domenica 6 luglio 2008

"Quando i nuragici scrivevano in lettere latine". Pittau (2)

di Massimo Pittau

Alla fine della loro indipendenza e ormai sotto la dominazione dei Romani, i Sardi Nuragici fecero uso anche dell’alfabeto latino per comunicare i loro messaggi in lingua nuragica. Lo dimostra una iscrizione in caratteri latini che si trova nell’architrave del nuraghe di Aidu entos di Bortigali, però purtroppo quasi completamente illeggibile, perché la pietra è stata corrosa dal tempo.
A proposito di questa iscrizione è utile fare una importante premessa. In epigrafia, relativamente ad ogni e qualsiasi lingua scritta, vale questa importante norma metodologica: «una iscrizione è “contestuale” al supporto in cui risulta iscritta, salvo prova contraria». Ciò significa ed implica che un epigrafista ha il dovere e pure l’interesse a ritenere che una iscrizione
I) appartiene realmente al suo supporto,
II) è stata scritta da chi ha costruito od ordinato il supporto.
Su un epigrafista che in un caso specifico nega questa nota della “contestualità” cade l’obbligo di dimostrare le ragioni della sua scelta contraria.

EBBENE, A FAVORE DELLA “contestualità” dell’iscrizione del nuraghe di Aidu entos, cioè del suo appartenere realmente al monumento in cui è stata scritta e da parte di chi lo ha costruito, interviene anche un’altra prova: dei vocaboli dell’iscrizione che risultano ancora leggibili due appartengono sicuramente alla lingua nuragica, NURAC e SESSAR, mentre tutti gli altri sono semplicemente frustoli di vocaboli. Inoltre il vocabolo NURAC dà la conferma e la sicurezza della contestualità della nostra iscrizione col nuraghe in cui risulta scritta. In questo caso si determina una particolare situazione ideale: è come se il nuraghe stesso come monumento scrivesse e parlasse di se stesso.
L’iscrizione dunque non è “allotria”, ossia estranea al monumento nuragico, come si è ritenuto e scritto, ma è connessa e attinente con questo.
Non è affatto legittimo inferire che l’iscrizione è in lingua latina perché è scritta in alfabeto latino e poi procedere ad effettuare la seguente ricostruzione e traduzione ILI(ENSIUM) IUR(A) IN NURAC SESSAR «diritti degli Ilienses sui nuraghi (o sul nuraghe) Sessar». Vi si oppongono quattro importanti e pesanti circostanze:
I) I dati storici da noi ora posseduti localizzano gli Ilienses nei monti della Barbagia e non nel Marghine dove si trova il nostro nuraghe;
II) Col gruppo di lettere ILI si possono ricostruire migliaia di vocaboli latini, nessuno dei quali è possibile privilegiare sugli altri;
III) È del tutto inverosimile che nell’iscrizione sia stato abbreviato, e in misura così ampia, proprio il nome del popolo di cui l’iscrizione avrebbe pubblicizzato i diritti; è come se in un certificato legale risultasse abbreviato il cognome dell’intestatario!
IV) Ammesso ma non concesso che sia esatta la lettura e la ricostruzione del testo, il contenuto concettuale della ricostruzione e traduzione «diritti degli Ilienses sul nuraghe Sessar», cioè su un piccolo nuraghe di irrilevante impegno architettonico e soprattutto di nessun valore funzionale, è francamente risibile (nota 3).

DUNQUE L’ISCRIZIONE INCISA sull’architrave, addirittura sul “fastigio” di un edificio pubblico nuragico, col carattere di “grande iscrizione monumentale” – è stato precisato - e con lettere pur’esse “monumentali”, pur essendo scritta in alfabeto latino, conteneva un messaggio in lingua nuragica.
A questa tesi non si può opporre il fatto che i caratteri latini dell’iscrizione riportano all’età dell’Impero, per il fatto che è un altro “luogo comune” quello secondo cui i Sardi abbiamo finito di costruire i loro nuraghi già con l’arrivo dei Cartaginesi in Sardegna. Io ho avuto modo di scrivere – senza essere mai contestato – che i Sardi hanno continuato a costruire i nuraghi anche in epoca romana, come dimostra il fatto che in tutti i nuraghi scientificamente scavati ed esplorati sono stati trovati numerosissimi reperti di età romana; e anche dopo la nascita di Cristo, fino all’arrivo del cristianesimo in Sardegna, come ancora dimostrano reperti cristiani di età bizantina (ad es. croci astili e inoltre lucerne cristiane assieme con le migliaia di lucerne nuragiche, puniche e romane, trovate del nuraghe Lugherras = «lucerne» di Paulilatino) e come dimostrano soprattutto circa 300 nuraghi dedicati al nome di altrettanti santi cristiani (nota 4).
Un discorso analogo va fatto su una navicella nuragica di bronzo, una volta nell’Antiquarium Arborense di Oristano, da cui risulta trafugata, la quale portava la iscrizione in caratteri latini SENP sul fondo e su un fianco. Come si fa ad accettare per buona questa storiella: «oggetto, considerato prezioso, e tramandato di generazione in generazione, in una famiglia, sino a divenire proprietà di un ricco signore provinciale, in eta romana» e prospettare poi la ricostruzione del nome di costui con la formula bimembre di prenome e gentilizio romani? Perché mai ritenere “oggetto prezioso” e tramandare di generazione in generazione quella modestissima navicella nuragica? E perché “rovinare” l’ ”oggetto prezioso” incidendovi sopra il proprio prenome e gentilizio romani, addirittura ripetendo l’incisione sul fondo e sul fianco?

A MIO GIUDIZIO INVECE
, sempre ai sensi della spiegata norma della “contestualità”, la navicella nuragica dell’Antiquarium Arborense riportava una iscrizione nuragica, ma trascritta in alfabeto latino, iscrizione che probabilmente era la sigla di una formula di commiato, che i parenti facevano al caro defunto, formula incisa su un oggetto che indubitabilmente apparteneva alla ideologia funeraria dei Nuragici, come pure dei Greci, degli Etruschi e dei Latini, relativa alla “navicella di Caronte”, quella che traghettava i defunti verso l’aldilà.
E se è un fatto che questa navicella nuragica portava un’iscrizione nuragica ma trascritta in alfabeto latino, ciò dimostra che la “ideologia funeraria delle navicelle nuragiche” durava ancora in epoca romana e precisamente almeno fino all’ ”età tardo repubblicana”.
Un analogo discorso va fatto per i segni in scrittura latina che figuravano sulla stele di una tomba di gigante di Santa Teresa di Gallura, che, secondo una testimonianza scritta ed anche iconografica dei primi dell’Ottocento, portava i segni di lettere dell’alfabeto latino, tomba che purtroppo non è stata ancora ritrovata. Come è possibile accettare l’ipotesi che quelle lettere siano state incise molto più tardi come “iscrizione confinaria” sulla stele di un monumento nuragico che tutti sapevano essere una “tomba”? Come lo sapevano sino ad almeno un cinquantennio fa tutti i Sardi, come dimostrano numerose “tombe di gigante” chiamate tuttora Monumentu, Molimentu, Munimentu?
E la medesima considerazione si deve fare nell’altra ipotesi che invece si trattasse di una iscrizione latina col carattere di “epitafio”. Ma quanto numerosi e quanto gravi delitti ermeneutici o interpretativi si stanno commettendo in Sardegna con l’altra storiella del “riuso delle tombe di giganti per deposizioni funerarie in età romana”! Ma forse che non è esistito e fortissimo presso tutti i popoli e in tutti i tempi il “tabù funerario rispetto ai morti e alle loro tombe?

SARÀ STATA CERTAMENTE una iscrizione funeraria quella incisa in caratteri latini sulla stele della citata tomba di gigante, ma sarà stata una iscrizione in lingua nuragica relativa ad una “tomba collettiva” di un intero villaggio nuragico (nota 5).
Inoltre sono da citare, come esempi di messaggi nuragici scritti però in alfabeto latino, le due tabellae defixionis di piombo, rinvenute nel villaggio nuragico di Linn’arta di Orosei ed ora sistemate nel Museo Archeologico di Nùoro: le lettere sono sicuramente latine, ma dei vocaboli quasi nessuno si può spiegare col lessico latino, mentre almeno uno, ripetuto tre volte, è sicuramente nuragico, NURGO, il quale corrisponde sorprendentemente al toponimo odierno Nurgòe di Irgoli (villaggio confinante) e al mediev. Nurgoi (CSPS 190) (nota 6).
Infine è probabilmente un sesto esempio di iscrizione nuragica scritta in caratteri latini, quella incisa in un masso che si trova nei pressi del piccolo nuraghe che è vicinissino alla chiesa parrocchiale di Suni (OR) (nuovo chiarissimo esempio di sincretismo nuragico-cristiano). Io ho pubblicato in due occasioni la fotografia di questa iscrizione, ma non ne ho mai approfondito lo studio né mi risulta che l’abbia fatto qualche altro studioso (nota 7).
Torno alla mia conclusione ultima ed essenziale, anche per ribadirla: a mio fermo giudizio, non è mai esistita una “scrittura propriamente ed esclusivamente nuragica”, come del resto non è esistita una “scrittura propriamente ed esclusivamente fenicia o greca od etrusca o romana”. Per trascrivere i loro messaggi in lingua nuragica i Sardi hanno adoperato di volta in volta, col passare dei secoli, l’alfabeto fenicio, quello greco e quello latino.

(nota 3) Questa ricostruzione e traduzione è di Lidio Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna, in AA. VV., Sardinia antiqua, Cagliari 1992; è l’epigrafista latino resosi famoso quando, improvvisandosi epigrafista etrusco, prese la grossa cantonata circa l’iscrizione etrusca trovata ad Allai (OR) (cfr. volume 9 (tomo 2) della serie «L'Africa Romana» (Sassari 1992).

(nota 4) Cfr. M. Pittau, La Sardegna Nuragica, II edizione, Cagliari 2006, Edizioni della Torre, §§ 35-38.

(nota 5) La questione di queste tre iscrizioni latine su monumenti nuragici è esposta da Raimondo Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae, Roma, Carrocci edit., 2004, pagg. 118-125). Io apprezzo ed ammiro la consueta cura dell’egregio collega, ma contesto alla radice le sue interpretazioni. Inoltre esprimo meraviglia per il fatto che egli abbia ignorato il mio studio L’iscrizione nuragica in lettere latine del nuraghe Aidu Entos, che compare nel mio libro «Ulisse e Nausica in Sardegna», Nùoro 1994, pagg. 189 e segg.

(nota 6) Pubblicate la prima volta da R. Caprara in AA. VV., Sardegna centro-orientale – dal neolitico alla fine del mondo antico, Sassari 1978, pagg. 152-154, tavv. 1 e 2. Purtroppo si deve dubitare alla radice sia della lettura sia delle integrazioni proposte dal Caprara, posto che questi è un archeologo medioevale e non un epigrafista latino. Cfr. M. Pittau, La Lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi, Sassari 1981, pag. 277; A. Mastino e T. Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici, ecc., in «Epigrafia romana in Sardegna», Atti del Convegno di S. Antioco del 14 e 15 luglio 2007, pag. 28, figg. 25-26, 27-28.

(nota 7) M. Pittau, Lessico Etrusco-Latino comparato col Nuragico, Sassari 1984 (in vendita nella Libreria Koinè di Sassari), II pag. della copertina; M. Pittau, Ulisse e Nausica in Sardegna cit. pag. 205. Di recente ha pubblicato il disegno dell’iscrizione, fatto dal geometra Lello Fadda di Ghilarza, Attilio Mastino, Suni e il suo territorio, Suni 2003, pag. 101, definendola semplicemte “enigmatica”.

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