.
Su moimentu, mancari dende cara a sa polìtica linguìstica est in totu a-partìticu e chie bi cheret leare parte o aderire depet pònnere a bandas sa credèntzia sua partitica in su leare parte in sas atividades suas.
Su Comitadu pro sa limba sarda in s'Universidade est cumbintu chi tochet de nche bogare sa limba sarda dae sas paristòrias e dae sos istereòtipos chi l'inghìriant e chi bi cheret un'impèllida noa a s'istùdiu de sa limba sarda e de totu sas gastas linguìsticas de s'Insula.
Su giassu suo in Facebook at a colligire sos testimonzos, sas ideas, sas propostas de totu sos chi nd'ant a cumpartire su progetu.
Isseberare s'universidade che a canale pro sa difusione e sa connoschèntzia de sa limba sarda est un'obietivu chi punnat a li dare unu prus de bàlida a su mundu acadèmicu.

giovedì 5 novembre 2009

I "falsi di Allai" fra perizie così così e solidi pre-giudizi

All'articolo di Massimo Pittau, risponde in forma misteriosamente anonima qualcuno che ne sa: “Il prof. Lidio Gasperini è scomparso qualche giorno fa. Chiunque volesse farsi un'idea di chi fosse scientificamente, può guardare qui:
http://antichita.uniroma2.it/gasperin.htm
E' consigliabile pure dare uno sguardo agli atti del Convegno "L'Africa romana": ognuno potrà farsi un'idea da sé, senza filtri. Aggiungo anche - per avere un dato in più - che non esistono in Italia, a quanto mi consta, cattedre di linguistica etrusca o di epigrafia etrusca, ma solo di etruscologia. Lo stesso Pittau è stato un docente di linguistica sarda, non di etruscologia”.
Provo sincero dispiacere per la morte del professor Gasperini, di cui, su suggerimento dell'anonimo, sono andato a vedere l'imponente mole di pubblicazioni. Docente di Epigrafia greca e latina nell'Università Tor Vergata di Roma, ha scritto anche di etruscologia e nell'elenco è anche riportato il dibattito sulla comunicazione del Prof. Massimo Pittau (Intervento, e Nuovo intervento, in Atti del IX Conv. di Studio su «L'Africa romana», Nuoro, 13-15 dic. 1991). Nessuno può negare il valore di Lidio Gasperini, ma nessuno, tanto meno l'anonimo, può far finta che un grande studioso di epigrafia greca e latina lo sia anche di epigrafia etrusca.
Ma, dice l'anonimo, non esistono cattedre di epigrafia etrusca in Italia. Lo stesso Pittau è stato docente di linguistica sarda. (L'amico Massimo ha però fatto cose che altri non hanno fatto, scrivendo libri di linguistica etrusca, ma non è questo il punto). Esistono in Europa studiosi esperti specificamente di epigrafia etrusca? Non vorrei si dimenticasse, infatti, che si sta parlando di gravi accuse, mosse a una persona, di essere un falsario incallito, stando al rapporto del Nucleo dei carabinieri di Sassari specializzato in beni culturali. Accuse che comportano non buffetti sulle guance, ma galera, se fossero ben cercate e ben trovate.
A parte i reperti iscritti, trovati da Armando Saba nei pressi del nuraghe Crocores lasciato scoperto dall'acqua della diga sul Tirso, la supposta recidiva dell'indagato tiene conto anche della pietra tombale di Allai, certificata autentica da Massimo Pittau e falsa dallo scomparso professor Gasperini. Riporto dal documento dei carabinieri di Sassari: “Risulterà falso anche lo stesso blocco ritrovato in loc. Monte Onnariu … e viene sottolineato dalla Soprintendenza nella lettera nr. 5213/1 del 19.04.2000 sempre indirizzata al Saba, che “il manufatto in esame richiama la presunta iscrizione etrusca di Allai, riconosciuta falsa dall'autorevole studioso prof. Lidio Gasperini...”.
Dunque fu la Soprintendenza ad accogliere ad occhi chiusi la tesi di Gasperini e a bocciare quella di Pittau. Giusta la tesi di un importante esperto di epigrafia greca e latina, sbagliata la tesi di un esperto in epigrafia etrusca, autore di testi a riguardo. Non sarà, per caso, che la tesi di Gasperini fu accolta perché congeniale alla vulgata accettata dalla Soprintendenza? Nel rapporto dei carabinieri si dice che la tesi di Pittau “viene aspramente smentita da altri studiosi”. Da chi, oltre che da Gasperini? La Soprintendenza e i carabinieri hanno perizie diverse dal parere di uno studioso espresso in contraddittorio in un convegno. Nel rapporto dei carabinieri alla Procura di Oristano non c'è, in realtà, alcun cenno ad altre analisi per cui sembra che la scelta fatta fra le due tesi sia fondata su quella lettera della Soprintendenza del 2000 che, val la pena di ripetere, optò, senza alcuna perizia, per quanto detto dal professor Gasperini.
Così come, nello stesso rapporto, si da senz'altro come fondata senza alcun dubbio la perizia fatta sui dieci reperti di Crocores (fra cui il bel dischetto più volte pubblicato su questo blog) dal dr. Marco Rendelli, professore di Etruscologia e antichità italiche che non può, in mezzo ai suoi numerosi studi pubblicati, esibirne uno di epigrafia etrusca. “Neanche il tempo di presentarli, che i reperti sono stati bollati in tutta fretta come falsi dalla Sovrintendenza” scriveva il 13 gennaio 2008 Enrico Carta su La Nuova Sardegna. Chi sia il funzionario della Sovrintendenza che così si era pronunciato non si sa. Quel che si sa è che i due giudizi, quello prevenuto del funzionario e quello meditato del dr Rendelli coincidono. Tanto da consentirmi di dare un modesto suggerimento: la Soprintendenza si affidi da qui in su all'occhio clinico del suo funzionario e, soprattutto, alla sua preveggenza. Sai quanti soldi pubblici si risparmierebbero...

mercoledì 4 novembre 2009

Una pietra tombale sulla falsità della pietra tombale di Allai

di Massimo Pittau

Caro Gianfranco,
a dichiarare la “non autenticità” della iscrizione etrusca trovata ad Allai da Armando Saba e da me presentata e illustrata in una relazione nel convegno "L'Africa Romana" del 1991 (Atti vol. 9/II, Sassari 1992) è stato un solo personaggio e per di più incompetente, Lidio Gasperini, professore di epigrafia latina e non di epigrafia etrusca nell’Università di Roma. La qual cosa egli ha finito col riconoscere, quando, nella diatriba sorta tra me e lui, egli concluse dicendo: «Agli specialisti di epigrafia etrusca di pronunziarsi!». Con la quale frase egli ha implicitamente riconosciuto di essersi intromesso nella questione senza una effettiva “competenza specialista nella materia”.
Quella mia relazione è stata da me presentata subito dopo nel Sodalizio Glottologico Milanese – uno dei più autorevoli di tutta Europa – è stata discussa e poi è entrata regolarmente nei suoi Atti ufficiali (vol. XXXIII-XXXIV, 1992 e 1993, Milano 1994, pagg. 200-210).
Sulle altre iscrizioni che sempre il Saba dice di aver trovato nel greto del Tirso non intendo intervenire, dato che l’argomento ormai è diventato oggetto di un procedimento giudziario.
Approfitto di questa occasione per rivolgermi ai soliti invidiosi/detrattori, che mi criticano alle spalle, senza però osare mai di scrivere qualcosa (tra i Sardi sono numerosi gli specialisti di tale nobile attività); ad essi preciso che la mia competenza in fatto di lingua etrusca è dimostrata in maniera chiara e decisa dai seguenti fatti:
1) Ho pubblicato ben 8 (otto) libri su quella lingua, fra cui il primo e finora unico esistente Dizionario della Lingua Etrusca (di 525 pagine) e poi il recentissimo Dizionario Comparativo Latino-Etrusco (EDES, Sassari 2009, pagg. 230), cosa che fino al presente nessun altro etruscologo linguista ha mai fatto (questi miei libri circolano in tutta Italia e in Europa; informarsi nella Libreria Koinè di Sassari, tel. 079/275638).
2) Da circa 30 anni quasi tutte le mie relazioni annuali tenute nel citato Sodalizio Glottogico Milanese sono relative alla lingua etrusca, come si può verificare dagli Atti del Sodalizio stesso.
3) Due riviste fiorentine, Il Governo delle cose/idee e Microstoria, pubblicano in ogni loro numero un mio articolo relativo ad appellativi o toponimi italiani di origine etrusca (tutte le mie relazioni e gli articoli compaiono nel mio sito www.pittau.it).
4) Sono stato chiamato a tenere conferenze sulla lingua etrusca in parecchie località della Toscana e del Lazio, a cominciare da Firenze e Lucca per finire a Cervetri.
5) Il «Corriere della Sera» (edizione fiorentina) del 29 settembre scorso, nella sezione “Culture”, mi ha dedicato quasi un’intera pagina, con una mia fotografia, per la mia interpretazione e traduzione della ormai famosa Tabula Cortonensis (si può trovare questo articolo in internet).
I miei invidiosi/detrattori abbiano finalmente il coraggio di farsi avanti per contestare questi fatti.

Caro Massimo, qualcosa ci può trovare in disaccordo, non certo la tua serietà e competenza di studioso. Avendo letto la tua comunicazione al convegno di Nuoro "Sardegna romana", la contestazione non motivata da altrettanta scienza alle tue conclusioni, ed essendo sicuro che il magistrato di Oristano abbia letto l'una e l'altra, sono certo che quanto scrive nel suo rapporto il capitano dei CC di Sassari sia pevenuto. Chi lo abbia indotto a questa prevenzione è da scoprire. Chi sa che non ce la facciamo? [zfp]